DOMANI e IERI

di Bertrand Lemaire

Roma, mercoledì 23 settembre 2011

Domani…

Finalmente. Sono quasi due mesi che aspetto questo momento, tornare lì, allo zaino arancione appeso nella striscia gialla, e provare a salire sopra. Tornare lì per dare un senso a questa via, per dimostrare (a me sopratutto) che valeva la pena piantare tutti questi spit — sette — nel tiro precedente.

Ho capito quest’estate che le mie domande non hanno risposte. Mi illudevo, speravo di trovare un senso alla pratica — arrampicata, alpinismo — ma mi sbagliavo. Non c’è nessun senso. È soltanto un mezzo come un altro per arrivare a se stessi.
Quest’estate mi sono sentito oppresso, limitato; un po’ dagli altri ma sopratutto da me stesso. Ho scalato con persone entusiaste — alcuni di loro conosciuti proprio quest’estate —, ho condiviso con loro emozioni belle, forti, un’estate piena insomma. Ma non ho fatto quello che volevo fare. Cercare il significato dell’alpinismo oggi, trascinarmi in discussioni sterili sul valore (o sull’assenza di valore) del rischio; tutto questo, adesso, non mi interessa come prima. Ora voglio fare — è un po’ tardi, lo so, ma non fa niente. Voglio seguire i miei desideri, voglio salire dove, quando e come piace a me.

Lo zaino arancione è appeso a due spit in un deserto di prese. È l’ultima sosta raggiunta della via che stiamo apprendo con Cesare, a sinistra di Cavalcare la Tigre, sulla parete est del Corno Piccolo. La linea non è esattamente quella che avevo immaginato — puntavo su una rampa appesa negli strapiombi, ma le prese ci hanno portato venti metri più a destra. Il tiro sotto la zaino mi ha deluso, nel senso che mi sono scoraggiato: l’arrampicata è difficile, la roccia è bella, ma non c’è un buco che pesca e che permetta di fermarsi a mettere una protezione. Ho dovuto piantare troppi spit, troppo vicini l’uno all’altro. Forse
avrei dovuto rinunciare, forse qualcun altro poteva fare meglio lasciando meno tracce, o forse no, chi lo sa. Non cerco la perfezione, cerco soltanto di dare il meglio in quello che so fare. Sento di dovermi qualcosa,  nel senso di dovermi regalare qualcosa. Suona strano ma è così: non basta accettare i propri difetti, bisogna anche saper rispettare le proprie qualità. Dare e ricevere, agli altri e a sè stessi.  È da anni che giro intorno a questo concetto altalenante. Dare, ricevere, ridare, ridere. Abbandonare l’altalena, (ri)trovare il flusso, e ridere! Domani cercherò me  stesso (come sempre, in fondo, solo che prima non lo sapevo).

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Sopra la zaino arancione la roccia sembra più lavorata. Si tratta di trovare lo stato d’animo giusto, quello che ti permette di andare avanti senza pensare a nient’altro. Ho la sensazione che tutti gli sforzi precedenti — miei e di Cesare —, delusioni incluse, fossero finalizzati a quel tiro sopra lo zaino arancione. Domani quel tiro lo voglio inventare. Domani voglio essere me stesso fino in fondo. Domani, quest’inverno, e dopo ancora.

Roma, venerdì 25 settembre 2011

…Ieri

La prima cosa che mi viene in mente è la pazienza di Cesare. Tutte queste ore appeso in sosta, mai una parola di rimprovero, sempre partecipe. Man mano che va avanti la giornata divento sempre meno lucido. Ad un certo punto mi sembra che lui sappia meglio di me dove mi trovo. Come se ci scambiassimo i capi della corda  e come se lui diventasse il capocordata. Sono alla frutta. Sono più di tre ore che combatto su quel tiro, sarei dovuto scendere in sosta per bere e mangiare ma non l’ho fatto, non ho più nessuna nozione del tempo. Mancano tre metri per uscire dallo strapiombo ma non riesco più a scalare. Cesare ha deciso che lo strapiombo va superato oggi, sopra sarà più facile — quante volte ce lo siamo detti, anche questa volta pensavamo di uscire in giornata —,  e la parete piano piano si appoggia. Allora lui mi spinge, mi dice cosa fare, addirittura mi indica le prese. Poi dice stop: lo strapiombo è superato, a casa. Scendo.

Venti metri. Tre ore e mezza per venti metri. Parto dalla sosta e poco sopra lo zaino arancione mi posso lanciare. Una serie di prese verticali lontane, ed ecco la prima scelta: attraversare verso una grossa tacca svasa dove poter stare in piedi, oppure continuare a salire un po’ verso una scaglia. Scelgo di attraversare. Sto in piedi sulla tacca ma non posso mollare le mani, l’unica presa è un bidito-monodito mezzo rotto per la mano destra, un po’ troppo spostato a destra, che non sembra nemmeno tanto solido. Non so cosa fare, non posso andare avanti e non posso neanche saltare (l’ultimo spit è troppo lontano giù a destra, se volo ora mi faccio male di sicuro).
Appoggio un gancio sul bordo sinistro del monodito, poi lo schiaccio col medio; il gancio, legato all’imbrago, mi scarica un po’ di peso. Con la mano sinistra tiro il cordino legato al fifi sull’ultimo spit. Piano piano, bloccando il cordino con i denti, il trapano sale verso di me. Sto tremando da tutte le parti, devo agganciare il trapano all’imbrago e riprendermi un po’. Immagino la scena successiva, immagino che sarò in croce. Infatti. A destra il medio-gancio è tutto impregnato di sudore, in alto a sinistra spingo sul trapano facendo leva con la spalla. Il tempo passa — secondi che sembrano ore… Fatto! Di nuovo tremo da tutte le parti, e di nuovo devo agganciare il trapano all’imbrago. Ogni gesto mi costa una fatica bestiale. Non vedo l’ora che lo spettacolo finisca. Infilo delicatamente lo spit (un fix da otto), poi cerco il martello ma non lo trovo: è appeso a destra dell’imbrago, esattamente sull’altro lato rispetto alla mano libera. Alla fine capisco che l’unico modo per prendere il martello è da dietro la schiena — non so se ridere o piangere, se casco adesso faccio almeno due giri su me stesso prima di toccare la roccia. Due colpetti e subito passo un rinvio nella piastrina.

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Cesare se la ride, “adrelanina pura eh” — dice. “Che gioco del cazzo” — penso. Ancora ieri immaginavo una giornata diversa, invece è la solita menata. Aprire una via difficile dal basso su una roccia come quella del Gran Sasso non è un gioco che mi piace tanto. La scalata è laboriosa, il tempo passato a combattere con i ferri è nettamente superiore a quello della scalata vera e propria. Eppure ogni tanto qualcosa mi spinge a farlo. Ad un certo punto, su una parete che conosco, sulla quale ho già scalato più volte, vedo una linea. Anzi, vedo solo quella, è talmente evidente, logica, che non può non essere salita. Sullo scudo sotto il pancione di Cavalcare la Tigre passano due vie di artificiale. Una delle due non è scalabile in libera, l’altra non lo so. Ho passato ore ad osservare quello scudo, finchè ho visto la linea. Che poi sia una linea immaginaria, fluttuante, il cui tracciato cambierà man mano che la inventeremo, non ha importanza. Il fatto è che ad un certo punto qualcosa dentro di me dice: quella linea esiste, vai.

Vado matto per le linee. Sui blocchi o in montagna (in falesia meno). Credo di sapere leggere la roccia, i suoi colori, le sue forme; per chi conosce quel linguaggio è un po’ come leggere un libro. Aprire una via significa — per me — rendere visibile qualcosa di evidente. Non si tratta di creazione, ma semplicemente di comunicazione: “l’avete vista…?”. È una linea incredibile: vista da sotto, la parete non sembra scalabile, troppo strapiombante, troppo liscia; eppure la linea c’è, sottile striscia di appoggi in quel deserto di prese, quasi una provocazione. Per ora è ancora un progetto incompiuto, una linea interrotta (anche se ormai c’è soltanto da tirare dritto); un giorno la finiremo — forse la settimana prossima, forse l’anno prossimo —, poi proveremo di farla tutta in libera. Altri la scaleranno, forse fra dieci o vent’anni la farà mio figlio o il figlio  di Cesare; cosa significhi tutto questo non lo so, ma non mi dispiace. Intanto guardo altrove…

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  • Aggiornamento 2017: la linea nel frettempo è stata completata ma ancora spetta la prima libera. Chissà che non ci siano novità presto… Vi terremo aggiornati!
DOMANI e IERI ultima modifica: 2017-10-26T22:29:17+00:00 da Redazione
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