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GRAN SASSO: L’ERBA DEL DIAVOLO (2008/2018)

di Bertrand Lemaire

Roma, 10 giugno 2018

Sono passati dieci anni, sì. Cerco in quel casino del mio computer, magari avevo scritto qualcosa — qualche sensazione, delle emozioni —, ma non trovo niente. L’Erba del Diavolo, Bertrand Lemaire e Roberto Rosica, 20 luglio 2008; “probabilmente l’itinerario più difficile del Gran Sasso”, dicono le guide — ahahah!

Tutto era iniziato molto prima, quando, senza deciderlo, avevo smesso di andare in montagna con mio padre. Perché era mio padre, e forse anche perché il mio modo di andare in montagna con lui non era quello giusto. Lui ha sempre rischiato molto, in modo genuino — non aveva niente da dimostrare, se non a se stesso —, e io facevo lo stesso.

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Roberto era riuscito finalmente a convincermi ad andare sul Gran Sasso con lui. Quel giorno faceva il Vecchiaccio con un cliente, con Gaia volevamo seguirlo ma c’erano troppe persone sulla via, e avevamo quindi optato per Colpo grosso sulla destra.

Il mio modo di andare in montagna era sempre lo stesso. Salivo, mettendo meno protezioni possibili, e quando c’era da rischiare rischiavo, senza farmi troppe domande. Il fatto è che non me ne rendevo conto, mi sentivo invincibile e basta. Fingere di essere immortale, credere che tutto ciò che può accadere di brutto in montagna interessi solo gli altri e non ti riguardi, è una cosa necessaria, che tutti gli alpinisti fanno, chi più chi meno.

Credo sia l’unico modo per alzarsi dal letto ed entrare in un ambiente ostile, o comunque meno protetto di quello quotidiano. Dopo Colpo grosso avevo subito capito che la montagna mi mancava. Durante il periodo esplorativo a Meschia, insieme a Stefano e Mauro, senza rendermene conto avevo affinato il mio sguardo: cercare una linea su un blocco alto tre metri non è tanto diverso dal cercarla su una parete alta trecento. Credo di saper leggere la roccia, di avere talento per questo.
La ragione numero uno è che mi piace: la parte esplorativa dell’arrampicata, quella della ricerca, è quella che mi procura più gioie. Non so se si tratti di creazione vera e propria, piuttosto di rivelazione: ho visto qualcosa di bello, di talmente evidente che risulta bello, e ve lo faccio vedere. Stessa cosa per la matematica. (… continua dopo la gallery…)

Dopo poche uscite ero andato sul secondo pilastro d’Intermesoli, la prima volta con Roberto, per salire Di notte la Luna, una delle vie più belle ed intelligenti di tutto il Gran Sasso. Poi ci ero tornato con Gaia, per farla in libera — fra l’altro un po’ al limite, vista la mia scarsa continuità dell’epoca: uscivo da diversi anni di blocchi e zero falesia. Fin dalla prima volta mi ero guardato intorno, e l’avevo vista. Era lì, sulla destra, evidente: il sistema di fessure, il bombè, lo spigoletto per entrare in placca, e lo strapiombo. Era tutto talmente chiaro. Per la parte superiore ero tornato un paio di volte da solo, scalando i prati verticali sulla parete opposta al canale Herron–Franchetti e facendo qualche foto. C’era la via iniziata da Roberto Iannilli sulla destra, Il bosco degli urogalli — stupenda anche questa —, che in alto limitava un po’ le possibilità.

1 settembre 2007.

Fa caldo nell’Herron–Franchetti. L’attacco della via è quasi una barzelletta: il crinale erboso dentro il canale è separato dalla parete da un buco largo un metro, e profondo una decina. Tocca lanciarsi, appoggiare le mani alla parete, e staccare i piedi dal crinale. Dopo il primo tiro aperto in libera, Roberto mi fa capire che devo cambiare strategia e riposarmi sulle protezioni.

Ha ragione. Ricordo il cambiamento di prospettiva. Prima di farlo avevo le idee chiare su come si “deve” aprire una via: dal basso, senza spit, con una quantità minima di chiodi, e tutto in libera. Qui non funziona. Lo strapiombo del secondo tiro può essere salito in artificiale, con chiodi dubbi e ancorette varie, ma non sarà possibile ripeterlo in libera con queste protezioni. Non da me.

La sera stessa Fiorino mi dà un piantaspit con qualche spit, accompagnato da un “A Bertrà, ma che cazzo stai a fa’, butta giù un paio di spit e falla finita!” in puro stile fiorinesco. Aveva ragione anche lui. Dunque il giorno dopo, appeso a quel bel chiodo arancione a testa in giù, pianto mezzo metro sopra uno spit da 8mm. Penserete “Ma perché a mano e non con il trapano?“. Per fare delle concessioni a se stessi ci vuole tempo, ma anche questo lo capirò dopo. (… continua dopo la gallery…)

Comunque, tre settimane dopo, mentre rifacevamo per l’ennesima volta quel tiro per raggiungere la parte superiore della via, il chiodo arancione esce dal suo buco, sbatto sulla placca sottostante con tutto il fianco sinistro e — me lo dirà Roberto — mi ritrovo appeso a quattro di bastoni, svenuto e a testa in giù, a qualche metro dalla parete. A quel punto tutto dipende da lui: tira il cordino di recupero per riportarmi in sosta, mi risveglia mettendomi in piedi; il bacino mi fa male e il casco è pieno di sangue, ma sembra tutto a posto; sono arrabbiato con me stesso, ho voglia di ripartire; dico a Roberto che aspetto un po’ e poi riparto; intanto lui, zitto, con gesti sicuri, attrezza la calata. Sono sotto choc, e non me ne rendo conto. Mano mano che cala l’adrenalina, mi accorgo che non riesco più a muovermi.

Il tempo è bello, abbiamo tutto il pomeriggio per tornare a Prati di Tivo, niente di così drammatico. Solo che non riesco a camminare. Dopo le doppie, striscio giù sulla pietraia del canale fino al sentiero. Poi Roberto mi porta a spalla. Porta me per cinquanta metri, poi risale a prendere gli zaini e mi raggiunge di nuovo, e cosi via fino alla fonte d’acqua al termine della sterrata. Mentre va di corsa a cercare i soccorsi, passo il tempo spaccando pietre col martello, appoggiato su un sasso al sole. Sto bene, molto bene, stranamente. Probabilmente è giunto il momento di fermarmi, fuggo da qualcosa ma non so ancora bene da cosa.

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Finiamo la via l’anno dopo, a luglio. Verso la fine, sento che Roberto si annoia, anche perché le giornate cominciano a diventare un po’ ripetitive. Mi areno sul quarto tiro, prima di prendere il largo sul passaggio finale. Una nebbia fitta mi separa da Roberto, vedo la corda sparire dentro quel pavimento ovattato, quasi rassicurante. Tiro troppi metri senza protezioni, perché non riesco a piazzare niente, anche se, a posteriori, sono sicuro che forse qualcosa si poteva mettere in tutti quei buchi. E’ molto rischioso, non per la difficoltà della scalata — molto al di sotto del mio limite — ma perché non so dove sto andando; non so che l’arrivo alla sosta successiva è così delicato ed aleatorio. Ricordo perfettamente quella la sensazione, una sensazione di libertà assoluta, simile a quella che si prova quando si scala slegati.

Quella è l’Erba del diavolo. Ora non lo rifarei quel passo in apertura. Non così. Adesso mi sembrerebbe inutile. Ma sono felice di averlo fatto.

Roberto ed io non abbiamo più scalato insieme, o molto raramente. Forse succederà di nuovo, ma sarà per forza diverso, perché sono passati dieci anni. Quella via l’abbiamo fatta insieme, e quelle sensazioni, tensioni, incomprensioni, gioie, sono rimaste lì. L’alpinismo è una faccenda intima, per certi versi impossibile da raccontare.

 

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Gran Sasso: l’Erba del Diavolo, dieci anni dopo ultima modifica: 2018-06-11T10:22:35+00:00 da Redazione
2 Comments
  1. Francesco Piacenza 3 mesi ago

    A vederla sembra una bellissima ed emozionante via, c’è una relazione? Grazie mille e complimenti
    Fra

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