Beth Rodden – Un Viaggio Interiore (terza – e ultima – puntata)

Beth Rodden, una delle maggiori esponenti dell’arrampicata americana di inizio anni duemila, racconta la sua vita di scalatrice professionista in un lungo viaggio interiore alla scoperta di sè stessa, delle sue paure e delle sue insicurezze. 

La prima puntata si trova qui, la seconda qui.

_________________________________________________________

Volevo tornare ad amare l’arrampicata. Il freddo o la fame mi mandavano però fuori di testa e facevano risalire i brutti ricordi.

 

A Maggio dell’anno successivo Tommy mi aiutò con il trasloco. Andammo ad abitare in una casa di di legno a Estes Park, vicino ai genitori di lui. Nel frattempo avevamo saputo che Su, il rapitore che Tommy aveva spinto giù dalla cengia e che credevamo morto, era invece miracolosamente sopravvissuto alla caduta (Ravshan Sharipov, conosciuto dai membri della spedizione come “Su”, fu in effetti ritrovato vivo dall’esercito Kirghizo quasi subito dopo la liberazione degli ostaggi. Nel 2001 fu accusato di rapimento e terrorismo e condannato a morte. Non è chiaro se la sentenza sia poi stata effettivamente eseguita. Ndr.) Io avevo lungamente cercato di ritrovare me stessa. In verità quello che avevo fatto era stato solo di ricacciare il Kirghizistan giù in profondità, chiudendolo dentro a un contenitore sigillato. Avrei tanto voluto tornare a essere perfetta. Avrei voluto che anche la mia relazione diventasse perfetta, quella stessa relazione che non ero nemmeno sicura di voler avere. Chiesi ad un artigiano di creare un pendente d’argento per Tommy. C’era scritto: T.C. IL MIO EROE. IL MIO SALVATORE. IL MIO AMORE. Lui se lo annodò al collo con una stringa di cuoio. Quando ci trasferimmo gli chiesi di portarmi in braccio attraverso la porta di casa, perché questo è quello che fanno le coppie perfette. Era la mia prima vera casa. L’avevamo sventrata e ricostruita daccapo, facendo tutto da soli.

Beth Rodden – Indian Creek, Paticucci photo

Volevo tornare ad amare l’arrampicata. Il freddo o la fame mi mandavano però fuori di testa e facevano risalire i brutti ricordi. Quindi, prevalentemente, ci allenavamo. Anni prima il padre di Tommy, un ex body builder, aveva trasformato il garage di casa in una palestra, saldando e costruendo bilancieri, manubri e panche, che la madre aveva rivestito cucendo le imbottiture.
Ora che Tommy aveva deciso di prendere l’arrampicata sul serio il padre lo aiutò a costruire una specie di garage, che conteneva un muro d’arrampicata e un’altra diavoleria chiamata The Finger Machine.

Il padre si irritava immediatamente. “Che cosa fa lui che tu non puoi fare? Devi concentrarti di più sull’allenamento invece di cazzeggiare!”

La parete era di 3,5×3,5 metri ed aveva una angolazione di 43 gradi. Alcuni vecchi materassi erano posati per terra per attutire le cadute. Non c’era nessun isolamento o protezione contro il freddo. Niente vernice o nastro colorato per segnare le prese. Mi sfinivo volentieri là dentro, in parte per il puro piacere di allenarmi, ma soprattutto per altre ragioni. Uno: volevo bloccare il dolore psicologico, e due: dovevo prepararmi per affrontare le inevitabili critiche che puntualmente sarebbero arrivate alla fine di ogni mese con l’uscita delle riviste di arrampicata. Se né io né Tommy fossimo stati presenti su una rivista importante con almeno un articolo di rilievo la faccia del padre di Tommy avrebbe immediatamente espresso la sua irritazione. Se, per esempio, Dave Graham liberava una via dura, lui avrebbe subito attaccato con il terzo grado: “cos’è questa via che Dave ha liberato? E’ più dura di Kryptonite?”. “Che cosa fa lui che tu non puoi fare? Devi concentrarti di più sull’allenamento invece di cazzeggiare!” I rimproveri del padre non sembravano turbare Tommy. Annuiva, biascicava un si, e poi si allenava ancora più duramente.

ph. Corey Rich Productions

Nel novembre del 2001, circa un mese dopo aver liberato la mia prima via realmente dura dopo il rapimento, ero al telefono con mia madre quando sentii Tommy urlare. Era quasi lo stesso tipo grido di quando aveva spinto di sotto Su. Lasciai cadere il telefono e mi precipitai sul retro della casa, dove stavamo costruendo una tettoia per la lavatrice. La sega circolare era ancora accesa. La mano sinistra di Tommy e il suo avambraccio erano ricoperti di sangue. “Il dito, il dito! Cazzo mi sono tagliato il dito!”

Cercai di gridare più forte, di dirgli che era tutto ok, anche se evidentemente non lo era. Ritrovai il dito staccato nel mucchio della segatura. Era ancora duro e spesso per via dei calli e ancora caldo al tocco. Lo misi in un sacchetto freezer con del ghiaccio.

Tommy avvolse la mano in uno strofinaccio da cucina. Mentre infrangevo i limiti di velocità verso l’ospedale cercavo di rassicurarlo, e quando arrivammo all’ospedale di Estes Park, Tommy aveva smesso di urlare. Era una cosa che sapevamo fare entrambi, soprattutto lui. Restare calmi sotto una pressione enorme. I dottori lo trasferirono d’urgenza all’ospedale di Fort Collins, dove rimase per due settimane. Il chirurgo gli riattaccò il dito, ma la circolazione non riprendeva. Dopo un paio di operazioni senza successo decisero di toglierlo.

In quel periodo facevamo serate con proiezione di diapositive. Ovviamente tutti chiedevano ancora del Kirghizistan e quello che trasmettevamo era sostanzialmente un messaggio positivo: eravamo stati rapiti, era stato terribile, eravamo riusciti a scappare e questo ci aveva reso più forti e determinati. Tommy decise di applicare la stessa strategia al dito. Ricominciò ad arrampicare ancor prima di togliere i punti. Sei settimane più tardi faceva blocchi. Sei mesi dopo l’incidente fece il Nose in libera in giornata.

Tommy era invincibile, e io cercavo di essere come lui. Ci sposammo nella primavera dell’anno successivo, nel 2003. Avevamo gli stessi sponsor, lo stesso numero di telefono e lo stesso indirizzo email. Acquistammo un lotto di terreno a Yosemite West, una zona privata all’interno del parco di Yosemite. Volevamo costruire la nostra prima vera casa. Il piano, di Tommy era quello di riversare tutto il nostro tempo, tutte le nostre energie, tutta la nostra passione e tutte le nostre ambizioni nell’arrampicata. Io, come al solito, mi adeguai.

Beth Rodden, The Optimist, 5.14b. Ph. Corey Rich

In realtà sembrava anche funzionare. I miei sogni di diventare arrampicatrice professionista si stavano trasformando in realtà e stavo cominciando a farmi un nome nel liberare vie di fessura corte e durissime. Tommy diventò invece il migliore nel salire in libera molte delle vecchie vie di artificiale su El Cap. Facemmo il patto di supportarci a vicenda nei rispettivi progetti, che potevano anche durare settimane o perfino mesi. A Smith Rock liberai The Optimist, realizzando la prima femminile di una via di 8c. Poco dopo io e Tommy salimmo in libera il Nose in coppia, diventando la terza e quarta persona a farlo (la prima, ovviamente, era stata Lynn Hill). Mi ricordo che stavo seduta sulla cima del Capitan e che mi tolsi le scarpe. Guardavo i piedi gonfi e la Middle Cathedral sullo sfondo mentre facevo sicura a Tommy che saliva l’ultimo tiro. Ero sopraffatta dal mix di emozioni che provavo in quel momento. Felicità, soddisfazione ma soprattutto sollievo. Il Nose in libera! L’avevo sognato così a lungo! Ora che il sogno si era avverato credevo che avrei provato una calma interiore. Pensavo che mi sarei sentita felice e forte.

Beth Rodden – The Nose roof, ph. Corey Richards

L’euforia durò una settimana. Forse un mese. Mano a mano che il tempo passava non mi sentivo più tanto forte. Tommy e io continuavamo ad arrampicare, ma non parlavamo molto del passato. Ci eravamo convinti di stare andando avanti. Nel 2006 cominciammo a costruire la casa a Yosemite West e anche quello fu un qualcosa di euforico, almeno all’inizio e per un periodo. Presto mi sentii però come incastrata a dover costruire una casa che non volevo e a dover difendere un matrimonio che non aveva né leggerezza né passione. Non eravamo mai veramente in grado di rilassarci assieme. Non avevamo mai fatto una vacanza o comprato un albero di natale. La vita da amanti non era per noi, e quel clic scattava molto raramente. Ero invece terrorizzata dall’arrampicare con qualcun altro che non fosse Tommy. Non sopportavo nemmeno di doverlo fare con altre persone presenti. Non ero in grado di gestire le aspettative estreme che immaginavo il mondo avesse nei miei confronti. L’idea di dover essere sempre quella persona che fa l’8c come se niente fosse, quella persona descritta dagli articoli sulle riviste di arrampicata, quella persona dotata di una pazienza senza fine, in grado di sorridere sempre e di indossare sempre un abbigliamento perfetto. Mi odiavo per il mio stesso perfezionismo e odiavo Tommy perché non era in grado di impedire che mi abbuffassi di cibo di notte davanti al frigo, quando cercavo di riempire il vuoto che mi divorava. Vivevo solo per quelle rare giornate in cui io e lui decidevamo di scomparire col furgone, dormendo per strada dove capitava. Ci saremmo infilati le giacche pesanti e avremmo camminato per ore fino a una falesia lontanissima da tutto, dove avrei potuto scalare anche in mutande senza provare vergogna.

Nel settembre del 2007 avevo cominciato a provare una fessura a Yosemite. Ron Kauk, uno dei miei idoli di quando ero adolescente, aveva chiodato la sosta anni prima, ma non era mai riuscito a farla in libera, nonostante i tentativi. Era più difficile di qualsiasi altra fessura in quello stile in Yosemite. Pensavo fosse almeno 8c+. Era il tiro perfetto per me: una fessura lunga e sottile, leggermente strapiombante e da proteggere, che richiedeva elaborati incastri di dita su appoggi pressoché inesistenti. Per sei mesi, mano a mano che veniva il freddo, avevo provato il tiro con la corda dall’alto. L’avevo chiamato Meltdown. Mi scaldavo le dita prima di partire infilandole nel colletto della giacca e le raffreddavo di nuovo incastrandole nella roccia. A gennaio iniziai a provare la via dal basso, attaccando le protezioni all’imbragatura con lo scotch, in modo da poterle inserire nella fessura più velocemente. […] A febbraio la neve del precoce disgelo fece salire il livello dell’acqua alla base della via. Il tempo stava per scadere. Finalmente il giorno di San Valentino del 2008 riuscii a salirla in libera. Non riuscivo a crederci quando passai la corda nel moschettone della sosta. L’avevo fatta. Ero esausta, fiera e sollevata. Sapevo di non avere più altre scuse per esimermi dall’affrontare il resto delle cose che non andavano nella mia vita.

Con Tommy era finita. Il nostro rapporto andava in pezzi. Eravamo stati perfetti. Non c’era rimasto niente che si potesse ulteriormente perfezionare. Io ero sempre infelice e depressa. Mi strappai un legamento del dito. Era come se il mio corpo non potesse accumulare ulteriore stress. Tommy invece continuava a spingere. I suoi obiettivi erano sempre più grandi, sempre più duri e sempre più impegnativi. Avrei tanto voluto sostenerlo. Lo amavo e ci eravamo sempre presi cura uno dell’altra. Quando eravamo in parete riuscivo sempre a indovinare se avesse bisogno di cibo, di riposo o di una spinta di motivazione per fargli ingranare una marcia in più. Ma adesso ero stanca. Stanca di inseguire un risultato che sapevo non mi avrebbe reso felice. Cominciai ad essere ossessionata dalla normalità, questa sconosciuta. Quando le mie amiche, che conducevano delle vite assolutamente e beatamente normali, parlavano di sesso e di passione io semplicemente annuivo in silenzio. Niente di quello che dicevano mi era familiare, non avendo mai provato quel tipo di esperienza.

“Ma che cazzo fai” gridai. “Ma che ti prende?”

Fu in quel momento che incontrai qualcuno.

Cercai di farmelo uscire dalla testa, ma mettere a tacere i sentimenti era un processo che conoscevo fin troppo bene e che non volevo fare più. Sapevo che l’abbandonarsi sarebbe stato terribile ed ipocrita. Cercai di resistere, ma non avevo messo in conto il desiderio, che mi travolse come un fiume in pena. Ero estasiata dall’essermi innamorata di qualcuno.

Yosemite West è un posto terribile in cui vivere per due persone che devono decidere se stare inseme ancora oppure no. E’ così bello, tranquillo e solitario, circondato da montagne talmente maestose che ti fanno sentire piccolo ed insignificante, persino nelle tue giornate migliori. Dissi a Tommy della mia storia in un caldo pomeriggio dell’ottobre del 2008, nel soggiorno della casa che avevamo costruito insieme, seduti sul divano verde di mia nonna, che era stata sposata per 50 anni. Lui rimase calmo. Era la sua specialità: rimanere apparentemente composto anche sotto pressione. Solo una volta, mentre andavamo al counseling di coppia, lo vidi esplodere. Mentre era alla guida sulla statale 5 colpì con un pugno il tettuccio della Honda Civic. Il parasole si mise di traverso al parabrezza. Tommy perse il controllo e la macchina finì fuori strada.

“Ma che cazzo fai” gridai. “Ma che ti prende?”

Lui disse “Mi dispiace. Perdonami”.

Tornammo quindi al nostro stoicismo e alla nostra arrampicata. Randy, la persona di cui mi ero innamorata, era un ingegnere software che lavorava nella Bay Area. Era appassionato di bouldering e l’arrampicata era semplicemente il suo hobby. Non capiva molto il mio lato di atleta professionista. A lui piaceva stare alzato fino a tardi. Gli piaceva il cibo thailandese. A volte pensava di andare in palestra dopo il lavoro, ma poi magari cambiava idea e andava a bersi una birra con gli amici. Che faccia tosta! Tommy nel frattempo se ne andò di casa. Fu terribile. Lo vidi cambiare, lo vidi usare la sua capacità innata di trasformare il dolore in qualcosa che lo rendeva più forte, cercando di placare la sofferenza che gli avevo causato.

Io cominciai a provare Magic Line, una fessura di 8c+ a Vernal Fall, una via salita da Ron Kauk che non era mai stata ripetuta. Avevo pensato che se fossi riuscita a liberare Magic Line avrei dimostrato a me stessa che le mie capacità di atleta non si sarebbero disintegrate a causa del divorzio. Una fredda mattina di novembre pensavo di avercela fatta. Ero a pochi metri dalla catena. Ma quando già stavo pregustando il successo partii di testa e caddi poco dopo, subito sotto la catena.

Ron Kauk sulla sua irripetuta Magic Line, 5.14b

Guidai verso casa. Cercai di prendermela con calma. Continuai con l’allenamento. Randy fu paziente e supportivo, ma aveva i suoi limiti. La prima volta che lo svegliai alle cinque del mattino per poter andare a provare la via all’alba mugugnò qualcosa nel letto e si girò dall’altra parte. Ma non sapeva che la via era al sole dalle 11 in poi? Che la mattina presto era il mio momento migliore?

Tommy ed io divorziammo nel 2009. Comprai la sua quota della casa a Yosemite e lui tornò a vivere in Colorado. Nel 2012 sposai Randy. Questa volta fu diverso. Lo amavo ma rimanemmo comunque due persone distinte ed imperfette: lui ed io, non noi. Nel 2014 nacque Theo. Tutti i bambini richiedono che i genitori si stacchino da certe cose, anche importanti. Questo per me fu un percorso particolarmente difficile, dal momento che fino ad allora avevo legato indissolubilmente la mia vita al successo sportivo ed al controllo. Dividevamo il nostro tempo tra Yosemite e la Bay Area, e una mattina, mentre ero in un parco a Berkeley, Theo cominciò a giocare con un bambino dall’aspetto mediorientale. Il mio primo impulso fu di prenderlo per mano e di portarlo via. Erano anni che vivevo ancora spaventata, che cambiavo di fila al supermercato se qualcuno con una vaga somiglianza orientale si metteva in fila dietro di me. Era una cosa di cui mi vergognavo, ma forse non abbastanza per decidere di riaprire il trauma che avevo chiuso in quella scatola anni prima. Stavo cercando di vivere una vita vera, un amore vero e relazioni vere e non volevo passare quel fardello a mio figlio. Andai in terapia e cominciai a parlare del Kirghizistan, dell’esperienza che mi aveva fatto rifugiare ancora di più nelle mie manie di perfezionismo, proprio nel momento in cui avrei dovuto lasciarmi tutto alle spalle. Cercai di staccarmi dalla mia figura di arrampicatrice, cercai di superare il mio istinto innato che mi faceva sigillare tutto in compartimenti stagni, inclusa la paura. Volevo solo essere una buona madre. Questo significava accettare di affrontare la vita come un essere vulnerabile ed imperfetto.

Il processo fu, come direbbe qualcuno, epico. Tutti i dettagli erano ancora così vividi, specialmente quelli di quella fatidica notte: la faccia di Tommy, le sue lentiggini, la postura delle sue spalle, il suo grido ed il rumore del corpo che sbatteva sulla cengia. Al termine di una sessione particolarmente dura mi sentii come se fossi reduce da una commozione cerebrale. Mi vidi estrarre le chiavi della macchina dallo zaino, sentii le parole dell’analista, ma era come se non fossi lì. Il cervello non riusciva a tenere il passo.

Pensavo che quella notte avrei avuto gli incubi, e invece no. Il giorno dopo stavo bene ed anche il giorno dopo ancora. Mi dissi che forse ero abbastanza forte da superare anche questa prova.

Il futuro, il mio, quello di Theo, quello di tutti noi, è incerto. Quello che faccio ora è allenarmi e cercare di scalare il più possibile. La tolleranza del mio corpo per le fessure difficili è certamente diminuita. Faccio sempre progetti per liberare vie dure, e probabilmente sempre li farò. Ma ora, e spero per molti altri anni a venire, il progetto in cima alla lista è quello di godermi la montagna con Randy e con Theo. Lui ha appena imparato a fare le parate nel bouldering. Alza le mani a malapena sopra la testa, sicuro di avere la forza necessaria per parare il padre mentre fa bouldering a Camp 4.

Anche Tommy si è risposato e ha due figli. Gli sono grata per gli anni che abbiamo trascorso insieme. Senza di essi non sarei stata in grado di trovare la forza per vivere una vita che è più ricca e complessa, anche se, a volte, difficile. Spesso vado in macchina con Theo giù per la valle. Ci stendiamo nei prati sotto El Cap e lui butta i sassi nel torrente. Qualche volta riesco ancora a percepire la pressione del tape sulle mani. So ancora come dovrebbe fare il corpo per muoversi sulla roccia, ma non sempre le cose vanno nel modo desiderato. Quando sono onesta con me stessa riconosco di cercare ancora la performance e la prestazione. Questo forse è la prova concreta che sto facendo la cosa giusta.

Ora i sacchetti-frigo sono pieni di cracker, biscotti e frutta. Non sempre li metto dentro alle tasche giuste dello zaino. Theo li estrae e rovescia tutto. Quando guardo alle pareti di granito cerco di ricordare che il coraggio e la bravura sono qualcosa di estremamente personale e che la forza che desidero per me stessa non si misura con il numero di trazioni alla sbarra. Cerco inoltre di ricordarmi sempre che, in realtà, non ho mai avuto il controllo, anche quando pensavo di averlo.

Beth Rodden (3) ultima modifica: 2018-04-10T09:40:09+00:00 da Redazione
0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Newsletter Livellozero
La nostra newsletter è gratuita. Breve. Interessante e colorata. Qualche volta persino divertente. Quelli che si iscrivono sono più di che quelli che si cancellano. Il che vorrà dire qualcosa.
Vai Tranquillo
Iscriviti alla Newsletter

Accedi con le tue credenziali

Hai dimenticato le tue credenziali?