Dai Koyamada

Dai Koyamada: su gradi, progetti e arrampicata alle Olimpiadi

Dai Koyamada è, senza dubbio alcuno, uno dei più importanti climber giapponesi. Nella sua lunga carriera ha spostato in avanti i limiti del possibile in arrampicata, sia sulle pareti ed i blocchi di casa che all’estero. Arrampicatore dal 1990 ha raggiunto la notorietà nel 2004, con la prima salita di The Wheel of Life V15 in Australia. Da allora Dai Koyamada non si è più fermato e continua ad effettuare prime salite dei suoi progetti di grado 8C+ in Giappone e all’estero.


Come arrampicatore sei al top da almeno due decenni. Guardandoti indietro quali pensi che siano stati i momenti più salienti della tua carriera?

Quando ripenso alle salite che ho fatto credo che Action Directe in Frankenjura sia quella più pazzesca. Certo non è bouldering ma ha rappresentato un punto di svolta incredibile nella mia vita di arrampicatore. Ero rimasto molto impressionato dalla prima salita di Wolfgang Güllich e per anni ho sognato di poter ripetere la via. Ci sono finalmente riuscito durante il mio secondo viaggio in Germania ed è stata una grande soddisfazione. Al momento rimango il solo giapponese ad averla ripetuta. Action Directe è a mio avviso il paradigma assoluto di via dura ed ha assicurato a Güllich una fama immortale. Dopo averla ripetuta ho capito quanto sia importante aprire nuove vie o nuovi problemi su roccia.

Per quel che riguarda il bouldering anche la ripetizione di Dreamtime in Svizzera ha rappresentato un momento sicuramente importante. L’energia e la dedizione di Fred Nicole sono stati una fonte di grande inspirazione. Scelgo anche The Wheel of Life in Australia, ma molti altri ce ne sarebbero.

Come salite recenti potrei aggiungere Nayuta, un blocco di 8C+ che sono riuscito a salire quest’anno e che rappresenta il progetto più duro della mia carriera. Probabilmente sarà difficile per me riuscire a trovare in futuro obiettivi che siano più duri di Nayuta, visto anche l’avanzare dell’età. Ma ho ancora molti altri cantieri aperti, quindi vedremo.

Dai Koyamada, Nami no Aya, V14, Yakushima. Photo: Yoshiko Saito

Dai Koyamada, Nami no Aya, V14, Yakushima. Photo: Yoshiko Saito

Arrampicare sempre al limite comporta, mentalmente, un prezzo da pagare. Cosa pensi ti abbia motivato maggiormente nello spingere l’asticella sempre più in alto?

Ci sono molti fattori diversi che mi servono da costante motivazione. Penso sempre che sono un arrampicatore professionista e che gli sponsor mi pagano per ottenere un risultato in termini di visiblità. E’ una cosa che cerco di tenere sempre ben presente, perché in qualità di arrampicatori professionisti abbiamo, o dovremmo avere, una certa influenza sul mondo e sull’industria dell’arrampicata. Cerco inoltre di evitare che la  motivazione cresca troppo e si trasformi in ossessione. Le ossessioni, se troppo alimentate, non fanno altro che esaurire la motivazione stessa facendoci tornare al punto di partenza. Cerco quindi di trovare motivazioni che sorgano dalla parte più profonda del mio essere, dal mio desiderio di esplorare i limiti del mio potenziale fisico e mentale o dalla voglia di portare a termine prime salite di linee straordinarie. In questo modo non sono mai stato carente di motivazione.

Anzi ho deciso di smetterla con le gare di arrampicata proprio perché mi sono accorto che le competizioni non erano il tipo di arrampicata che volevo. Molti giovani arrampicatori giapponesi pensano invece che le gare siano l’unica arrampicata possibile, il che, dal mio punto di vista, è abbastanza triste. Tornando alla motivazione credo che questa non sia da ricercare artificialmente o chissà dove. La motivazione per me è il semplice desiderio naturale di salire in cima alla roccia che ti sta di fronte. Senza questa voglia penso che non avrei potuto arrampicare per tutti questi anni.

Perché pensi che le giovani generazioni siano così tanto concentrate sulle competizioni e sull’arrampicata indoor? Pensi che la crescita esponenziale di quest’ultima e dei social media abbia avuto un impatto negativo sull’arrampicata fuori dalle palestre?

Chiediamoci perché i giovani arrampicatori giapponesi preferiscano l’arrampicata indoor o le gare rispetto all’arrampicata all’aria aperta in tutte le sue forme. I giovani, in generale, hanno una maggiore necessità di confronto che si associa ad un bisogno costante di conferma del loro status e della posizione che occupano. Sia che abbiano talento o no i giovani sono generalmente esibizionisti ed in cerca di conferme. Le competizioni e l’arrampicata indoor rappresentano il modo più semplice per soddisfare questo loro desiderio di piacere al prossimo ed al pubblico. Questo tipo di meccanismo è valido pressoché ovunque e soprattutto in Giappone. Credo che questo sia un indice di immaturità mentale degli atleti giapponesi.

Dai Koyamada, Corona 9a+, Frankenjura

Dai Koyamada, Corona 9a+, Frankenjura

L’arrampicata è un’attività molto creativa e filosofica. A guardarla sembra una cosa semplice ma, in realtà, richiede una profonda pratica. Per la stragrande maggioranza di questi giovani climber l’arrampicare è considerato semplicemente alla stregua di uno strumento utile a stilare una classifica di persone, il che, al limite, potrebbe anche essere ok se avessimo a che fare solo con persone giovani ed inesperte. Ma la cosa grave è che anche molti adulti la pensino allo stesso modo e cerchino di instillare questo tipo di idea nella mente dei più giovani. Molti dei più forti arrampicatori del paese pensano ora che l’arrampicata si esaurisca totalmente ed unicamente sui muri delle palestre.

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In un simile contesto gli adulti, che spesso rivestono ruoli di allenatori, funzionari di organizzazioni o enti preposti, fanno di tutto per consolidare le loro posizioni ed il loro status o, in subordine, cercano di promuovere e consolidare le organizzazioni di cui fanno parte. Per fare questo si servono degli arrampicatori, i quali, il più delle volte inconsapevolmente, si prestano al loro gioco. La mentalità ormai imperante è che, per essere apprezzati, conta solo vincere nelle competizioni. Questo sistema permette di controllare gli atleti con soldi, premi e accesso alle sponsorizzazioni.

Penso che l’arrampicata alle Olimpiadi sia uno dei fattori che ha maggiormente incentivato questo tipo di mentalità perversa. In seguito all’annuncio Arrampicata Sport Olimpico Tokio 2020 molte grandi corporation giapponesi si sono interessate al fenomeno ed enormi capitali sono stati investiti nell’industria dell’arrampicata. E’ come se ora in Giappone ci fosse una febbre da arrampicata alle Olimpiadi o una febbre da arrampicata indoor in generale.

 

Dai Koyamada, Amateras 8B+, Mt. Hiei

Dai Koyamada, Amateras 8B+, Mt. Hiei

Questa è la situazione che fa da sfondo ai successi dei giovani arrampicatori giapponesi nelle competizioni indoor. In questo momento c’è un proliferare di palestre di arrampicata e nuove palestre vengono aperte di continuo. Questo anche a causa del clima. Solo pochi mesi all’anno permettono di praticare l’arrampicata outdoor e molte delle location più interessanti si trovano in aree remote che richiedono numerose ore di guida per essere raggiunte. Questi fattori fanno sì che l’arrampicata indoor sia sempre più incentrata sull’esercizio e sul fitness. I climber interessati a questo tipo di ginnastica stanno diventando la maggioranza. Ho sempre considerato le palestre come un luogo dove allenarsi in funzione delle performance all’aperto, ed in questo senso le palestre sono molto importanti. Ma sempre meno persone la pensano così. La loro esperienza di arrampicata si esaurisce nelle competizioni o su un muro artificiale. Niente di più.

Esistono ovviamente molte palestre dove ci si può allenare in maniera molto efficiente e questo è il motivo per il quale ci sono così tanti arrampicatori giapponesi forti. Ma questa cultura da palestra, ormai imperante, è totalmente fine a sé stessa. Io sono profondamente critico. Certo non tutto è male. Continuo a sperare che i giovani climber del mio paese riescano a capire l’importanza di arrampicare in maniera più libera e creativa e non si focalizzino solo sulle competizioni.

Come ti rapporti rispetto alle tue salite? Hai completato progetti molto lunghi e complessi, con decine e decine di movimenti. Come ti approcci a questo genere di salite?

I due fattori principali per completare un progetto di arrampicata sono la pazienza ed il tempo a disposizione. Come accennavo prima in Giappone il clima è molto variabile e imprevedibile. Quando lavoro su progetti importanti ho bisogno di una certa quantità di tempo, il che inevitabilmente mi costringe a trovare un posto dove stare che non sia troppo lontano dal progetto stesso. Non è una cosa facile.

Per fortuna al momento sono riuscito ad affittare due stanze, una a Gifu e l’altra a Miyazaki, che sono due località vicine ai progetti ai quali sto lavorando in questo momento. Se dovessi fare ogni volta avanti e indietro da casa mia a Yokohama ci metterei almeno 3 o 4 ore per ogni tratta, il che sarebbe troppo lungo e non mi permetterebbe di concentrarmi adeguatamente. E’ necessaria inoltre una pazienza enorme per provare più e più volte ogni piccola sequenza di ogni singolo progetto. Credo che sia anche importante prendersi delle pause per non caricarsi di troppa pressione che potrebbe facilmente influenzare negativamente l’attitudine mentale corretta.

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Per il resto dipende molto anche dal tipo di progetto. La cosa più importante, sia che si tratti di pochi o molti movimenti, è quella di abituarsi alle prese ed al concatenamento delle sequenze. Mi concentro a ripetere ogni movimento più e più volte cercando le sequenze ottimali, anche per poter essere in grado di dare un grado appropriato una volta terminata la salita. Questo è un compito molto importante, che mi richiede sempre molta fatica. La cosa più importante rimane comunque la forza di volontà, quello spirito tenace che mi fa dire “questa linea la salirò ad ogni costo!“.

Project Ryutosen, Nagasaki Pref, Japan Photo: Seiko Igarashi

Dai Koyamada, Project Ryutosen, Nagasaki Pref, Japan Photo: Seiko Igarashi

Quale pensi che sia la causa della tua difficoltà a dare un grado di difficoltà ad una nuova salita? Pensi che possa essere dovuto dovuto anche alla maggiore pressione dei social media?

Sì è vero, faccio fatica a dare un grado ogni volta che completo una prima salita. Credo che la maggior parte degli sviluppatori e dei primi salitori di nuove linee si trovi ogni volta ad affrontare il medesimo dilemma. E’ una sorta di obbligo, visto che siamo professionisti ed è nostro compito dare un grado che sia il più accurato possibile. Ma comunque è necessario porsi una domanda. Che cosa si intende per grado corretto? Esiste forse una scala unica? Penso che il grado sia l’opinione soggettiva dell’arrampicatore, basata su quello che ha provato durante quell’esperienza di salita. Ma sfortunatamente il grado acquista sempre più potere, non è più soltanto un numero e gli arrampicatori sono costretti ad essere precisi ed obiettivi nella sua formulazione. Se poi il grado è sbagliato c’è anche il rischio di diventare il bersaglio di attacchi dall’esterno.

Sono un climber professionista e capisco tutti gli aspetti e tutti i significati che i gradi hanno e capisco anche la loro enorme influenza. Allo stesso modo sono comunque pronto ad affrontare ogni possibile critica che ne deriva. Inoltre cerco di mettere un’attenzione particolare nell’assegnare il grado ad una linea in quanto il mio interesse principale è comunque quello di realizzare prime salite e non di competere con qualcuno.

A nessuno piacciono i gradi sbagliati, e molti sono anzi propensi a sollevare polemiche che possono mettere in cattiva luce chi per primo li ha proposti. Generalmente questi individui non sanno quanto possa essere complicato il processo che porta alla formulazione di un certo grado. I gradi che vengono espressi dopo una prima salita sono infatti proposte e suggerimenti del primo salitore. Una gradazione più precisa e definitiva può e deve avvenire solo dopo alcune ripetizioni ed una volta che una sorta di consensus sia stato raggiunto. In genere gli arrampicatori professionisti esprimono il loro pareri con uno spirito sincero e propositivo. Nessuno vuole perdere la faccia sovra-gradando una via o un blocco. Allo stesso modo dovremmo anche sempre cercare di non essere troppo modesti rispetto a quello che facciamo. Oscillare tra questi due estremi è sempre un dilemma.

Per ciò che riguarda i social media credo che Facebook ed Instagram abbiano reso i climbers meno anonimi a siano entrambi strumenti utili ad avere più peso ed influenza nell’industria dell’arrampicata. Anni fa qualcuno postò un articolo che mi riguardava e senza il mio permesso. L’articolo era stato estratto dal mio blog in giapponese e la traduzione era terribile e completamente sbagliata. Il contenuto causò polemiche e critiche senza senso, da parte di utenti per lo più anonimi. Non dirò il nome del sito responsabile, ma era tipo 8a qualcosa. Alla fine sono riuscito a chiarire l’equivoco, ma non ne era valsa la pena ed era stata una cosa comunque sgradevole. Penso quindi che i social media siano una buona cosa, nel momento in cui permettono agli arrampicatori di esprimere la loro visione dell’arrampicata e la loro creatività in maniera autonoma, diretta ed indipendente.

Yocuto V15 Gero, Gifu Pref, Japan. Photos: Yoshiko Saito

Dai Koyamada, Yocuto V15 Gero, Gifu Pref, Japan. Photos: Yoshiko Saito

Parlando di auto-produzione e di creatività tu hai pubblicato nel corso degli ultimi dieci anni un certo numero di video che si focalizzano sul lungo processo di creazione e di realizzazione dei tuoi progetti di arrampicata. Perchè hai ritenuto che fosse importante far vedere nel dettaglio le lunghe fasi che hanno portato alla prima salita?

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Il motivo per il quale mostro sempre tutti gli sforzi, i fallimenti, le cadute e le infinite ripetizioni di sequenze di movimenti è che voglio far vedere che cosa effettivamente significhi per me completare la prima salita di un blocco realmente duro. Penso che i video che mostrano solo il successo siano poco interessanti. Il processo di come si è arrivati a quel risultato è invece molto più stimolante e dovrebbe interessare di più il pubblico. Quelle sono le scene che io vorrei sempre vedere in un video di arrampicata.

Come ti prepari mentalmente per quel genere di progetti? Usi tecniche di allenamento mentale per riuscire a gestire, ad esempio, la frustrazione che ne può derivare?

Non so se possa essere considerato una forma di training mentale ma le motivazioni provengono per la maggior parte da un profondo attaccamento alla linea che ho scoperto e dal puro desiderio di salirla, anche se, naturalmente, non è che mi capitino nuove linee tutti i giorni. E’ come se sentissi di avere un obbligo, o per meglio dire una fissazione, di realizzare sempre nuove linee dure. Credo che questo sia dovuto alla tenace volontà di portare a termine ogni progetto sul quale sto lavorando, indipendentemente dalla quantità di tempo che il progetto può richiedere. La frustrazione comincia inevitabilmente a salire dopo gli interminabili viaggi avanti e indietro e le lunghe sessioni passate a ripetere sempre gli stessi movimenti senza il minimo successo apparente, magari anche a causa del meteo sfavorevole.

Se i progetti sono in Giappone è una cosa che riesco a gestire. Ho sempre tempo a disposizione e posso prendermela con relativa calma. Se i progetti sono all’estero sono invece sempre nervoso perché il tempo a disposizione è limitato. Per riuscire a mantenere una motivazione costante quello che suggerisco è di lavorare sempre a più progetti contemporaneamente, in modo anche da non avere quel senso di “perdita” una volta che un progetto viene completato. E sempre cercare di dormire bene la notte!

Hai passato i 40 anni e ancora scali a livello mondiale. Il tuo allenamento è cambiato nel corso di questi anni?

Si ho già 40 anni. Credo che non ci siano climber della mia età che ancora arrampichino a questo livello, almeno in Giappone. Perché? Non credo che possa dipendere da fattori fisici. Da giovani si inizia ad arrampicare ed è tutto molto divertente. In breve si diventa dipendenti dall’arrampicata e questa si trasforma in un’ossessione. Il nostro cervello è sempre più occupato da questo pensiero. Mano a mano che si invecchia la maggioranza delle persone comincia però a vedere un altro mondo al di fuori dell’arrampicata ed è sempre più coinvolta nella società. Quando si comincia a vedere sé stessi in maniera oggettiva è difficile continuare ad essere ossessionati solo ed unicamente dall’arrampicata. Le persone si sposano, fanno figli ed hanno un lavoro stabile, il che comporta più tempo, soldi ed energie da dedicare a qualcosa che non ha niente a che fare con l’arrampicata.

Dai Koyamada, Horizon 8C, Mt. Hiei.

Dai Koyamada, Horizon 8C, Mt. Hiei.

Io riesco ad arrampicare a questo livello solo perché riesco ad evitare tutte le cose che le altre persone della mia età vivono. Io voglio unicamente concentrarmi sull’arrampicata. Se fossi stato un arrampicatore di grande talento avrei magari potuto avere entrambi i mondi. Ma non lo sono e per questo motivo ho deciso di concentrarmi solo ed unicamente sull’arrampicata. Qualcuno potrebbe dire che è da stupidi perseguire una carriera da climber a spese di tutto il resto. Ma è andata così e sono molto soddisfatto della mia vita finora. E penso che continuerò in questo modo anche nel prossimo futuro.

La mia routine è molto semplice: negli ultimi anni arrampico sempre outdoor durante l’alta stagione, vado quasi ogni giorno a lavorare i miei progetti o a sviluppare nuove aree boulder. Durante la bassa stagione mi concentro sull’arrampicata nella mia palestra. In genere 5 giorni a settimana. Faccio sempre molta attenzione ai nuovi talenti e cerco di arrampicare il più possibile con loro. Anche in palestra è molto importante continuare a provare blocchi duri, che magari mi avevano respinto in passato. Per questo motivo non cambio spesso la posizione delle prese. Le altre palestre cambiano le prese in continuazione, ma io non credo che sia una buona idea. La cosa più importante è continuare ad avere progetti ed obiettivi nuovi ai quali lavorare. Io per ora ne ho molti, e per questo motivo non ho tempo per invecchiare.

Originariamente apparso su theprojectmagazine.com. Traduzione ed adattamento per l’italiano di livellozero.net

Dai Koyamada: su gradi, progetti e arrampicata alle Olimpiadi ultima modifica: 2018-06-19T17:37:25+00:00 da Redazione
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