Tutto cade, ma tu sei appeso al trave

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Roma. Febbraio 2018.

Tutto cade, ma tu sei appeso al trave.

È strano come la mente riesca ad essere legata all’arrampicata anche nei momenti in cui la vita viaggia profondamente per altri canali.
Ho appena concretizzato di aver commesso un errore gravissimo (per me stesso! sia chiaro), di aver sprecato un’opportunità unica, di quelle che non tornato tanto facilmente. Da mesi, credevo di avere tutto sotto controllo: contatti assicurati, decisioni prese, promesse fatte, documenti pronti, correzioni d’umore misurate momento per momento per arrivare alla meta in perfetto stato psichico. Purtroppo, si sa, il destino è beffardo e baro, tutto crolla in un istante, un momento sei lì, proiettato a vivere le emozioni sognate da anni e il momento dopo già ti stai chiedendo come mai tutto sia andato in frantumi poco prima di raggiungere il traguardo, senza tra l’altro aver avuto l’occasione di capire come sia potuto succedere…

A questo punto il parallelismo potrebbe essere lampante, ma non è così. C’è dell’altro. Nella preparazione si fanno delle scelte, ci si impongono delle limitazioni, si rimescolano le carte, alle cose divenute secondarie si sottraggono energie per sfruttarle poi maggiorate nell’attacco finale. Ad esempio, l’improvvisa latitanza dall’arrampicata è una di quelle. Salvi pelle, soldi e tempo che riversi nella vita da civile, convinto di fare un investimento, sicuro che magari ce la fai, che la roccia (maledetta!) per adesso può anche aspettare. Lasci alla scalata solo il tempo per una manciata di (selezionatissime) incursioni a provare quel progetto che, ahimè, proprio non riesci a dimenticare! Vorresti che quei miseri tentativi, strappati con l’ingegno al tuo lavoro, ti restituiscano la giusta ricompensa ad un periodo di restrizioni senza precedenti. Se riuscissi poi nell’impresa potresti anche eventualmente concederti il lusso di rimanere di diritto nella comunità degli arrampicatori! Il solo pensiero vale già metà delle rinunce.

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Viene poi però il giorno che ti atterra, fatalmente duro come quel progetto, il giorno in cui la tua scommessa di vita, quella per cui avevi dato tutto, sfugge implacabilmente al tuo controllo. Tutto cade, tu resti in piedi, ma non sai il perché. Intanto nella tua testa, tra la disperazione isterica e un sottile autocontrollo, che alla soglia dei trent’anni credi di aver guadagnato (almeno per par condicio), nei confronti della neo-esplorata società degli adulti, una piccola emozione risale dalle profondità dell’animo tradito, quasi a ricordarti che alla fine un appiglio c’è sempre e che, se non fai lo stronzo, sempre ci sarà.

Inizi allora a sentire un fremito nelle mani, una forza pulsante che si apre un varco, tra la confusione delle cose non fatte e i rimpianti delle cose perse. Una specie di “tocco positronico”, come nei migliori romanzi di Asimov, che ti guida verso uno stato mentale parallelo. Ad ascoltarlo bene ha anche un suo lato positivo. Sei incazzato nero eppure non molli. Anzi, con tua sorpresa, riesci anche a cogliere l’ambivalenza della situazione in cui ti trovi.

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Sul mio trave portatile sono inscritte due parole: Problem Solver! Sarà forse per uno scherzo del destino. Non è un caso, ma sono già al parco, sotto il pino (questa volta nella neve!) a fare sospensioni. Tiro come un dannato…la forza certo è calata ma le pulegge sanno ancora cosa fare! Lo smartphone mi da il conteggio dei secondi, faccio ripetizioni disumane, bloccaggi, trazioni disperate, scelgo le tacche più minute, quelle si che mi danno soddisfazione! La scheda che facevo di routine la ripeto a menadito, aggiungo pure qualche cosa. A dire il vero il reclutamento delle fibre oggi è un problema secondario, l’istinto pensa a tutto, la rabbia tiene il resto. Lo sforzo si trasforma in energia mistica che corrode il mio insuccesso.

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Vado avanti per un po’, incurante del contesto, quando tutto a un tratto qualcosa mi riprende. Non sento più le dita, mi ricordo che è notte e che ci sono solo il mio cane e il Buran a farmi compagnia. Lascio la presa, rimetto tutto nello zaino. La zip chiusa fino al collo e mi incammino verso casa.

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Certo non è cambiato nulla, anzi, la situazione è pure peggiorata, alla stanchezza del cervello ho sommato, senza accorgermene, anche quella fisica. Ma va bene così. In qualche modo tutto questo rientra in una situazione collaudata, nella quale il torpore muscolare paga il conto, a caro prezzo, sulla durezza della giornata.
Niente di speciale, solo il fastidioso riscatto sui fallimenti del proprio essere normale.

Federico

Tutto cade, ma tu sei appeso al trave ultima modifica: 2018-03-05T10:22:07+00:00 da Redazione
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