Il crepuscolo nei templi dell’India scende sempre prima del tempo sotto le volte basse e soffocanti come sarcofagi.

Questa sera, quando il sole ancora non è tramontato, già brillano piccole lampade attorno al gran tempio di Madura, lungo il viale coperto da una volta di granito, una sorta di vestibolo preparatorio dove i venditori di ghirlande hanno le loro botteghe. E queste sono ovunque, in ogni vano, al riparo come in una nicchia, tra le statue colossali che bordano il viale.

La penombra che succede improvvisa alla luce dell’esterno confonde tutto: cose, uomini, idoli e mostri; i volti umani con quelli troppo grandi delle statue, i gesti impietriti delle figure dalle troppe braccia con i movimenti reali delle braccia umane. Vi sono anche vacche sacre che, dopo aver errato per tutto il giorno nelle vie, si attardano a masticare canne e fiori prima di rientrare nel tempio per il riposo notturno.

Al fondo del viale è scavata una porta, tunnel oscuro sotto l’incombente piramide di divinità che si inerpica nel cielo. Da qui s’inizia il tempio vero e proprio: una città silenziosa e sonora attraversata da un vasto reticolo di vie abitate da un popolo innumerevole, un popolo di pietra.

Ogni colonna, sorta di mostruoso pilastro, è in un sol blocco, innalzata con procedimenti per noi incomprensibili – senza dubbio per lo sforzo combinato di migliaia di braccia – e poi scolpita, scavata in profondità in mille immagini di divinità differenti o di mostri.

Le volte sempre piatte, il cui equilibrio sembra a prima vista inspiegabile, sono costituite da monoliti lunghi da otto a dieci metri che poggiano sulle due estremità, moltiplicati all’infinito, allineati gli uni accanto agli altri come semplici assi. L’arte di questa costruzione riporta a quella usata a Tebe o a Menfi, i cui edifici sono altrettanto indistruttibili, quasi eterni. Come a Chri-Ragam, file di cavalli impennati che battono l’aria con le loro zampe e processioni di dei i cui contorni si perdono nel buio, in prospettive lontane.

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L’antichità si rivela solamente nell’usura delle basi, levigate e scurite dalle tante mani, dai tanti corpi di uomini e di animali che le hanno toccate, strusciate … Magnificenza e sudiciume, contaminazione di un lusso di Titani e di un’incuria di barbari. Le ghirlande di giunchi e di foglie di banani intagliate che in altri tempi sono state tese da una colonna all’altra per qualche festa, ora si sbriciolano per terra in frammenti decomposti dall’umidità. Gli arredi delle processioni, animali fantastici, elefanti bianchi a grandezza naturale di cartapesta o di gesso, imputridiscono qua e là, sprofondati nei recessi. Le vacche sacre, gli elefanti veri passeggiano liberi per le navate lasciando i loro escrementi sul pavimento scivoloso e unto, lustrato da piedi nudi. Il grande pipistrello chiamato vampiro si riproduce sotto le volte spaventose: innumerevoli ali nere di larga apertura, ma senza piume e perciò silenziose, si agitano ovunque lassù senza che nulla si senta…

 

In un cortile interno, a cielo aperto, ritrovo per un istante il chiarore della sera. Nessuno, soltanto pavoni che fanno la ruota appollaiati su animali di granito. Sopra il muro di cinta si innalzano, a distanze diverse, le torri rosse e verdi del tempio e, sempre sorprendenti, le piramidi di dei, mentre tra le figure scolpite si aggirano intorno a nidi sospesi rondini e cocorite; più in alto, vicino alla sommità irta di punte illuminate dall’ultimo sole, volteggiano in folli giri i corvi e le aquile.

da: Pierre Loti, L’India (senza gli Inglesi), EDT, Torino 1992.

 

Il Tempio (Uomini e Dei) ultima modifica: 2017-10-23T22:39:08+00:00 da T. Kinkade
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