arrampicata corpo e mente

Quello che vogliamo. Il corpo e la mente in arrampicata.

C’è una cosa che vogliamo, o per meglio dire, che vorremmo, quando arrampichiamo. A parte liberare la via, a parte divertirci coi nostri amici, a parte fare in modo che arrivi finalmente l’ora di sederci stanchi, con la pelle consumata e le articolazioni indolenzite, in un piccolo baretto di un paesino di provincia dove non arriva mai nessuno di nuovo e i vecchi ti guardano come fossi uno straniero: sederci per aprire una birra e la classica busta di patatine (penso puntualmente ogni volta, in quel preciso istante, che sia quello il meglio – in assoluto – dell’arrampicata: il momento in cui l’arrampicata è finita).

Questa cosa che vorremmo, quando arrampichiamo, è una sensazione. Non è facile da spiegare, anche se tutti la conosciamo, molti hanno provato a descriverla, e qualcuno c’è in parte riuscito. Comunque sia, non è semplice dirlo con le parole. Perché è una faccenda del corpo, o tutt’al più del corpo e della mente, della loro unione, di un loro improvviso accordo ed equilibrio, e sappiamo quanto sia rara, per molti di noi, questa condizione. In ogni caso, non è una faccenda di linguaggio, di parole appunto. Anzi, la condizione perfetta dell’arrampicata – lo hanno detto in molti più autorevoli di me – è quando ti scende dentro una specie di silenzio, quando nessun discorso occupa la mente, e la funzione verbale sembra spegnersi per alcuni secondi o meglio ancora minuti. “Sono arrivato al passaggio chiave, e a differenza delle altre volte, non ho pensato più a nulla. L’ho fatto e basta”. Quante volte abbiamo letto qualcosa di simile da parte del climber del momento che racconta la sua ultima prestazione.

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Ma questo stato di grazia, che cos’è? E in che modo lo vive il nostro corpo, e in che modo lo vive la mente?

Non provo ovviamente a dare una risposta scientifica. La medicina, la scienza, sono lì, e volendo ce lo spiegano. Basta cercare un momento su internet, o chiedere a qualcuno che ne sa più di noi. A chi non bastano queste risposte, altre informazioni e altre teorie vengono da coloro che vedono le cose non soltanto attraverso la materia, la neurofisiologia, o le reazioni chimiche interne al nostro cervello. Per queste persone l’arrampicata può essere assimilata, per la sua complessità, a un esercizio spirituale, se non addirittura a una forma di meditazione. Qualcosa che pone in contatto, in comunicazione universi separati e spesso distanti tra loro.

Non è nemmeno questo il mio approccio, forse si è capito. Mi accontenterei di una similitudine. Cioè vorrei paragonare quella sensazione positiva dell’arrampicata, che solo in alcuni casi riusciamo a realizzare, e a cui tendiamo comunque, e che spesso ci sfugge proprio mentre ci percepiamo, ahimé, rigidi, disarmonici, pieni di pensieri inutili. A volte è come se una vocina dentro, a metà fra il senso di colpa e il rimprovero, ci dicesse “non è così che dovevi mettere quel piede”, “in questo modo lo hai risolto con la forza”, e via rimuginando. Questo dialogo mostra che le due ipotetiche parti – mente e corpo – lavorano ancora in modo separato. C’è una guida (ovvero il pensiero) che entra in conflitto con se stessa perché evidentemente non riesce utilizzare nel modo giusto lo strumento (il corpo). Io non so bene come si possa lavorare su questo punto. So che molti si occupano attualmente di questo argomento, ed è addirittura di moda: escono articoli, libri.

arrampicata corpo e mente

Edu Marìn

Comunque sia, per tornare alla mia similitudine. Quando quello stato di grazia si realizza (per qualche oscura ragione), quando le voci interne finalmente tacciono, ci troviamo in una condizione simile a quando ascoltiamo una musica che ci piace molto. La musica non è più soltanto al di fuori del nostro corpo, come insieme di onde sonore che incontrano le nostre orecchie. Ma la musica sembra entrarci dentro, attraversarci: ci fa muovere le dita sul tavolo (se siamo seduti al tavolo). In altri casi sembra letteralmente impadronirsi delle nostre gambe, ci fa seguire il ritmo, ci spinge a ballare.

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Il corpo fa da solo. Ecco la sensazione. La mente ovviamente è all’opera, ma è come se fosse invisibile, o meglio, silenziosa. Felicemente distratta e operativa. Ci spostiamo lungo la parete, saliamo, come se la roccia fosse diventata qualcosa di nostro, con cui sappiamo bene come comportarci. Facciamo le cose giuste al momento giusto, e non potrebbe essere altrimenti. Perfino se esitiamo un secondo, se rallentiamo, quell’esitazione ha una sua precisa ragion d’essere.

La parete diventa una musica che scorre, scorre verso il basso, e noi siamo le note che stanno suonando, gli accordi, che ora procedono con calma, oppure fanno uno scatto in avanti, e ora si fermano per qualche istante. Come per un bravo pianista i tasti del pianoforte: dita, strumento e musica diventano una cosa sola.

Tu dirai: Bibo, ma che ti sei drogato? ma ti rendi conto di quello che hai scritto?

Sì, mi rendo conto.

Infatti ho cominciato dicendo che non è esattamente questo, quello che accade quando arrampichiamo. Ma è quello che vogliamo, o comunque vorremmo, quando arrampichiamo.

Bibez

arrampicata corpo e mente

Alex Puccio

Quello che vogliamo. Il corpo e la mente in arrampicata. ultima modifica: 2018-03-13T20:05:17+00:00 da Luca Bibez
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