Prima

di Betrand Lemaire

Ad un certo punto, improvvisamente, senti che c’è qualcosa che non va. Vai lo stesso a scalare, ti diverti con gli amici, anche se molti sono cambiati, provi ancora delle emozioni fortissime – dopo tutti questi anni sai come si fa, hai imparato a conoscere il tuo corpo, a stancarlo quando ne ha bisogno, ad ascoltarlo quando è stanco -, ma non è come prima. Allora, questa sensazione… viene da me, o viene da “loro”? Sono “loro” che sono diversi, o sono io che cerco di fermare il tempo? E poi “loro”, ironia o curiosità, vogliono anche sapere com’era “prima“.

Prima. Beh era prima. Tutto qua.

C’era una grossa differenza rispetto ad oggi: per scalare dovevi volerlo, ma volerlo tanto. Non c’erano le palestre, non c’erano le riviste – se non quella del CAF (Club Alpino Francese n.d.r.) a cui era abbonato mio padre  -, non c’erano le travi dentro casa (anche se presto ce le siamo costruite, brutte, con le tacche di legno tagliate ad angolo retto).

Ho comminciato a scappare da scuola verso i 14 anni, una o due volte  a settimana; all’inizio perchè c’era quel masso che dovevo salire – in un posto di merda a trenta chilometri da Parigi, una specie di discarica (la Troche), raggiungibile con la metropolitana -, e poi per andare a Fontainebleau.

Dovevi organizzare la tua vita – o meglio, disorganizzarla – in funzione dell’arrampicata. Non il contrario come avviene ora (non potevi andare in palestra a ora di pranzo, oppure dopo il lavoro, poi farti la doccia e andare al cinema…). La fauna era perciò abbastanza omogenea: fancazzisti vari, studenti perennemente fuori corso, figli di papà nati “col culo nel burro“, marginali spuntati da non so dove. Tutti con la voglia di vivere in modo diverso. Qual era questo modo non si sapeva, ma doveva essere diverso. Ci vestivamo in modo diverso (ridicolo sì), ci piaceva sentire freddo, caldo, umido, forse ci piaceva anche avere male ai piedi (EB…). C’erano anche gli stronzi, ma pure loro erano diversi – un mese fa uno mi ha aggredito verbalmente (sicurezza, esempio, responsabilita, e grigri, tutto ci ha messo) perchè avevo saltato i primi due spit di una via. Ecco, quelli là non c’erano. Adesso la gente si “monta le vie” col bastone telescopico; e spesso sono proprio gli stessi che ti vengono poi a parlare di “stile di vita” e di altre stronzate. Cerco di non vedere e non sentire. A volte ci riesco, altre volte no.

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Avevo più o meno 12 anni quando mio padre mi buttò nelle calate di Luna-Bong. Forse mi aveva fatto un Machard (lui non usava il Prusik), o forse no, non mi ricordo. C’era un albero da acchiappare col piede, la sosta era l’albero. Non c’era niente di strano in tutto questo, scalavo già da molti anni (da quando cammino). Nel Verdon mi sentivo a casa, ricordo ancora gli odori, i colori dei jardin in autunno, giallo-arancione-marrone-verde, quello sotto Crysalis in particolare. Nel Verdon non ho mai sentito il vuoto (altrove si), non so perchè.

Ula: non c’era niente dentro quella fessura, soltanto le soste erano attrezzate. Oltre ai rinvii, avevo un mazzo di nut e un altro di eccentrici. I dadi non li sapevo mettere, e non sapevo scalare in fessura (Fontainebleau non è esattamente il regno della fessura). Fu una giornata lunga, lunghissima; faceva caldo; lui voleva rinunciare, io no; ad ogni tiro dovevo contrattare per poter proseguire; quel giorno credo di aver preso dei rischi enormi. A volte non riuscivo a mettere niente per più di venti metri, un paio di tiri li ho fatti completamente sprotetti; ma ci stavo con la testa. Lo sapevo io e lo sapeva anche lui. Il tipo di giornata che ti segna, nel bene o nel male. Ho sempre voluto pensare che mi abbia segnato nel bene. Forse a lui un po’  meno, non gliel’ho mai chiesto. (Perchè si rischia? Non lo so, sarà ereditario. Mi sono stancato di cercare di dare una risposta a tutto.)

Adesso, oggi, non si inizia cosi. Si comincia in palestra e poi, ma non sempre, qualcuno ti porta fuori. Non è peggio, non è meglio, è oggi. Ci sono i siti, i forum, facebook, instagram… e tanta gente che scala. Vedo poca ricerca e molta ripetizione; mi piacerebbe incontrare più gente con la voglia di fare, di inventare, più entusiasmo. Ma questo è un problema “loro”. Io scalo perchè lo devo fare (cit.). Da solo penso che mi passerebbe la voglia, ma, finchè ci saranno gli amici con cui condividere questo strano desiderio che è salire, credo che continuerò a farlo.

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Movimento. Verso la libertà. Libertà di volare o di morire. Basta un gesto per sentire che siamo sulla strada giusta. Voglio ritrovare quel gesto. Voglio che tutto quello che so si concentri in quel gesto. Voglio diventare quel gesto. Voglio che, finalmente, la mia mente smetta di rompermi i coglioni. Voglio dimenticare tutto – categorie, classifiche, punti e discorsi -, voglio diventare leggero.

 

Prima ultima modifica: 2017-11-09T13:13:10+00:00 da Redazione
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