In Loop – ovvero l’arrampicata di una romana fuorisede

Inghilterra vs Brasile in arrampicata
Inghilterra vs Brasile in arrampicata

1956: Inghilterra vs. Brasile al Wembley Stadium

Come tutti sanno Facebook è nato per farci santamente gli affari degli altri. Così qualche tempo fa ho capito, da qualche indizio che adesso non ricordo, che Vale – un’amica di un’amica – era andata a vivere nientemeno che in Inghilterra. Il che vuol dire, per una persona che arrampica, cimentarsi necessariamente con qualcosa di totalmente diverso da quello che facciamo e vediamo sempre in Italia (o in Francia, o in Spagna…). E poiché Vale è stata così imprudente, un bel giorno, da fare un breve commento su un mio post Facebook menzionando la scalata inglese, a quel punto è scattata la trappola, e le ho chiesto di scrivere qualcosa in merito. Non immaginavo però che il viaggio partiva ancora più da lontano, ovvero dal Brasile…

(Bibez)

* * *

Martedi e giovedi palestra, sabato e domenica falesia. In palestra si faceva boulder, si chiacchierava, si guardavano gli altri sfidarsi a biliardino, qualche traverso, due trazioni in ordine sparso, più che far prese ci si insultava bonariamente alla romana per un paio d’ore e via. Principalmente si socializzava in attesa della scalata, quella vera, del weekend. Nel weekend si arrampicava con quasi qualsiasi condizione meteo, ci si dedicava ai progetti (a volte quinquennali) nelle falesie amichevoli (ma anche nemiche) sparse a dozzine nei dintorni di Roma.
Così in loop per 10 anni circa.

Poi tutto è cambiato. Mi sono trasferita prima in Brasile poi in Inghilterra. Due ambienti, due società e due comunità arrampicatorie totalmente in antitesi.

Brasile:

In Brasile la scalata è uno sport nuovo e tutto somiglia molto alle storie che si raccontano tra gli scalatori “old school” romani. Le FA continue, l’avventura, lo scoprire falesie nuove e sviluppare metodi di allenamento, l’8a francese come grado di “quelli forti”, mentre lo scalatore medio è lì che annaspa tra il 6 e il 7.
Fa caldo, c’è il samba e c’è la giungla coi suoi mille insetti e pericoli, con le piante rampicanti che contendono le linee agli scalatori che pazientemente ripuliscono tutto; ci sono gli acquazzoni improvvisi in falesia ma non importa, tanto si asciuga tutto subito. C’è una comunità piccola e molto compatta, ci sono screzi ma anche tanta voglia di stare insieme, crescere e migliorarsi, far festa e scalare “a muerte” – poco importa che questa muerte ti fulmini gli avambracci sul 6b+ o che la festa sia per il tuo primo 7a dopo 4 anni di scalata. Ci sono viaggi infiniti attraverso il Paese per andare a scalare: se va bene, solo 3 ore e mezza alla falesia, che qualcuno fa anche in giornata ma che la maggior parte affronta il venerdì notte dopo il lavoro per stare fuori tutto il weekend.

Inghilterra vs Brasile in arrampicata

I capitani Nilton Santos e Billy Wright

La roccia è strana, metamorfica e gneiss nella maggior parte dei posti che frequento, con tacche nettissime e aderenza massima. Oppure un calcare preistorico, appena lavorato e molto slavato. Niente più strapiomboni e zanche, bisogna ricominciare: evolvere, adattarsi, se non si vuole restare appesi su questi chiodi dalla parvenza molto antica, che chissà da quanto stanno qui. Già, i chiodi: uno ogni 3 o 4 metri, a volte molto di più. I brasiliani sono maestri dello slungo, hanno fettucce per gli slunghi anche di 3 metri. Tutto è sempre organizzato alla brasiliana: intanto ci si esalta ed entusiasma, poi si vede: basta essere rumorosi e qualcosa di bello esce per forza, dai. Le vie sono gradate, sgradate e rigradate di continuo, per non parlare dei boulder – pochi conoscono la conversione dalla scala brasiliana alla francese, o da grado V a grado francese; l’8a.nu brasiliano è un carnevale di colori, festeggiamenti e gradi lanciati lì alla rinfusa.

Inghilterra vs Brasile in arrampicata

La stretta di mano prima del calcio di inizio

Inghilterra:

Dopo il Brasile sono arrivati gli scientificissimi e serissimi inglesi, con le loro “coaching sessions”, i “workshop”, la “training periodization” e i “social climbing days”- perché se non hanno la giornata per socializzare in palestra passano il tempo con le cuffie senza spiccicare parola a spaccarsi le dita sul beastmaker o sul moon board.

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Divoratori di plastica, nelle loro palestre scintillanti, e mediamente fortissimi: fisicamente e mentalmente. L’arrampicata qui è lavoro serio e ci sono moltissimi allenatori, e arrampicatori professionisti, al punto che capita spesso che ti fermi a osservare qualcuno scalare, ammirarne i movimenti, la tecnica e la fluidità per poi girare la testa e ritrovarlo/a sul poster della Petzl al muro della reception.
Nonostante tutta questa modernità l’Inghilterra resta però un paese antico: nelle tradizioni ma anche geologicamente. Non c’è crescita, solo una lenta erosione del suolo. La roccia è quindi molto consumata e dal mio personalissimo punto di vista di scalatrice “del continente” lavorata sempre al contrario da vento ghiaccio e acqua (tanta acqua!).
L’acqua è decisamente elemento fondante del paese: acqua sempre e ovunque; se non piove percola (e ti percula, a te che credevi di poter scalare oggi che non piove!), e le prese sono umide o zuppe e ti sputano via. Arrampicare fuori è un dono e forse capita una volta ogni due mesi; è molto facile che l’inverno trascorra completamente senza toccare roccia, a meno che tu non ti decida a prenotare un volo verso il continente.

Inghilterra vs Brasile in arrampicata

Arbitro. Non è fallo.

E a proposito di tradizioni, c’è la terribile trad. L’arrampicata sportiva è una rarità e fino a pochi anni fa gli arrampicatori sportivi erano anche visti parecchio male dalla comunità. Gli inglesi sono quelli con la loro scala di difficoltà che tiene conto del fattore di rischio della via. Per intenderci due vie possono avere lo stesso grado e avere l’una un passo più difficile tecnicamente ma ben protetto, l’altra un passo meno duro ma non protetto. Tra l’altro il grado di via è anche più severo del grado boulder. Dopo tre anni questa scala per me è ancora da decifrare. L’unica cosa chiara è che devi esser pronta a rischiare almeno le caviglie ogni volta che parti da prima su una via.

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L’energia dirompente della novità, dei colori e della scoperta da una parte. La sicurezza di una solida tradizione dall’altra. Nel mezzo ci sono io che cerco di adattarmi, di ricominciare ogni volta, di prendere il meglio da tutti gli approcci (adesso dico “blocca”, “cala”, “tacca de merda” e “svaso de merda” fluentemente in quattro lingue), adattare lo stile e cercare di non fare paragoni (Lo sapevate che Malham Cove è consumato come il Balcone a Ferentillo, e in più non ha le prese?).

In loop resta soltanto la voglia di arrampicare, e se possibile, ovviamente, di migliorare.

Vale Bu

In Loop – ovvero l’arrampicata di una romana fuorisede ultima modifica: 2018-05-08T09:32:22+00:00 da Luca Bibez
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