Erto – Vajont

di Emilio Previtali, Pagina Facebook

La prima volta che sono stato a Erto ero con il Càmós, credo venticinque anni fa. Lui era andato in avanscoperta la settimana prima ed era tornato a casa entusiasta dicendomi: “E’ il posto giusto per te Waldo, sono tutte vie in strapiombo di resistenza. Regate galattiche, la to’ ròba.” Dopo il fine settimana a Cornalba il lunedì mattina eravamo partiti da Bergamo come due lavoratori che andavano in trasferta per la settimana, con due automobili separate per avere maggiore indipendenza: io con il Ford Transit e il Càmos con la 131 Mirafiori familiare azzurra metallizzata con dentro il materasso e la federina (al Càmoz non piaceva moltissimo dormire nel sacco a pelo). Ero eccitato del fatto di andare a scalare a Erto e di vedere la famosa diga del Vaíont, ne avevo sentito parlare tante volte ma non avevo idea di come fosse veramente. Avevo sentito parlare del disastro dai miei genitori e anche a scuola ma non avevo idea di cosa mi sarei trovato di fronte.

A Longarone il Càmos mi aveva detto di seguirlo e aveva deciso di lasciare l’automobile in parcheggio, in centro al paese vicino a un bar, per un motivo che non capivo bene e che aveva a che fare con il fatto che Mauro Corona quando scendeva in paese da Erto, normalmente lo faceva a piedi. Se per caso – per caso – avessero bevuto Mauro non aveva nessun problema a rientrare a casa a Erto a piedi camminando sui sentieri. Il Camòs invece a piedi da Longarone non voleva rientrare. L’auto era la alternativa più sicura, almeno per lui. La 131 Mirafiori a Longarone aveva più o meno la funzione di campo base avanzato, mettiamola così. Dopo avere posteggiato la macchina e trasferito le sue cose nel mio furgone io e il Càmos eravamo ripartiti insieme, la strada per Erto si inerpica su per una salita di cui ricordo lunghi rettilinei tra un tornante e l’altro. A un certo punto attraverso dei buchi nelle gallerie si comincia a vedere la diga, che è ancora intatta ed è ripida e impressionante, altissima e stretta dentro a una gola di roccia. La diga ha un aspetto cupo e sinistro, grigio, la sensazione di vuoto e di esposizione che si può sperimentare standoci sopra se uno poi ci vuole andare a vedere si avverte già guardandola di fronte o di lato dalla galleria. Fa paura.

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Poi uno sbuca fuori e sulla strada si trova subito alle spalle della diga, la prima volta che uno va lì c’è un momento di disorientamento perché uno a quel punto si aspetterebbe di vedere immediatamente un lago o uno spazio in piano, che invece non c’è. C’è invece sulla sinistra, dopo un po’, la falesia dove si va ad arrampicare. Lì, a quel punto, i miei neuroni dovevano essere andati in cortocircuito e dovevo essermi distratto. Siamo arrivati sotto alla falesia e abbiamo parcheggiato, siamo scesi dal furgone e io sono rimasto a bocca aperta. Estasiato. Erto era veramente il mio posto, erano tutte vie super strapiombanti su un calcare giallo e rosso che sembrava molto appigliato, le vie sembravano super atletiche, di resistenza. Ricordo una acustica stranissima, bastava che una delle poche persone che c’erano lì ad arrampicare facesse tintinnare un moschettone e sembrava che fosse lì accanto a te, a un metro. Invece era a una cinquantina di metri di distanza. Il commento del Càmoz al mio stupore, intanto che si stava accendendo la centesima sigaretta della giornata, era stato lapidario: “Et vèst, Waldo? Chèsto che l’è l’tó pòst”. Mentre eravamo lì era comparso Mauro, ci eravamo salutati e conosciuti, mentre gli stringevo la mano sentivo la pelle delle dita ruvida e callosa, le dita erano nodose, corte e forti. “Questo è il bócia di cui ti avevo parlato, Mauro.” disse il Càmoz. Mauro lisciandosi la barba e senza darmi troppa attenzione aveva annuito e mentre mi guardava di taglio aveva detto “Domani lo collaudiamo su Contessa.” Era troppo tardi per arrampicare quel giorno lì, era già pomeriggio.

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Contessa era una via di 7a di resistenza pura, non banale per uno non abituato agli strapiombi di Erto e alle vie di resistenza, io Contessa già lo sapevo cosa era e che grado fosse, mi ero studiato quasi a memoria la guida e le relazioni. Sapevo tutto, o almeno così credevo. Salimmo tutti e tre sul mio furgone e con me al volante cominciammo a fare la salita per arrivare al laboratorio di Mauro a Erto nuova. Dopo un po’ che salivamo per le curve e per la strada, dopo che avevano parlato quasi solo il Càmoz e Mauro avevo finalmente trovato il coraggio di dire una cosa anche io, la prima. Avevo posto una domanda: “Scusa Mauro, ma dove è che si trova esattamente la frana del Monte Toc, che non capisco?”. Noi eravamo esattamente sopra alla frana. Ci stavamo andando sopra in automobile. La frana era talmente grande che io non avevo capito che quella non era una montagna che c’era lì ma era la frana. Pensavo che quella su cui passava la strada e su cui stavamo salendo fosse una montagna che c’era lì già da prima, dalla notte dei tempi, da sempre. Era gigantesca, enorme. Mostruosa. “Ma sèt isciemo? l’è ü quàrt’ d’üra che n’ghè sé sûra!” disse il Càmoz sporgendosi dall’ultimo sedile dei tre davanti per guardarmi mentre parlava, io giudavo. Mauro, che stava a seduto in mezzo e il Càmoz si erano scambiati uno sguardo tra loro convinti di avere a che fare con un deficiente, in effetti avevo fatto una domanda da deficiente. Mauro comunque era stato molto gentile e paziente e mi aveva spiegato tutto, per filo e per segno, gesticolando con le mani e indicando punti e creste oltre il parabrezza. Credo che in quel momento se qualcuno avesse chiesto a Mauro se doveva puntare su di me sulla riuscita on sight il giorno successivo su Contessa, non avrebbe scommesso una lira. In effetti, nemmeno io a quel punto.

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E invece io il giorno dopo, contro ogni pronostico, Contessa l’avevo risolta a vista. E anche Principessa 7b e anche Duchessa 7a+, una dopo l’altra senza farmi ingannare da nessun movimento e senza nessuna difficoltà eccessiva. Mauro mentre scalavo era salito senza corda su una via lì a fianco di cui non ricordo il nome per osservarmi da vicino e mi studiava. Era sbucato da dietro uno spigolo ed era accovacciato in un punto abbastanza comodo, io ero terrorizzato per lui. Quello era stato l’unico momento in cui avevo veramente rischiato di volare, distratto da lui e dal fatto che fosse senza corda. Sbucando da dietro lo spigolo come un folletto all’improvviso aveva detto “Adesso vediamo ‘sto bocia come se la cava sugli strapiombi.” Dopo avermi scrutato attentamente aveva formulato il suo verdetto e mentre scendeva sempre arrampicando slegato, con movimenti eleganti e fluidi pescava dalla memoria, lo aveva comunicato al Càmoz, che nel frattempo mi stava facendo sicura giù sotto, mentre si fumava la solita ennesima sigaretta. “Il bòcia si tiene. Forse è un po’ tonto, però si tiene.” Poi aggiunse: ” Mi è simpatico perché non parla.” Io in effetti dal giorno prima, da dopo quella domanda idiota sulla frana, non avevo più detto nemmeno una parola, avevo solo ascoltato.

Ho scritto questa storia perché oggi so che è l’anniversario del Vajont, sono cinquantaquattro anni che è successa la disgrazia del monte Toc. E sono quasi dieci anni che il Càmoz non c’è più, dovevo scrivere una storia. Questa tra quelle che ho scritto è quella che ho scartato, però mi sembrava un peccato, buttarla via o tenerla soltanto per me.

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Nella foto, il Càmos.

Erto – Vajont ultima modifica: 2017-11-08T12:58:50+00:00 da Redazione
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