Storie di appigli, Grotti: Assalto Frontale

Storia di un sasso che compie un viaggio di 800 chilometri, da Briançon a Roma, nel lontano 1992.

Raccolto da terra, ai piedi della piccola e famigerata falesia de “Les Traverses”… Raccolto da terra, dove giaceva con diecimila altri sassi anonimi da almeno diecimila anni, e riposto da Massimo nel suo zaino. Quella banale scaglia di calcare, lunga una decina di centimetri,  è predestinata per la sua forma, o per un misterioso non so che, a diventare un appiglio.

Rientrato a Roma, Massimo conserva il sasso tra le cose che appartengono al futuro. E due anni dopo, quando inventa con lo sguardo quella che è certamente una delle più belle linee di Grotti (25 metri di calcare grigio-chiaro strapiombante), Massimo pensa che sia arrivato il momento di realizzare ciò che è scritto nel destino della piccola pietra.

È quello un periodo – i primi anni  ’90 – nel quale, mentre sulle riviste si discute, ci si azzuffa, tra filosofia etica e ambientalismo new-age, sul fatto se sia lecito o no scavare le prese in falesia, di fatto in ogni falesia (o quasi) si scavano prese.

Nel 1994, quando Massimo chioda Assalto Frontale, a Grotti i trapani di Stefano, del Toffa e altri hanno già scavato, a volte senza molta fantasia, decine di buchi: mono, bi, triditi. Molti di quelli esistenti sono stati resi più generosi per le dita. Meno dolore e più prestazioni. Le vie della falesia si moltiplicano. È l’età dell’oro di Grotti. Buco ben fatto è un nome che sintetizza un’epoca.

Oggi forse si discute di meno, e forse si scava anche di meno. Scavare una presa o incollarla, c’è forse differenza? E rifarla dopo che si è rotta? Consolidarla affinché non si rompa? Chiudere un buco. Limare. Smartellare. Raschiare. “Gli do solo un colpetto! Tolgo questa puntina sennò fa male!”

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Cosa è giusto? Chi giudica chi? Dov’è il limite? Stai a vedere che alla fine siamo tutti un po’ egoisti, cioè umani. Anche e soprattutto quando facciamo la lezione agli altri.

Ma in questa storia non si parla del bene o del male. Non è una favola con una morale alla fine. È solo la storia di un sasso che è diventato appiglio. Come avrebbe detto Rimbaud: se la pietra si sveglia presa, non è certo colpa sua.

E infatti la prendono tutti, quella presa. Tutti quelli – e sono davvero tanti – che a partire dal 1994 si sono cimentati con Assalto Frontale (traccia numero 2 dell’album Terra di nessuno della band romana “Assalti frontali”). Tutti stringono quell’ex-detrito incollato con la resina fra il secondo e il terzo spit. Senza, non si sale. Fino a prova contraria.

Poi da quel sasso – ormai divenuto illustre – in più di quindici anni di salite, c’è chi ha moschettonato il terzo, chi ha preso magnesia, chi s’è acceso una sigaretta. Qualcuno è salito piano piano, e poi è arrivato a vista fino alla catena, tanti metri e bloccaggi più in alto.  Qualcuno ha detto invece “vabbè cala”. Perché di lì non s’è mosso.

La maggioranza degli scalatori prende il sasso, rigorosamente con la mano sinistra, alza i piedi e lancia con la destra a prendere un buco. Un bel buco netto, abbastanza facile da centrare, ma non troppo da tenere (addio on-sight, caro lettore!).

 

 

Finché un giorno, qualche tempo fa, il sasso si stacca. Una mano troppo forte? Un piede incauto? O forse è trascorso il periodo di tenuta della resina? (“Io ve l’avevo detto”, borbotterà qualche triste profeta).

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Il destino segue il suo corso implacabile. Il sasso è tornato a terra, fra gli altri sassi.

La sua breve gloria di appiglio è forse finita?

Adesso verrà un eroe dal Nord, un barbaro, che salirà la via senza il sasso, mostrando a tutti che quella presa naturale/artificiale, venuta anch’essa da tanto lontano, non era indispensabile per superare quel metro di roccia…

Invece no.

Dopo qualche tempo il sasso è di nuovo là. Re-incollato. Incollato come un re.

Ma il dubbio è immediato, e ci stringe le budella: è ancora lui, l’originale? o è invece una copia, un sosia: un impostore?

Parliamo con Massimo per avere una parola definitiva, ma lui non lo sa. Non ha seguito gli ultimi eventi. Non sa nemmeno se saprebbe riconoscerlo, il suo sasso. Come quelle madri che non sanno, a distanza di vent’anni, dopo una lunga guerra o una prigionia, se è davvero loro figlio che stanno riabbracciando.

Lui stesso, il sasso, non può dircelo. Le pietre, proprio come i muri, non parlano.

Se chiedi agli arrampicatori che passano di lì, scopri che il loro problema è: ma adesso il passaggio è più facile, più difficile, o uguale a prima?

Siamo andati a toccarlo, a provare di nuovo a stringerlo con le dita, quel sasso. Sei tu? Ti tengo? Ma non è saltata fuori nessuna notizia, nessun cenno di identità: altezza, peso, colore degli occhi.

Forse è lui, forse non è lui.

Caro sasso di Assalto Frontale, la tua è una storia di domande senza risposte. Una storia che comincia da lontano per non finire da nessuna parte. Meno che mai in catena. Meno che mai in un grado, in un numero.

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Non sappiamo nemmeno perché l’abbiamo trascritta, questa tua storia.

Forse perché non serve a niente, proprio come l’arrampicata.

Ne parlavamo l’altro giorno con Massimo, di quell’appiglio. Lui ridacchia e fa: “Guardate che ne ho tanti altri a casa, di sassi…”

Continua?

 

Storie di appigli, Grotti: Assalto Frontale ultima modifica: 2017-10-16T16:45:27+00:00 da Luca Bibez
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