Eternit e Manolo: le pagine perdute.

eternit manolo prese scavate

Manolo eternit prese scavate

In occasione dell’uscita del nuovo libro di Manolo “Eravamo Immortali“, edito da Fabbri Editori, nel quale il forte climber feltrino ripercorre le tappe salienti della sua incredibile carriera di free-climber e dove si racconta, della memorabile giornata durante la quale ha accompagnato Adam Ondra a provare la sua celebre via Eternit 9a alla falesia del Baule, riproponiamo le pagine perdute, scritte da Alessandro Jolly Lamberti, nella prima edizione suo libro “Run Out” a proposito della via e degli avvenimenti di quei giorni, quando, accompagnato dallo stesso Manolo, ebbe la sorpresa di trovare molte delle prese modificate, rotte o in qualche modo manomesse. Il capitolo è stato in seguito rimosso dalla seconda edizione.

“Amo colui che sogna l’impossibile”.

J.W. Goethe: Faust

In visita dal Mago.

Manolo eternit prese scavateVolevo conoscere Manolo, provare la più dura delle sue vie. Volevo farmi ammaliare dal “Mago”, carpire il suo segreto e rubargli l’astuta formula magica che gli aveva permesso di restare un mito nonostante l’età, nonostante gli acciacchi, nonostante l’avanzare della generazione di giovani mutanti. Mi aspettavo di ritrovare, su quelle pareti nascoste e desuete, un approccio estetico e puro. Manolo mi avrebbe riportato alla visione romantica della scalata: Manolo, il solitario e schivo montanaro che aveva preservato la dimensione filosofica di quella disciplina.

A quarantanove anni sentii il bisogno di un Guru. Mi feci coraggio, e lo chiamai. Gli dissi che volevo andare a trovarlo per provare la sua via. Gli feci intendere il massimo rispetto per le sue imprese e per la visione della scalata che traspariva dalle sue interviste. Gli dissi che avevo visto il suo film su “Eternit” la placca più dura del mondo, che mi sarebbe piaciuto metterci le mani sopra, anche soltanto per un pellegrinaggio.
Manolo si mostrò stupito che un “forzuto” volesse entrare in una dimensione cosi démodé, ma era molto contento di accompagnarmi nel suo piccolo regno. Gli risposi che per me sarebbe stato un onore e restammo d’accordo che ci saremmo incontrati verso la metà di giugno.
Proposi a Sante e Roscioli, due amici e allievi, un fine settimana lungo, e loro accettarono l’invito senza neppure sapere dove li avrei portati.

Manolo eternit prese scavateIgnorando che la destinazione sarebbe stata una parete distante quasi due ore di marcia dalla macchina, con poche vie, per giunta verticali e con chiodi distanziati.

Eravamo cresciuti e anche il modo di viaggiare era cambiato. Partimmo da Roma con il treno alta velocità e in meno di quattro ore fummo a Padova dove noleggiammo una comoda Mercedes classe C che in poco meno di due ore ci portò all’imbocco della Val Noana, sotto le vette Feltrine, alle porte del regno di Manolo, in quella parte delle Dolomiti rimasta ancora fuori dai circuiti turistici.

L’imbocco della Val Noana era uno stretto canyon in cui un torrente tumultuoso aveva scavato una forra liscia e profonda. Man mano che salivamo, la valle si apriva da ambo i lati fino a formare un verde alpeggio, protetto, sulla sinistra, da un anfiteatro di pareti dolomitiche. A un certo punto la strada asfaltata terminava e lì avevamo l’appuntamento con la nostra illustre guida.

Eravamo tutti e tre emozionati all’idea di conoscere il padre della scalata sportiva italiana.

Manolo arrivò puntuale, su un furgone Volkswagen 4×4, piuttosto scassato. Gli occhi erano ancora quei brillanti di ghiaccio celeste che avevano contribuito, molti anni prima, a costruire il suo ruolo di divo mediatico, ma la pelle, intorno, portava i segni dell’invecchiamento profondo di chi ha vissuto all’aperto, di chi ha mangiato pochi grassi e si è nutrito di aria secca guardando in faccia il sole. Le braccia sembravano essersi prosciugate attorno alle ossa, il corpo era minuto e, sotto la maglia dello sponsor, si intravedevano pochi resti di una muscolatura scolpita. Quegli occhi brillanti e vitali sostenevano e animavano un corpo che, senza di essi, sarebbe potuto sembrare quello di un vecchio: quei due fari pulsanti di energia bastavano, da soli, a farlo apparire ancora come il ragazzo che a sedici anni danzava senza corda sulle pareti verticali di Manolo eternit prese scavatedolomia gialla, infrangendo tutte le regole e tutti gli schemi.

Lo avevo incontrato due o tre volte negli ultimi trent’anni, più che altro ci conoscevamo di fama. Lui si era congratulato quando avevo scritto il trattato sull’allenamento, io gli avevo mandato un messaggio di stima quando aveva salito la placca perfetta, quella che ora ero venuto a provare. Quelle poche volte che ci eravamo incontrati, non aveva fatto altro che elencarmi guai fisici di ogni tipo, dalla broncopolmonite che lo
aveva colto d’inverno, alla rottura di un tendine, al serio problema alla schiena che lo aveva tenuto fermo per mesi; quasi volesse giustificarsi, o scusarsi, di non essere sempre quel Mago che, io e il mondo pretendevamo che fosse. L’elenco dei malanni era così lungo e dettagliato da ricordare quello di una vecchietta sulla panchina del parco, mentre lo racconta alle amiche: ti faceva credere che esagerasse, ti portava a pensare che sotto sotto ci fosse una certa ipocondria, o il desiderio di staccare, di potersi prendere una vacanza dal suo ruolo; di poter dire: “Ecco, per un po’ non sono più Manolo”.

Leggi anche:
Il crepuscolo dei maghi

E cosi fece anche quel giorno. Avevo parlato ai miei amici di questo lato lamentoso del suo carattere e mentre salivamo il lungo sentiero che conduceva alla falesia del Baule, perfidamente lo stuzzicai, dicendo che tutto sommato mi sentivo in forma, che quest’anno avevo parecchia forza e che non mi potevo lamentare. Bastò questo innesco e il Mago cominciò a declamare: era scivolato sul ghiaccio davanti casa e aveva sbattuto il gomito, ma solo ora si erano accorti che era fratturato. Nonostante non toccasse roccia da sei mesi, lo avrebbero dovuto sicuramente operare. Era appena uscito da una influenza che lo aveva debilitato per due settimane; aveva avuto un serio problema alla spalla,Manolo eternit prese scavate un problema alla schiena; una volta, scendendo da un sentiero, era scivolato su un bastone appuntito che gli aveva perforato un polmone e che l’incidente, ancora oggi, gli procurava dei dolori. Per molto ancora non avrebbe potuto scalare.

Soddisfatto di essere riuscito a farlo cadere nella trappola, diedi una occhiata ai miei amici e cercai di cambiare discorso, indirizzandolo verso altri temi a lui cari. Cominciò a parlare della sua via, di come fosse legata alla sua visione della scalata, e la conversazione si infarcì di luoghi comuni, romanticismi, buoniste e superficiali osservazioni: la via ti deve piacere, il posto deve essere immerso nella pace e nella natura, la sensazione della roccia ruvida sotto le dita, il gusto del gesto, i ritmi frenetici della società moderna che si riflettono nella scalata e bla-bla-bla.

Non riuscivo ancora a vedere bene sotto quella maschera di banali luoghi comuni ma sentivo che c’era ben altro: che il Mago, in realtà, era scisso e tormentato, che viveva una crisi simile alla mia, ma ben più profonda, che era prigioniero di un ruolo, un po’ come lo ero io, ma in maniera più radicale; che il suo desiderio di restare il “Mago” per sempre era grande più del mio voler restare per sempre il “Jolly”.

Intuivo che sotto quella coltre di superficiali, anche se ineccepibili, convenevoli romantici, stava emergendo la paura della vecchiaia e della morte. Una paura cosi grande da potersi e da poterti trasformare.

La falesia era incantevole: un piccolo bastione bianco, sospeso su prati verticali che precipitavano a valle per centinaia di metri, si ergeva lungo la cresta che divideva le due vallate. Il prato, verdissimo, spianava proprio sotto la parete, in un unico terrazzino orizzontale che sembrava fatto apposta per attaccare facilmente le vie. Se lo sguardo continuava a seguire il contorno della ripida cresta, raggiungeva, a destra e a sinistra, alte cime ancora innevate. Sotto, il prato era puntellato da un rado bosco Manolo eternit prese scavatedi conifere e costellato da grandi fiori gialli e viola. La parete era un muro monolitico di calcare grigio chiaro, di quelli che si trovano soltanto in montagna, ma ancora più raro, perché perfettamente livellato e regolare, verticale e duro come il muro di una chiesa, ruvido e compatto come una lastra di marmo grezzo.

La via sembrava perfetta. A dieci chilometri da casa, Manolo aveva trovato la linea che ogni placchista sogna: venti metri di solida roccia perfettamente verticale, priva di cenge, fratture o blocchi staccati. Un muro che sembrava tagliato dall’uomo, ma che, invece, era stato levigato dal ghiaccio, mentre il vento e la pioggia avevano scolpito quelle piccolissime asperità che lo avevano reso appena scalabile.

La falesia del Baule era una di quelle opere d’arte che la natura regala ai pochi che sanno apprezzare: modellata dal vento, scolpita dall’acqua – giusto quel minimo necessario per essere, un giorno, scalata – colorata dal sole e poi, in seguito, scolorita dal sole; incorniciata in basso da un tappeto d’erba, campanule, orchidee selvatiche e primule; ai lati da pochi larici superstiti a quella quota severa; sopra da null’altro che un cielo blu come il mantello del mago Merlino.

Quella falesia era una piccola porzione del paradiso che poteva essere la terra prima che l’uomo la sapesse apprezzare: il giardino zen dove praticare l’inutile e sublime gioco della scalata. Quella falesia era il luogo ideale dove esercitare la propria consapevolezza, la propria attenzione non giudicante, il proprio motivato distacco; era il luogo ideale per ritrovare l’originario e ormai perduto senso della scalata, per ritrovare veramente tutto ciò che ormai era inflazionato e sbandierato nei luoghi comuni e nelle interviste, che era sulla bocca di tutti, dal principiante al top climber, ma vuoto di significato.

Quella falesia sembrava essere il luogo ideale in cui praticare veramente la scalata come esercizio contemplativo e muscolare, come disciplina nella quale l’uomo sale la parete e contemporaneamente scala se stesso.

Il luogo ideale per abbandonare il sé, addormentare l’ego, e finalmente risvegliarsi.Manolo eternit prese scavate

La delusione arrivò improvvisa, come quando si osserva una donna di spalle: i capelli curati che cadono su un corpo che sembra perfetto, poi, quando si volta, rivela un viso da cariatide rimodellato dal bisturi.

In realtà, alcuni sottili segnali dell’incombente delusione, mi avevano già raggiunto. Qualcosa, mentre salivamo il sentiero, mi stava penetrando sotto pelle, ma ero distratto, troppo eccitato, emozionato e impaziente di mettere le mani sulla via il cui filmato avevo già visto e studiato (e questo il Mago non lo sapeva) decine di volte.

Lo sguardo del Mago mentre mi tendeva la mano – secca e nodosa come una vecchia radice di quercia – sguardo che balzava qua e là impaziente e nervoso, avrebbe dovuto mettermi in allarme, e anche quella sua affascinante profusione di parole, prima riguardo i suoi acciacchi, poi riguardo al “mondo” della scalata, infine, giunti in falesia, quel suo veemente interesse per conoscere la mia impressione, il mio giudizio, sulla bellezza della sua via ma, soprattutto, sul Grado.

Mi chiedeva del Grado, ancora prima che potessi essermi fatto un’idea, quando, a freddo – perché troppo impaziente di arcuare le mie dita su quelle rughe disegnate sul marmo per perdere tempo con il riscaldamento su un 7a sicuramente infido – ero partito per guardare i movimenti (guardare, più ancora che provare), fermandomi a ogni metro, anche sulla parte più facile.

Avrei dovuto aspettarmela, la delusione, dal momento che tutto quello che aveva detto il Mago, finora, riguardava il carico psicologico che gli proveniva dal mondo esterno. I malanni, che gli servivano come una temporanea vacanza da ciò che il mondo esterno gli richiedeva; la tutela di alcuni valori romantici, che la comunità scalatoria (dunque, ancora una volta, l’esterno) aveva consegnato a lui come ultimo depositario e difensore; il Grado, ovvero l’archetipo di tutto ciò che l’esterno pretendeva da lui.

Manolo eternit prese scavateManolo mi aveva affascinato subito, di una fascinazione profonda e istintiva, che scaturiva dal suo essere vivo, splendente e tormentato, e proprio questo suo trasudare un intelligente caos esistenziale, aveva attratto, da subito, la mia attenzione e il mio rispetto. Il suo essere stato per tutta la vita prigioniero di un ruolo, costretto a credere e perfino a desiderare bisogni che venivano plasmati dall’esterno, dalle aspettative di tutti quelli che gli stavano intorno, da tutti quelli, molto più numerosi, che lo vedevano come un mito e un modello.

Non era lui che ricercava – negli ultimi anni sempre con maggiore ossessione – il Grado con la G maiuscola, non era quello un suo reale bisogno: era il mondo esterno che lo pretendeva da lui a gran voce o, perlomeno, questa era la voce che lui sentiva forte e chiara arrivare da fuori.

Lo avrei dovuto capire subito, perché io stesso mi trovavo, anche se in scala ridotta, nella stessa situazione che stava vivendo lui. Anche io, con la mia patetica via di Grotti, continuavo a pescare i miei bisogni al di fuori del pozzo primordiale dei miei veri desideri, pozzo che stava interamente dentro di me, ma che facevo ben attenzione a tenere serrato con massicci lucchetti; anche io, per un momento, avevo pensato di esaudire le aspettative del mondo rendendo quella via unica e irripetibile a qualunque costo.

Persino io, che non ero che un piccolo, piccolo Manolo, per un istante ero stato tentato di risolvere tutto con un colpo di scalpello; non dovevo fare altro che concatenare la via, e poi, con un colpo di mano, porre fine a tutti i dubbi sul grado, semplicemente spaccando due minuscoli becchi di roccia, cosi minuscoli che nessuno se ne sarebbe accorto, ma cosi aguzzi che, senza di essi, il dito non sarebbe più riuscito ad aggrapparsi.

Ora stavo appeso sulla placca più dura del mondo, la placca che il Mago delle placche aveva impiegato vent’anni per salire, il cuore mi batteva forte per l’emozione, ma c’era qualcosa di fasullo: qualcosa non stava andando come previsto.

Quando, esausto da quel primo giro di ricognizione, mi feci calare piano per osservare meglio i minuscoli appigli, che già salendo mi erano parsi adulterati, in un attimo capii che la via era stata oggetto di ripetuteManolo eternit prese scavate modifiche da parte dell’uomo. Che la maggior parte degli appigli erano stati restaurati, alcuni per rendere il tratto di parete più difficile, altri per renderlo possibile, altri ancora si vedeva chiaramente – erano stati prima rotti e poi ricostruiti, poi nuovamente rotti. Il segno dello scalpello era evidente: le modifiche non avevano nulla di naturale. Lo strato di calcare che ricopre la roccia è sottilissimo, e quando si va a intaccare quella piccola crosta, sotto compare subito la parte liscia e marmorea: cambia il colore, cambia la ruvidità e il colpo di scalpello risalta evidente come una cicatrice; non si può più mascherare, non è possibile tornare indietro, occorrono anni e anni prima che la colatura di calcare ricostruisca la patina ruvida e grigia.

Alcune modifiche erano freschissime: si vedeva ancora la polvere del marmo sbeccato. Altre erano più vecchie, probabilmente eseguite all’apertura, e la pioggia aveva già cominciato a ingiallire il bianco della roccia sottostante.

Il sottile confine tra possibile e impossibile era stato varcato più volte, prima in un senso e poi nell’altro, fino a trovare un punto, al di qua della linea, ma cosi vicino ad essa che nessuno avrebbe più potuto mettere in discussione quel numero: il piccolo numero così importante, il Grado, quella entità misteriosa che vorrebbe misurare la distanza che separa ciò che è possibile da ciò che è impossibile.

Quando arriviamo a un certo punto della nostra vita, soprattutto quando questa è stata vissuta intensamente e in modo glorioso, quando nel nostro piccolo mondo siamo stati “qualcuno”, quando il cassetto dei nostri ricordi trabocca delle immagini felici delle nostre incredibili imprese, quelle che ora non siamo più in grado di compiere, è allora che la botta arriva più forte, è allora che una crisi naturale e graduale può diventare improvvisa e rovinosa: è allora che il Grado, quel Grado può diventare un ultimo, disperato, tentativo per superare la paura di morire, l’unguento illusorio contro la vecchiaia, proprio come l’amante ventenne o la Porsche cabrio, ma molto più pregnante.

Manolo eternit prese scavateIl Grado, quel Grado, come estrema difesa contro la morte al contempo come fine del continuo e inappagato sforzo di superare un limite. L’ultimo Grado, l’illusione del grado più alto, ottenuta per garantirsi l’immortalità, anche a costo di vendere una porzione di anima al diavolo. Al diavolo con lo scalpello in mano, che, quando la parete è deserta, modifica in pochi secondi ciò che Dio, o il Caso, ha creato in migliaia e migliaia di anni. Un diavolo che porge lo scalpello per profanare e manomettere una scultura perfetta, e poter cosi arginare quella dolorosa sensazione di perenne irraggiungibilità, per tappare il buco di quell’otre che si svuota man mano che lo si riempie, per porre un limite, artificiale, a ciò che non ha limite e, al tempo stesso, per illudersi di poter togliere, sempre artificialmente, il limite alla eterna giovinezza.

Avrei dovuto capirlo subito, perché anche io avevo incontrato quel demone, anche io, ero stato così insofferente dei limiti da aspirare a superarli.

Manolo mi affascinava, e se anche fosse stato lui a fare quelle modofiche, non diminuiva il fascino che emanava, anzi mi piaceva sempre di più, ma non la via, no, per lei avevo perso ogni interesse.

Avrei voluto parlare con lui. Avrei voluto chiedergli se aveva salito la via prima delle evidenti modifiche, oppure dopo, oppure sia prima che dopo; perché sapevo che era stato in grado di salirla. Ma io, e soprattutto il mio mai sopito spirito sportivo volevo fare la stessa identica via percorsa da lui e questo non era più possibile.

Avrei voluto parlargli, invece, come al solito, non ne ebbi il coraggio e subdolamente aspettai il giorno dopo, quando lui non c’era, per tornare sulla via e raccogliere le prove.

Il mio livello di tecnologia era alto, la mia esperienza in fatto di prese scavate era altissima: come poteva, il Mago, pensare che non mi sarei accorto che era tutta una finzione?Manolo eternit prese scavate

La mattina seguente, a piedi, feci il giro della parete e mi calai in corda doppia sulla via fotografando ogni appiglio. Nel mio iPad avevo caricato il suo filmato mentre eseguiva la via, quello che era stato acclamato al festival di Trento.

Dal video catturai i fotogrammi di alcuni appigli e li confrontai con le foto appena scattate: già da quella veloce indagine era evidente che la via che avevo provato io era diversa da quella salita da lui nel filmato.

Manolo l’aveva modificata prima di salirla – già questo poteva apparire sacrilego, nel contesto di quella roccia perfetta, come deturpare un’antica scultura – ma poi – il suo filmato ne era la prova – qualcuno, o lui stesso, era intervenuto ancora, modificandola per renderla più difficile. Tracce freschissime dimostravano come alcuni ritocchi erano stati apportati poco prima che io arrivassi per provarla. Forse quei romantici, noiosi e stereotipati discorsi che infilava negli articoli e nelle interviste, in realtà erano solo il pallido riflesso in superficie di qualcosa che, nel profondo, era molto più interessante, più vivo, più vero.

Forse non era stato Manolo a cercare il diavolo con lo scalpello per patteggiare con lui l’eterna giovinezza, ma era stato proprio Mefistofele a sceglierlo, perché proprio lui, come Faust, era sempre stato teso verso la ricerca, verso la “streben“; perché proprio lui aveva quella insofferenza verso i limiti e quella costante aspirazione a superarli che Goethe chiamava “la più nobile aspirazione dell’uomo”.

La delusione per la via differente da quella che mi aspettavo era stata comunque ripagata: avevo trovato una persona che mi aveva profondamente colpito e un modo per continuare la mia ricerca.

Non dovevo fare altro che cercare una placca, appena al di qua dell’impossibile, e provare, per il resto dei miei anni, a salirla.

Eternit e Manolo: le pagine perdute. ultima modifica: 2018-04-27T18:27:31+00:00 da T. Kinkade
8 Commenti
  1. Giacomo G. 3 settimane fa

    Personalmente non comprendo perché’ Jolly abbia posto tanta energia in questa faccenda. La scusa del pezzo per il libro non torna, visto che Jolly ha avuto la premura di rispolverare la faccenda non appena Ondra ha pubblicato notizie sui suoi tentativi sulla via. Quindi Jolly si e’ sentito investito del ruolo di pubblico denunciatore di un presunto inganno. Si e’ premunito di foto per documentare la sua tesi ( e presumibilmente per proteggersi legalmente ) . Ovvero, invece di chiedere spiegazioni a Manolo, in gran segreto si e’ preso le foto e ha levato i tacchi. Che poi queste foto siano davvero inequivocabili e’ opinabile ma e’ un altro discorso… Insomma la delusione per venire a mancare la motivazione per un nuovo progetto ( per altro per una tesi tutta sua e non discussa con il personaggio in questione ) per me non giustifica la volontà’ di tentare di distruggere Manolo come personaggio pubblico.
    Insomma brutta storia, per entrambi. Io ho iniziato ad arrampicare alla fine degli anni 80, per me Manolo e Jolly sono sempre stati ( sono?) dei riferimenti. Qui ne esce peggio Jolly.

  2. wp_8016302 3 settimane fa

    Ma di che parli. Questo capitolo sta nella prima edizione del libro di Jolly. Anno di pubblicazione 2014. Come e quando siano state prese le foto è ben spiegato nel capitolo stesso. Ma ogni tanto leggere, no?

  3. Giacomo G. 3 settimane fa

    @wp_XYZ Ogni tanto cercare di capire prima di commentare no? Ho quel libro e con quel capitolo. Dicci il tuo pensiero con frasi compiute invece di sparare il solito commento da furbacchione dei forum…

  4. wp_8016302 3 settimane fa

    Veramente a volte la pazienza.
    > la scusa del pezzo per il libro
    Ma quale scusa. Ha scritto il capitolo per l’edizione del 2014. E’ andato là ha pensato/visto delle cose le ha scritte e pubblicate nella prima edizione (per altro a sue spese). Quale sarebbe la scusa, boh, sinceramente mi sfugge

    > rispolverare la faccenda
    Jolly ha fatto un post su Instagram dopo che Ondra aveva provato la via dicendo strano che Ondra paladino delle vie naturali sia andato a scalare su quella via senza scandalizzarsi per lo stato in cui è ridotta e senza pronunciare parola in merito. Che la via sia ridotta in uno stato pietoso è confermato da altri arrampicatori che l’hanno provata o ci si sono semplicemente calati (oltre che ovviamente dalle foto).

    > distruggere Manolo
    Il capitolo va ben al di là della stupida polemica su degli appigli smartellati ed offre molti spunti interessanti per capire il personaggio e certe dinamiche. Puoi decidere di fare tutta la dietrologia di questo mondo ma è poco interessante

    > 0/10 per me che alle 23.37 sto ancora a scrivere di manolo

  5. Giacomo G. 3 settimane fa

    @wp_007 per stile e per la pazienza ti daranno il premio di forumista dell’anno…
    > la scusa del pezzo per il libro
    Uno scrive un libro di racconti sul suo vissuto, e nel capito su Manolo, per non sbagliare, allega una dozzina di foto di 20 cm quadri di roccia scalfita… E’ normale? Solo un ingenuo ( o un amico/parente di Jolly) potrebbe berselo. Più’ normale, sarebbe trovare denunce del genere su una rivista di arrampicata, con un’intervista in cui ci sia un esplicito contraddittorio sulla sua tesi. Magari Pareti gliel’avrebbe pubblicata.
    Infine che diavolo c’entra che l’ha pubblicato a sue spese.
    > rispolverare la faccenda
    Abbiamo tutti visto e letto il post su Instagram. Lo stesso Jolly deve essersi reso conto che poteva risparmiarselo. Ripeto, se fosse stato materiale solo per un racconto del suo libro chi glielo faceva fare. Ma che gli importa di quello che fa e dice Ondra. A maggior ragione visto che Ondra la via l’ha toccata con mano, presa per presa. E sicuramente di queste beghe tra veci non gliene può’ fregare di meno.
    Ma poi tu vedi delle piccole foto e concludi che la via e’ ridotta ad uno stato pietoso? Dovresti dirci dove arrampichi. Ti e’ mai capitato arrampicare su una via con appigli ritoccati? Per tua informazione di “devastazioni” come quelle delle foto ce ne devono essere in abbondanza anche in vie nel palmares di Jolly, che sicuramente non ha alcuna difficoltà’ ad ammetterlo.
    Gli arrampicatori che l’hanno provata o ci si sono calati… Immagino tu NON sia tra quelli – e neppure fai i nomi ovviamente…
    > distruggere Manolo.
    Nel capitolo in questione il tema e’ svelare l’inganno del Mago. Tutte le riflessioni sul personaggio sono aggiunte accessorie che si leggono anche bene. Ma son le foto a fare la scaletta al testo. Non c’e’ nessuna dietrologia ma solo una evidente voglia di prendere la scena. Poi puoi decidere di spegnere il cervello e vederci solo il pezzo letterario.

    La mia domandina era semplice e non aveva bisogno di avvocati difensori, in quanto non entra nel merito della veridicità’ della tesi di Jolly. Perché’ mettere tanta energia in questa storia? Si trovi una sua linea da sogno, tutta naturale, e ci si dedichi, sarebbe sicuramente più’ contento lui stesso

  6. wp_8016302 3 settimane fa

    > Uno scrive un libro di racconti sul suo vissuto, e nel capito su Manolo, per non sbagliare, allega una dozzina di foto di 20 cm

    Che cosa hai visto / letto non si sa. Le foto nel libro non c’erano.
    Che perdita di tempo.

  7. Giacomo G. 3 settimane fa

    @wp_007
    vedi che sei tu che non hai il libro giusto, dove le foto ci sono eccome – informati prima di spararle e goditi il premio

  8. […] via è stata per altro al centro di numerose e roventi polemiche a causa di alcune prese che sembrano essere state manomesse, non si sa da chi, dopo la prima […]

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Newsletter Livellozero
La nostra newsletter è gratuita. Breve. Interessante e colorata. Qualche volta persino divertente. Quelli che si iscrivono sono più di che quelli che si cancellano. Il che vorrà dire qualcosa.
Vai Tranquillo
Iscriviti alla Newsletter

Accedi con le tue credenziali

Hai dimenticato le tue credenziali?