Guerriglieri islamici affiliati all'IMU

Beth Rodden – Un Viaggio Interiore (seconda puntata)

Beth Rodden, una delle maggiori esponenti dell’arrampicata americana di inizio anni duemila, racconta la sua vita di scalatrice professionista in un lungo viaggio interiore alla scoperta di sé, delle sue paure e delle sue insicurezze. In questa seconda puntata: la spedizione nella remota valle di Kara Su in Kirghizistan, composta da Beth Rodden, Tommy Caldwell, John Dickey e Jason “Singer” Smith, viene presa on ostaggio da un gruppo Guerriglieri Islamici dell’IMU.  Fatale epilogo. Può la vita continuare dopo quanto è successo?

La prima puntata si trova qui.

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Arrivati al campo base trovammo un soldato accasciato contro una roccia. Aveva del sangue sui pantaloni e un sacco a pelo di flanella ripiegato sotto al braccio. Si chiamava Turat, era un giovane militare dell’esercito regolare Kirghizo, fatto prigioniero quella stessa mattina. Fece il gesto di passarsi tre dita sulla gola. Capimmo il messaggio: era stato catturato con altri tre compagni che erano stati tutti uccisi.

Per il primo progetto di salita in Kirghizistan Tommy ed io avevamo cominciato a lavorare ad una via che avrebbe dovuto percorrere il Muro Giallo: una linea di quasi 800 metri di granito ricoperto di lichene verde. Impiegammo giorni per abituarci allo stile e per trovare le sequenze necessarie a percorrere quelle placche verticali. Jason e John ci raggiunsero per quello che avrebbe dovuto essere il push finale, che avevamo preventivato essere di tre o al massimo quattro giorni. Caricammo materiale, cibo e vestiti nei sacconi, lasciando il resto nelle tende del campo base. L’11 agosto, giorno in cui Tommy compiva 22 anni, al termine di una lunga giornata di arrampicata approntammo la prima sosta su portaledge a circa 200 metri da terra. Mi ero portata una candelina che mettemmo sul pudding al cioccolato per cantare tanti-auguri-a-te.

Ci svegliammo al rumore degli spari. Tre uomini stavano sparando a casaccio verso la nostra sosta. Io iniziai immediatamente a piangere, più per il rimpianto che per la paura: perché mai avevo lasciato Davis? Che cosa mi era venuto in mente? John, che, a 25 anni, era il più grande del gruppo, si offrì volontario per scendere a parlare con loro. Si portò la radio e appena fu a terra offrì agli uomini sigarette e cioccolato. Quelli gli risero in faccia.
John allora ci chiamò via radio: dovete scendere.

I ribelli avevano capelli neri, barbe lunghe, granate, fucili e coltelli alla cinta. Due di loro sembravano avere più o meno la nostra età. Il terzo, che sembrava il capo, era più vecchio di una decina d’anni. Erano guerriglieri dell’IMU.

Durante la marcia forzata per tornare al campo cercai di aggrapparmi all’ipotesi (o per meglio dire alla speranza) che quegli uomini fossero solo in cerca di soldi o di qualcosa di valore. Ma il campo, quando arrivammo, sembrava la scena di un crimine. I guerriglieri avevano tagliato le tende e sparpagliato tutta la roba in giro. Al campo trovammo anche un altro soldato, accasciato contro una roccia. Aveva del sangue sui pantaloni e un sacco a pelo di flanella ripiegato sotto al braccio. Si chiamava Turat ed era un giovane militare dell’esercito regolare Kirghizo, fatto prigioniero quella stessa mattina. Fece il gesto di passarsi tre dita sulla gola. Capimmo il messaggio: era stato catturato con altri tre compagni che erano stati tutti uccisi.

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Ravshan Sharipov

In un video, realizzato dai ribelli pochi giorni prima, si vede, al centro, uno dei rapitori: Ravshan Sharipov, conosciuto come Su – ph. Greg Child Collection

Gli assalitori abbaiavano ordini e ci fecero capire a gesti che volevano i nostri passaporti. Riuscimmo a recuperare le giacche e a raccogliere qualche Powerbar. John trovò una Polaroid di me e Tommy e la fece vedere ai ribelli, con la teoria che, se avessero pensato che eravamo marito e moglie, forse non mi avrebbero stuprata. Cercai di diventare insensibile. Poteva essere un’idea? Mostrarsi indifferente avrebbe dato un’impressione di stoicismo e non volevo che gli altri si accorgessero di quanto ero spaventata. Era la tipica mentalità da arrampicatore: mai mostrare debolezza. Intanto, dentro di me, la mente si avvitava pensando al peggio. Avrei almeno voluto non essere vergine, nel caso mi avessero effettivamente violentata. Avrei voluto che la prima volta fosse stata con Tommy.
Continuammo a marciare. Turat, il nostro compagno di sventura, era con noi. Qualche ora più tardi, dopo un pesante scontro a fuoco con l’esercito Kirghizo, i rapitori presero Turat, lo portarono dietro ad una roccia poco distante e gli spararono in testa. Non potevo permettermi di elaborare quello che era successo perché altrimenti mi avrebbe distrutto. Capivo bene che, se davo l’impressione di essere a pezzi, i rapitori probabilmente non avrebbero mostrato nessuna pietà nei miei confronti.

Quella notte ci accucciammo tutti e quattro sotto il sacco a pelo di Turat e cercammo di prendere sonno. Almeno non eravamo soli. Ma il mattino seguente i ribelli ci divisero in due gruppi: Jason e Tommy da una parte, John ed io dall’altra. In quel modo avrebbero avuto meno difficoltà a nasconderci. Il rapitore più anziano, di nome Abdul, ordinò a me e a John di infilarci sotto ad un grosso sasso, proprio vicino al torrente impetuoso che solcava la valle. Il livello dell’acqua salì durante il giorno, mano a mano che la neve si scioglieva. I vestiti erano zuppi e la mascella mi faceva male per la tensione. Abdul non ci diede da mangiare, anche perché non aveva nulla. Di notte, mentre riprendevamo la marcia, ognuno di noi mangiò una barretta, le nostre calorie per la giornata. Dividemmo il cibo con i rapitori. Avevamo bisogno della loro pietà. Il mattino dopo stessa routine. Nascondersi, morire di fame e di freddo e riprendere la marcia non appena faceva buio. Abbracciavo John in cerca di un po’ di calore. Lui fu gentile e mi fece raccontare dei miei piatti preferiti e della mia infanzia in California.

Yellow wall, Kara Su valley

La parete della Yellow Wall, il Muro Giallo, valle di Kara Su. Alle spalle il Pik Piramidal’nyj innevato – ph. credits Spedizione Club Alpino Accademico Italiano 2015

Poco prima avevo sorriso ad Abdul, nella speranza di essergli simpatica e indurlo così a risparmiarci. Adesso lui si masturbava poco distante. Poi si sentì solo, oppure sentì freddo o noia, e si infilò sotto al sasso vicino a noi. Mi ricordo la sua faccia ed il suo odore. Mi repelleva mentre mi abbracciava ma avevo anche bisogno di quel calore. Cercai di ritrovare quella mentalità da climber, quella capacità di focalizzare l’attenzione unicamente sul piccolo spazio che hai di fronte, quella capacità di tenere a bada la paura. Ero sollevata che Tommy non fosse lì con noi. Conoscevo i suoi genitori. Conoscevo la sua stanza da bambino. Mi sentivo in qualche modo responsabile per lui. Quella notte, quando tutto il gruppo fu riunito per continuare a camminare, Jason e John cominciarono a discutere su come cercare di uccidere i rapitori. Erano rimasti solo in due ora, Abdul e un giovane un po’ goffo che rispondeva al nome di Su. Nessuno di loro sembrava particolarmente esperto di come muoversi in montagna. La quarta notte collassai, letteralmente, cadendo pesantemente mentre scendevamo da una collina. Qualcosa si era rotto dentro. Non riuscivo a smettere di tremare. Non riuscivo a smettere di piangere. Per di più, osservando le pareti, ci accorgemmo con orrore che Abdul ci stava facendo girare in tondo. Nemmeno lui aveva un piano preciso per come portare a termine tutta la faccenda.

I ragazzi non avevano parlato d’altro per tutto il giorno. Non dissi di no. Non dissi niente. Era chiaramente la nostra unica possibilità.

Il sesto giorno Abdul si allontanò dal gruppo per andare in cerca di cibo, vestiti e batterie per la radio. Il che ci lasciò soli con Su, che inciampava continuamente non appena la salita diventava un po’ più accidentata. Iniziammo a salire per una specie di rampa di granito, alla fine della quale c’era un precipizio.
“Che faccio, lo spingo di sotto?” mi chiese Tommy. I ragazzi non avevano parlato d’altro per tutto il giorno. Non dissi di no. Non dissi niente. Era chiaramente la nostra unica possibilità. Su arrancava a fatica davanti al gruppo, sulla placca che diventava sempre più ripida, con l’AK47 a tracolla. Tommy impiegò un secondo per fare uno scatto e portarsi alle sue spalle. Afferrò la cinghia del fucile e la tirò verso il vuoto. Il corpo rimase sospeso in aria per un momento, poi fece un suono di ossa rotte e come di qualcosa che si sgonfia quando rimbalzò sulla roccia della cengia venti metri più sotto.
Tommy crollò qualche istante più tardi. Era disperato e pensava che non l’avrei mai più amato sapendo che aveva ucciso un uomo. Pur essendo io stessa traumatizzata, cercai di rassicurarlo, di dirgli che gli avrei voluto bene comunque. Dentro di me mi ripetevo che non avrei mai potuto abbandonarlo ora, dopo quello che era successo.

tommy caldwell, beth rodden, jason smith, john dickey

I membri della spedizione su un elicottero dell’esercito mentre fanno ritorno a Bishkek il giorno dopo la liberazione. (AP Photo/APTN)

Quella notte corremmo per una quindicina di chilometri, cantando Moonshadow di Cat Stevens, mentre ci muovevamo dentro e fuori la luce della luna. Speravamo di trovare ancora l’accampamento militare che avevamo visto al nostro arrivo. Quando fummo vicini i soldati cominciarono a sparare in aria salve di avvertimento. Iniziammo allora ad urlare “Americani! Americani!” e si fermarono. Una volta dentro ci diedero acqua, sardine in scatola e sigarette. Il giorno dopo fummo trasferiti prima ad un’altra base militare e poi in elicottero a Bishkek fino all’ambasciata statunitense. Nessuno si era nemmeno accorto che eravamo stati rapiti.

Di ritorno a Davis la vita mi sembrò vorticosa e caotica. L’attenzione di tutti era rivolta a noi e a quello che era successo. Alcuni climber sembravano addirittura invidiosi, come se quell’esperienza orribile ci fosse servita per bruciare le tappe della popolarità, facendoci finire sulle prime pagine di tutti i giornali.

Tommy rimase a Davis per un po’. I miei installarono un letto matrimoniale nella mia camera. Io non la smettevo di mangiare. Ad un certo punto il padre di Tommy ci fece notare che era già qualche settimana che non andavamo ad arrampicare. Era davvero possibile che un’idea simile gli fosse passata per la testa? Anche Tommy, fedele alla sua educazione e a come era stato cresciuto, aveva in qualche modo deciso di usare quella esperienza per crescere, di usare il trauma del rapimento per diventare più forte. La narrazione epica degli ostaggi che riescono a liberarsi dai rapitori sembrava funzionare per lui. Durante quei sei giorni avevamo imparato che saremmo stati in grado di sopportare più di quanto pensavamo fosse umanamente possibile, molto più di quello che avevamo potuto sopportare persino durante le nostre arrampicate più dure.

Tommy aveva una visione molto chiara della direzione che voleva far prendere alla sua (nostra) vita. Io invece non avevo nessuna visione. O almeno, non più. Per inerzia seguivo quella di Tommy.

 

 

Fine della seconda puntata. Continua ….

 

 

Beth Rodden – Un Viaggio Interiore (seconda puntata) ultima modifica: 2018-03-27T16:39:37+00:00 da Redazione
1 Commento
  1. […] La prima puntata si trova qui, la seconda qui. […]

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