Due cose vere e una falsa su di te

di Bibez

Questa è la mia storia. Solo la mia storia.

Mi chiedo se può interessare davvero qualcuno. E poi lo so: in fondo è sempre la stessa storia, che racconto in modi diversi, ora scherzando, ora inventando. Parlo di gradi, di appigli, faccio sul serio, oppure più spesso è ironia, e metto distanze, e apro digressioni. Ci giro intorno. Non arrivo mai al dunque.

Allora ci provo ad arrivare al dunque. Al maledetto dunque di questa lunghissima storia d’amore e dipendenza, così ostinata che alla fine s’è impadronita di gran parte della mia vita.

Avevo vent’anni, forse ventuno, e stavo litigando con la mia ragazza di allora. Quando litighi a vent’anni, quando minacci di lasciarti, e urli che te ne andrai per sempre (“per sempre!”), quando ti viene il dubbio che l’altro ti abbia già tradito, o comunque il suo cuore sia lontano. Quando la rabbia ti sale dallo stomaco fino alle orbite degli occhi, fino a farti scottare la fronte e a farti piangere, credi erroneamente che in quella confusione e in quel dolore stai dirigendo la tua vita in un senso definitivo. Invece è solo un piccolo angolo del lenzuolo che forse si è un po’ strappato. Tutto il resto è là, intatto, a tua disposizone. Una distesa di chilometri di cotone bianco. La vita è appena cominciata, e quello è solo lo schiaffo dell’ostetrica che ti sta svegliando e prova a farti respirare.

Insomma litigavo con lei, con Michela, ma in realtà ero abbastanza calmo. Era lei ad essere infuriata: nessuna mia frase restava un attimo senza risposta. Avresti detto che non sarebbe finita mai, quella discussione. E poi improvvisamente una frecciata, una provocazione, o forse il punto fondamentale, quello intorno a cui ruota tutto il resto. Il tono a metà fra disperazione e rassegnazione: “Sai che ti dico? Si direbbe che tu tenga più all’arrampicata, che a me”.

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“Ma che c’entra, non capisco, che stai dicendo?” Questo avrei dovuto rispondere. Fingere un ragionevole e amoroso buon senso: ma come paragonare te – cioè una persona, la ragazza che amo – all’arrampicata (che non è poi né una persona né una cosa; tutt’al più qualcosa di astratto, un mio modo di fare, o di essere…).

Invece la verità che vomito fuori d’istinto, come per togliermi un peso: “Beh, sai che ti dico? Almeno so che l’arrampicata ce l’avrò per sempre. E’ una cosa mia, e non mi lascerà mai”.

Colpa di quell’altra ragazza, questa frase folle. La ragazza venuta dall’Est, la ragazza che mi aveva spezzato il cuore un anno prima. Colpa di quel trauma profondo e inguaribile: ovvero la lezione che tutto nella vita può cambiare. Oggi ci amiamo, ci promettiamo il futuro, e se ci separiamo per un viaggio ci scriviamo lettere, e non vediamo l’ora di riabbracciarci. Eppure, succede che domani tu non m’ami più. Domani sono la tua noia, il tuo resto inutilizzabile: l’ostacolo che toglie tempo ed energie che vorresti dare a qualcun’altro che di colpo è entrato nella tua vita e fa fremere il tuo sesso.

Così Michela piange. Piange e sconta il mio dolore passato. Come anelli di una catena umana, ci passiamo il pesante fardello l’un l’altro. E io, una volta combinato il guaio, non so più che dire. Non so chiedere scusa. Non so ammettere di essermi espresso male. Confondo la fine reale del mio amore precedente con la fine possibile del mio amore attuale. Per questo ho paura, e credo di salvarmi affermando che posso contare solo su me stesso, sulla mia passione per la roccia, e forse sugli amici coi quali condivido questa passione.

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La litigata è finita lì. Con Michela abbiamo fatto pace, e poi mille cose bellissime. Infine anche quell’amore si è consumato. Lei arrampicava, quindi non era l’arrampicata a dividerci. Anzi abbiamo fatto delle stupende vacanze in Francia e in altri posti. Ricordo una carbonara che Michela mi preparò un giorno al campeggio di Arco: ricordo distintamente il parmigiano grattugiato e le nostre risate. Eravamo felici. E non avevo liberato nessuna via. Sono passati trent’anni. (Non so perché sto scrivendo tutto questo).

Di fatto, proprio come avevo previsto, quando Michela non c’è stata più, l’arrampicata ha continuato a esserci. Sono successe tante cose nella mia vita, un matrimonio, dei figli, un mestiere che mi piace, e dell’altro ancora. Ma l’arrampicata seguita a esserci.

Ho provato a distaccarmi, ad allentare, ma non ci riesco. Ho resistito al massimo qualche mese. Poi sono sempre tornato. Anche se ero appesantito, fuori allenamento, faticando come una bestia sulle vie che un tempo facevo per scaldarmi. Sì. Ho ripreso ogni volta. E ancora adesso se un weekend non posso andare, certo non ne faccio un dramma, ma un pochino ci faccio caso. Come un appuntamento che salta, e che cercherò in qualche modo di recuperare.

Qualcuno mi chiederà: ma se dev’essere un’ossessione, perché non liberartene davvero? Ma non hai scritto tu stesso che l’arrampicata è noiosa, ripetitiva?

E’ vero, non posso negarlo: l’ho detto e in parte lo penso. Ma è più forte di me. E’ una fissazione. Riesce comunque a farmi stare bene, a darmi sempre qualcosa. Anche soltanto la stanchezza del corpo che la sera, a letto, ti fa addormentare nel giro di pochi minuti. La fatica – ce lo spiegano i medici – è una specie di droga. Ma non solo. Quando arrampichi smetti di pensare: la realtà cessa di esistere. La vita, con le sue preoccupazioni reali o fasulle, entra in una specie di magica sospensione.

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Quante cose ci sarebbero ancora da dire. La dipendenza da qualcosa è una debolezza? Un limite? Un amico francese, addicted come nessuno, m’ha detto una volta che scala perché nella vita non ha mai trovato niente di così fico. Un altro sostiene che, se smettesse, non saprebbe cosa fare la domenica. In effetti, provo una specie di nausea quando vedo in che modo le persone trascorrono il loro tempo libero e le vacanze: passeggiando (boschi, musei o centri commerciali), andando a pranzo fuori con amici o parenti, suonando la chitarra in un prato. Almeno una volta uno sognava la rivoluzione. Esisteva, un tempo, la parola “speranza”. Ma oggi?

Credo che forse esagero a pensare queste cose. Oppure no. Sono una persona malata? Allora gli arrampicatori, quelli veri, soffrono tutti della stessa patologia?

E tu? Perché arrampichi ancora, perché non smetti?

Rispondimi che l’arrampicata è il tuo pensiero dominante. Rispondimi che te la sogni pure di notte. Ma che tutto sommato puoi smettere quando vuoi. In questo modo mi avrai detto due cose vere e una falsa su di te.

 

Due cose vere e una falsa su di te ultima modifica: 2018-02-18T11:35:35+00:00 da Luca Bibez
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