Beth Rodden (1)

Beth Rodden – Un Viaggio Interiore (prima puntata)

Beth Rodden, una delle più talentuose arrampicatrici americane della fine degli anni 90 e dell’inizio degli anni duemila, racconta la sua vita di arrampicatrice professionista in un lungo viaggio interiore alla scoperta di se stessa, delle sue paure e delle sue insicurezze. In questa prima puntata: dalle competizioni di arrampicata indoor dell’adolescenza alla terribile esperienza del rapimento con Tommy Caldwell in Kirghisia per mano dei ribelli ed ai drammatici avvenimenti che ne seguirono. 

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Dire che ero totalmente impreparata sarebbe stato fin troppo generoso. Avevo zero esperienza di spedizioni e non ero mai salita su una parete che fosse più alta di sessanta di metri. Non sapevo come risalire su una maniglia jumar o come piazzare un friend. Ero come uno studente della scuola di musica di quartiere chiamato a suonare al Metropolitan.

Prima del rapimento, prima della scoperta del caos totale che è l’amore vero, ero una vera fanatica della routine. Fin dai primi anni del liceo la mia vita era totalmente regolata. Lunedì, arrampicata in palestra. Martedì, riposo. Mercoledì allenamento leggero, qualche biscotto Bisquick e uova per cena. Giovedì  preparazione dei bagagli. Tutto quello che mi sarebbe servito per i week-end di gara lo imbustavo in sacchetti singoli da freezer. Le Mythos viola in un sacchetto, la magnesite ed il portamagnesite blu in un’altro, l’imbragatura nera in un terzo. Quindi mettevo i sacchetti in tasche separate dello zaino viola.

Il venerdì mattina mi preparavo il cibo per il viaggio: cerali Just Right (con uvetta precedentemente tolta) in un contenitore Tupperware. In un altro contenitore mettevo quattro mele, già sbucciate e tagliate a spicchi, che avrei in parte mangiato durante il volo. Il venerdì pomeriggio prendevo l’aereo con mio padre. Appena atterrati avremmo preso una macchina a noleggio alla Hertz (sempre Hertz e sempre una Mercury Mistique). Una volta l’impiegato del banco prenotazioni aveva detto a mio padre: “Signor Rodden, lei ha dei gusti ben precisi in fatto di macchine!” Mio padre aveva sorriso. Alloggiavamo sempre in un hotel della catena Courtyard, anche se questo avrebbe magari significato un’ora di guida in più per arrivare alla palestra. La sera prima della gara cenavamo immancabilmente in un ristorante Olive Garden ed il pasto consisteva in: due grissini e mezzo, un piatto di penne al sugo e un’insalata, accompagnati da un succo di fragole. Il sabato mattina mi facevo una doccia e bevevo una bottiglia di acqua Evian. Quindi indossavo il reggiseno sportivo grigio scolorito, pantaloncini neri, calze verdi spesse, scarpe Teva e il pile a quadri di mio padre. Avevo 15 anni. Ero alta un metro e mezzo, pesavo meno di quaranta chili e facevo trazioni su due dita. Se mi piazzavo prima, seconda o terza mi concedevo due palline di gelato Baskin-Robbins ai gusti di vaniglia-cioccolato-caramello e cioccolato-menta. Sempre in coppetta, mai cono.

I miei genitori erano i miei più grandi sostenitori. Sapevano incoraggiarmi senza essere mai risultare oppressivi. La mia routine, il mio regime erano totalmente auto-imposti. Ero molto superstiziosa. Vivevo con loro in una casa a Davis in California, ed amavo profondamente la mia vita, così efficiente ed iper-razionale. Pensavo che le feste ed i party del liceo fossero soltanto una perdita di tempo. Mi stressavo talmente con lo studio che mi ero fatta venire le vesciche alle dita per gli appunti infiniti che scrivevo, mentre mio fratello passava ogni verifica senza nemmeno studiare.

Beth Rodden, To Bolt or Not to Be, 5.14a – photo Dan Patitucci

Dopo il liceo mi iscrissi all’University of California, sempre a Davis, continuando ad abitare con i miei genitori. La vita nei dormitori era al di fuori della mia comfort-zone. I miei compagni di università mi guardavano come se fossi una specie di genio di dieci anni. Finalmente, nell’estate del 1998, a 18 anni, cominciai a germogliare un po’. Mi alzai di cinque centimetri e misi su qualche chilo. Iniziai anche a sentirmi pesante quando tiravo sulle prese di plastica. Non era una cosa che mi piaceva tanto. Pensai quindi che fosse venuta l’ora di arrampicare di più in falesia. Fino a quel momento non avevo trascorso molto tempo sulle pareti dei poster appesi in camera mia. In quella che fu la mia iniziativa più audace, mi presi il secondo semestre di pausa durante il mio primo anno di matricola e guidai l’Honda Civic verso l’Oregon, per andare a vivere nel parco di Smith Rock. Il progetto era quello di liberare To Bolt or Not To Be, un 5.14a (8b+) chiodato da un arrampicatore francese di nome Jean-Baptiste Tribout. La via non era solo fuori della mia portata, ma era fuori dalla portata di qualsiasi altra arrampicatrice statunitense. Solo il mio mito, Lynn Hill, era stata la prima, ed unica, donna a liberare la via giusto l’anno prima.

Amavo vedere come il mio corpo si adattava a quel progetto lungo e difficile, o come la pelle si apriva per poi rigenerarsi. Ma continuavo a cadere. Le settimane passavano e si trasformavano in mesi ed io continuavo a cadere. Cercavo di ricostruire i movimenti, facendo dei diagrammi su carta. Qui prendi una lista grande come la prima falange, là trasferisci il peso su una crosta di due millimetri. Più oltre ti allunghi a quella tacca lontana. Ma, nonostante gli sforzi, non riuscivo mai a collegare i puntini tutti insieme.

Ad un certo punto si presentò Lynn Hill in persona. Metteva paura. Non molto più alta di me ma dieci volte più forte e mille volte più sicura di sé. Aveva grossi bicipiti ed una bellissima pelle abbronzata. Viveva non lontano, a Bend, e quando nel maggio di quell’anno si fece viva a Smith Rock liberò, con una certa nonchalance, una via di 5.13d (8b) chiamata Scarface, realizzando la prima femminile. Forse a causa della sua presenza, riuscii a raccogliere quel poco che restava del mio machismo e mi rifiutai di cadere ancora su To Bolt or Not To be. Quella sera, per festeggiare, Lynn diede un pizza party in mio onore. Stavo veramente vivendo una vita al limite, mangiando pizza alla salsiccia anziché quella solita ai peperoni, quando Lynn mi chiese se volevo accompagnarla in un viaggio di arrampicata in Madagascar. Cercai di mantenere un’espressione impassibile mentre mi facevo uscire a fatica un si.

Dire che ero totalmente impreparata sarebbe troppo generoso. Avevo zero esperienza di spedizioni e non ero mai salita su una parete che fosse più alta di una sessanta di metri. Non sapevo come risalire su una maniglia jumar o come piazzare un friend. Ero come uno studente della scuola di musica di quartiere chiamato a suonare al Metropolitan. Un paio di mesi più tardi, all’aeroporto di Atlanta, mentre aspettavo al gate la coincidenza per il Madagascar, i miei genitori mi chiamarono al telefono. Avrei desiderato essere superiore e sentirmi talmente indipendente e dura da non aver bisogno delle loro coccole. Ma la voce di mia madre mi fece sciogliere di sollievo. L’avrei voluta seduta vicino a me.

Dopo molte settimane di arrampicata in Madagascar tornai a casa, facendo prima una tappa a Austin Texas per una gara di arrampicata. La palestra mi sembrò sporca, piccola e polverosa.

Il massiccio dello Tsaranoro mi mandò fuori di testa. Pareti verticali di 800 metri, lisce come lenzuola, con ciuffi d’erba che spuntavano in fuori come bottoni. Nel nostro viaggio verso sud da Antananarivo, la capitale, guardie armate fermarono la macchina e ci diedero delle pillole contro quella che dissero essere una epidemia di colera. La nostra guida ci avvertì di metterle sotto la lingua ma di non ingoiarle e di risputarle appena possibile. Qualche chilometro più avanti vedemmo una donna, che aveva preso la pillola prima di noi, piegata in due a vomitare sul bordo della strada. Mi pentii immediatamente di essermi imbarcata in quel viaggio. Piansi per tutto il sentiero di approccio alla via, che avremmo poi chiamato Bravo Les Filles. Mi esaurii completamente nel corso della prima settimana, non a causa dell’arrampicata, ma per dover filare le corde all’infinito, cercare la busta di zuppa liofilizzata sul fondo del saccone, rimettere tutto dentro in ordine e ritirarlo ancora fuori subito dopo perché avevo dimenticato l’apriscatole sul fondo. Anche il solo fare pipì mi causava una crisi di nervi. Dovevo controllare che le corde non fossero di sotto, che non ci fossero altre persone o cose di sotto e che il vento soffiasse dalla parte giusta per non ricevere una pioggia di urina in faccia. Le dita erano così rovinate e gonfie che non riuscivo nemmeno ad aprire la fibbia dell’imbragatura.

Il massiccio dello Tsaranoro – Madagascar

Nel corso della seconda settimana trovai un maggiore determinazione. Il corpo si adattò al lavoro devastante di una salita in stile big-wall. Sviluppai un paio di bicipiti piccoli ma degni di nota e la mia mente si abituò all’esercizio infinito dell’addomesticare la paura e del restringere l’attenzione solo ai compiti da svolgere. Non ero ancora diventata un adulto ma di certo non ero più una bambina. Ero cresciuta abbastanza da poter apprezzare quell’indipendenza radicale e quel sentimento di esposizione totale. Dopo molte settimane di arrampicata in Madagascar tornai a casa, facendo prima una tappa a Austin, Texas per una gara di arrampicata. La palestra mi sembrò sporca, piccola e polverosa.

Tutto questo fu prima che venissi presa in ostaggio. Prima che abbandonassi la scuola e cominciassi a vivere in macchina, mangiando cibo in scatola, cercando di diventare una arrampicatrice professionista. Prima di sposare l’uomo che avevo pensato di dover sposare, prima di costruire con lui la casa dei miei sogni per mandare poi tutto in frantumi.

Un anno dopo il Madagascar, nel giugno del 2000, Tommy Caldwell, Jason Smith, John Dickey e io atterravamo a Bishkek, capitale del Kirghizistan e raggiungevamo in elicottero la valle di Kara-Su. La valle si trova nella catena del Pamir-Alai, nella parte sud-occidentale del paese, una specie di dito che si incunea tra il Tagikistan e l’Uzbekistan. Eravamo lì per un viaggio di arrampicata finanziato dal mio sponsor di allora, The North Face. Il Kirghizistan era diventato popolare in quegli anni come mecca del big wall climbing in Asia centrale. Le pareti di granito di Kara-Su, che svettano per quasi ottocento metri dal fondovalle, erano all’epoca poco conosciute e ancor meno fotografate e rappresentavano quindi uno scenario irresistibile per le aziende di abbigliamento outdoor, sempre alla ricerca di foto nuove ed inedite con cui riempire i loro cataloghi. Quello che non ci avevano detto, e che quindi non sapevamo, era che quelle valli poco accessibili erano anche il rifugio di gruppi di guerriglieri islamici che si ispiravano ad Al Qaeda e ai Talebani ed erano raggruppati sotto le bandiere nere dell’IMU, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan. […]

Tommy ed io avevamo fatto un percorso un po’ particolare. Ci conoscevamo già da anni, per via delle gare di arrampicata, ma il nostro primo appuntamento era stato solo nell’aprile di quello stesso anno a Boulder in Colorado. In quell’occasione mi fece salire sul suo enorme furgone Chevy e mi portò a pranzo da Cheescake Factory. L’appuntamento successivo, se così si può chiamare, durò circa un mese e fu passato in Yosemite a dormire sulla sabbia alla base del Capitan, mentre lavoravamo una via chiamata Lurking Fear. Tommy – un ragazzo di montagna di buone maniere, figlio di un ex-campione di Body Building, era una superstar dell’arrampicata libera, con lentiggini ed un lungo naso dritto. Era anche il mio fidanzato, ed era perfetto. Aveva appena liberato la via di arrampicata sportiva più dura del paese, un 9a di nome Kryptonite, nella falesia di Rifle in Colorado. Si muoveva sulla roccia in maniera incredibile e negli avvicinamenti si caricava molta più roba di quanta gli sarebbe toccata. Non si stancava mai di riavvolgere le corde e, in parete, era sempre molto attento alla mia privacy. Non avevamo ancora mai fatto sesso. Questo sia perché eravamo entrambi ancora senza esperienza ed immaturi, ma in parte anche perché semplicemente non ne sentivamo l’esigenza. Dormivamo in sacchi a pelo separati, montavamo corde fisse come fili di palloncini che pendevano dal cielo, parlavamo dei futuri viaggi di arrampicata e delle tendine che avremmo dovuto cucire per il furgone.

Mi rendevo comunque conto che la parte romantica di tutta la faccenda forse semplicemente non esisteva, almeno per me. Una settimana prima della partenza, negli uffici della sede della North Face, cercai di farglielo capire. Gli dissi che pensavo che saremmo dovuti rimanere solo amici e partner di arrampicata. Lui appoggiò la testa sul pavimento. Nessuno di noi due era particolarmente bravo con le emozioni. Mi chiese se, per favore, potevamo semplicemente partire per il viaggio e vedere come sarebbero andate le cose. Non ero in grado di gestire i conflitti e quindi dissi di si. Avevo 20 anni, e Tommy 21.
Quando riguardo le foto di allora vedo dei bambini.

 

 

Per il primo progetto di salita in Kirghizistan Tommy ed io cominciammo a lavorare ad una via che avrebbe dovuto percorrere il Muro Giallo, una linea di quasi 800 metri di granito coperto di lichene verde. Impiegammo giorni per abituarci allo stile e per trovare le sequenze necessarie a percorrere le placche verticali. Jason e John ci raggiunsero per quello che avrebbe dovuto essere il push finale, che avevamo preventivato essere di tre o al massimo quattro giorni. Caricammo materiale, cibo e vestiti nei sacconi, lasciando il resto nelle tende del campo base. La nostra prima notte in parete fu l’11 di agosto, il giorno in cui Tommy compiva 22 anni. Mi ero portata una candelina che mettemmo sul pudding al cioccolato per cantare tanti auguri a te.

Ci svegliammo al rumore degli spari. Tre uomini stavano sparando a casaccio verso la nostra sosta. Io iniziai immediatamente a piangere, più per il rimpianto che per la paura: perché mai avevo lasciato Davis? Che cosa mi era venuto in mente? John, che, a 25 anni, era il più grande del gruppo, si offrì volontario per scendere a parlare con loro. Si portò la radio e appena fu a terra offrì agli uomini sigarette e cioccolato. Quelli gli risero in faccia.
John allora ci chiamò via radio: dovete scendere.

I ribelli avevano capelli neri, barbe lunghe, granate, fucili e coltelli alla cinta. Due di loro sembravano avere più o meno la nostra età. Il terzo, che sembrava il capo, era più vecchio di una decina d’anni. Erano guerriglieri dell’IMU.

Fine prima puntata. Continua ….

 

originariamente apparso su da Outside Magazine, che ringraziamo. Traduzione ed adattamento per l’italiano livellozero.net. Riproduzione vietata senza espresso consenso.

 

 

Beth Rodden (1) ultima modifica: 2018-03-26T12:27:53+00:00 da Redazione
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