Per ogni salto succedeva sempre la stessa cosa: stavo zitto per un po’ e poi chiedevo “Ma allora questo salto me lo fai o no?” E loro rispondevano “Ok lo faccio… ma una volta sola…” Ed avevano ragione. Se avessero fatto un secondo salto era molto probabile che sarebbero tornati a casa zoppicando o che avrei dovuto accompagnarli all’ospedale più vicino.

 

“Pochi passi di rincorsa, stacco … ed eccolo in volo. Per un istante rimane sospeso in una posizione che non ha niente a che vedere con l’arrampicata. Le mani afferrano al volo una presa sull’altra torre. I piedi sbattono violentemente contro la parete, come un pendolo impazzito. L’impatto secco della punta del piede contro la roccia gli stacca l’unghia dell’alluce. Il dolore è talmente forte da fargli lasciare la presa. Per di più l’assicuratore non gli ha dato abbastanza lasco e quindi, al termine del pendolo di ritorno, il jumper sbatte violentemente la testa contro la roccia della torre da cui era partito. Lo calano a terra. Immediatamente si raduna una folla. Il ragazzo perde abbondantemente sangue dalla testa. Nel frattempo io continuo a scattare”.

Karel Vlček ha fatto foto a saltatori ed arrampicatori a partire dagli anni ’60 e fino ai primi ’90. “Ero un grande manipolatore. Puoi star certo che, in un modo o nell’altro, sarei riuscito a fare la foto che avevo in mente”. Spesso obbligava gli arrampicatori a saltare più e più volte. Tomas Cada, per esempio,  saltò dalla torre di Milenec a quella di Milenka per ben otto volte. “All’epoca stampare copie in camera oscura era molto costoso. Per questo motivo preferivo scattare una diapositiva per ogni salto. Alcune foto le mettevo in archivio, mentre altre le spedivo a riviste estere per la pubblicazione”.

Scattavi in condizioni reali o era tutto preparato secondo quello che avevi in mente?
In termini assoluti si può dire che in fotografia niente sia effettivamente “reale”. Ovviamente preparavamo tutto prima. Tutti i salti più importanti erano sempre preparati abbastanza meticolosamente e con un certo anticipo. Magari mi veniva in mente un salto, chiamavo Joscik (Hradecky) e gli dicevo: “Hey Joscik, devo fotografare un salto sulla torre di Jablonka”. Al che lui rispondeva “ok. Andiamo e facciamolo”. Joscik, prima di morire in Svizzera a causa di un incidente, aveva salito slegato la famosa Torre di Kapelnik (grado arenaria VIIIb, pari a circa 6b su una parete verticale di roccia dubbia). Su quella stessa via feci le prime foto appeso ad una corda. Era il 1969 e Ota Novak salì la via da sotto per permettermi di fare le foto.

Hai iniziato come fotografo o come arrampicatore?
Prima ho iniziato ad arrampicare. Mi portarono a Skalák, nella parte nord della repubblica ceca, per arrampicare sulla torre di Blatnik. Non avevo la minima idea di quello che stavo facendo e iniziai a salire per la via più difficile. Mi faceva sicura una ragazza. Una volta sceso qualcuno disse: “hai fatto Blatnik, bravo. Adesso puoi fare Podmolky.” Diedero dei guanti alla ragazza perchè pensavano che sarei sicuramente caduto. Due settimane più tardi decisi di andare da primo su Kourovka (VIIb, 6a). Caddi poco sotto il primo chiodo (in Boemia, dato il tipo di roccia, era abitudine piantare sulle vie alcuni grossi chiodi ad anello, molto distanziati gli uni dagli altri, che rappresentavano gli unici ancoraggi totalmente sicuri in caso di caduta. Ove possibile i chiodi ad anello venivano poi integrati durante la salita da cordini e nodi incastrati nelle fessure e nei buchi. Molto spesso quindi il primo chiodo ad anello poteva anche essere a 8/10 metri da terra. Ndr). Una volta sceso a terra dissi a me stesso che mi sarei spostato sull’altro lato della corda, quello più sicuro. Il lato più sicuro è sempre quello migliore, specialmente se devi fare delle foto.

Come è stata la collaborazione con i fratelly Pochyly (Ondrej e Pavol, pionieri dell’arrampicata estrema nei Tatra, inizio anni ottanta)?
La prima volta che abbiamo parlato Pavol mi disse che faceva abitualmente uso di Pervitin (metanfetamina). Io rimasi molto sorpreso, ma lui mi disse che non gliene fregava niente. Prendevano metanfetamina e spesso partivano slegati. Erano molto tosti, specialmente Pavol. Fecero la prima traversata integrale dei Tatra in inverno.

Dalle foto si vedono anche ragazze che arrampicano slegate…
Le foto sono fatte su vie non difficili. Sono scattate con il grandangolare e la parete sembra molto più ripida di quello che è in realtà. Ma Jana Hilbetova era una scalatrice forte. Salì la versione boema di Separate Reality, una fessura strampiombante ad Ostrov (VIIIc, 6b+).

Ostrov – Sluneční věž – Jana Hilbertová su Separate reality VIIIc.


Labské údolí – Ostrov . Jana Hilbertová e Jitka Součková in arrampicata slegata.
Nikon F3

E che mi dici della foto con le fessure parallele? La corda dov’è? Nascosta dentro una delle fessure?
Da quel che posso vedere non c’è nessuna corda. Franta Cepelka arrampica sulla torre Lahvicky Inkoustu, nell’area di Adrspach. Non è una via difficile (la via è Muší Spára, VIIIc, 6b+. Prendo nota che Karel ha sorvolato sulla questione della corda).

Di solito come funzionava una sessione di salto?
Ogni volta era sempre lo stesso. Io stavo zitto per un po’ e poi chiedevo “Allora me lo fai questo salto o no?” E loro rispondevano “Ok lo faccio, ma una volta sola…” Ed avevano ragione, perchè solitamente se saltavano una seconda volta sarebbero tornati a casa zoppicando o avrei dovuto accompagnarli all’ospedale più vicino.

In quegli anni come erano considerati all’estero gli arrampicatori cecoslovacchi?
Negli anni ’80 ho fatto un mostra in Francia, ad Antibes. Ho conosciuto tutti i più forti arrampicatori francesi dell’epoca. Erano veramente i più forti in circolazione. Abbiamo guardato le foto dei salti e gli ho chiesto: “allora? lo fareste?” “Assolutamente no! Siete tutti fuori di testa!” All’epoca l’arrampicata su arenaria in Cecoslovacchia era considerata all’estero come un qualcosa di veramente leggendario.

Nelle tue foto molti arrampicatori anni indossano calzature da arrampicata quantomeno bizzarre…
Non esistevano scarpette specifiche e le risorse economiche erano generalmente molto limitate. Ci sono voluti anni prima che le scarpette con suola in gomma liscia, tipo le EB, le Boreal o le Asolo, venissero importate in Cecoslovacchia. Ed anche in quel caso costavano cifre improponibili. Ci si arrangiava con quello che c’era. Avevamo capito da subito che per l’arenaria le calzature morbide a suola liscia erano molto meglio rispetto al carro armato rigido degli scarponi da montagna. Si usavano quindi diverse varianti di babbucce da casa con suola in gomma e tomaia in feltro. Purtroppo la tomaia, soprattutto in punta, si consumava molto rapidamente. Inoltre le babbucce tendevano a sfilarsi dai talloni. Per ovviare a questo inconveniente il collo del piede veniva avvolto con una variante locale dell’american tape. Il nastro adesivo, fasciato stretto attorno al collo del piede, assicurava, almeno per un po’,  una calzata accettabile, almeno fino a quando il feltro non si sfondava definitivamente.

E le corde? Usavate corde dinamiche per saltare?
Solo a partire dagli anni ’80. Mi ricordo che fu più o meno in quel periodo che decisi di fotografare un volo di Lenka Prášková.  Fummo però costretti ad usare la mia vecchia corda, dal momento che non ce n’erano altre a disposizione. Era una vecchia corda rossa che usavo per andare su e giù dalle vie ed era rigida e dura come fil di ferro! Pensai: “a questo giro o la corda si rompe o Lenka prende una staticata che se la ricorda….” Per fortuna l’assicuratore le diede un bel po’ di lasco. (Ride ndr.)

Ma di chi era stata l’idea?
Ovviamente mia. Sono sempre stato un grande manipolatore. Quando voglio uno scatto faccio di tutto per averlo. Lenka si spaventò veramente tanto in quella occasione. Dopo il volo tremava tutta.. La costrinsi però a saltare quattro volte perchè volevo la foto di una ragazza in volo con dei lunghi capelli che svolazzavano liberi nell’aria. Il giorno prima l’avevo chiamata e l’avevo avvisata che doveva lavarsi i capelli con tanto shampoo. Li doveva lavare  meticolosamente quella mattina stessa, asciugarli bene e lasciarli completamente sciolti. Sfortunatamente lo scatto non riuscì come me l’ero immaginato ed i capelli non fluttuarono nell’aria, come mi sarei aspettato. Sarà stato forse il troppo shampoo … (Ride ndr.)

Chi era il tuo arrampicatore preferito?
Ho lavorato molto bene con Hudy (Jindřich Hudeček ndr), che era veramente una spanna sopra tutti gli altri. Sarei rimasto a guardarlo per ore mentre arrampicava. I membri della nazionale cecoslovacca di arrampicata una volta mi dissero “dove Hudy passeggia noi lottiamo contro la morte per non cadere!” Negli anni ’80 Hudy è stato sicuramente uno dei dieci arrampicatori più forti del mondo. Si allenava tantissimo e seguiva una dieta ferrea.

Avete viaggiato molto assieme?
Siamo stati tante volte nella falesia di Labak (un falesia molto famosa della Repubblica Ceca ndr) ma non riesco più a trovare le foto (ride). Alcune furono pubblicate in Germania, sulla rivista Bergsteiger, dove ero abbastanza conosciuto. Una volta, mentre eravamo a Labak, il leggendario Bernd Arnold venne da me e mi chiese se volevo fare uno shooting con lui. Non so perchè, ma rifiutai. Forse non avrei dovuto farlo, visto che tutt’ora Arnold è un’icona dell’arrampicata su arenaria.

Ma comunque in quegli anni Hudy era molto più forte di Arnold. Una volta avevo bisogno di una foto della torre Ruzova. All’epoca non c’erano ancora vie tracciate su quel lato della torre e quindi chiesi a Hudy di salire fino a circa un terzo della parete e di mettersi in posa. Una volta fatta la foto lui mi gridò: “dal momento che sono arrivato fin qua, posso anche proseguire fino in cima…” E così fece in meno di un’ora, piantando due chiodi in tutto. Nessuno aveva osato salire per quella parete fino a quel momento. “Non lo dirò a nessuno, tanto non mi crederebbero”, mi disse non appena fu a terra. Diede notizia di quella prima salita solo molti anni dopo. La via si chiama Bílá Oblaka (Xb, 7c+).

E che mi dici invece di questa foto?
Credo sia una delle mie foto migliori. Non ho mai visto una schiena come quella. Stavamo andando a Labak e ci fermammo in una cava, vicino alla strada. Chiesi a Hudy “riesci a salire?” “Si, ma solo per pochi secondi.” Scattai con una luce orrenda a 1/15 di secondo. Fortunatamente la foto non è mossa.

Chi altro ti ricordi?
Jan “Chroust” Procházka fu un grande arrampicatore. Scalò slegato la Torre Kapelnik, sia in salita che in discesa. Era un persona intelligente e di grande tempra. Ho vissuto per diversi anni con lui a Praga e ancora mi ricordo il suo modo di pensare estremamente positivo. Nel 1969, un anno dopo l’inizio dell’occupazione russa, scese in piazza a protestare e la polizia segreta lo inseguì per i vicoli fino a che fu preso e pestato a sangue. Fu espulso dall’Università e cominciò a lavorare come muratore. Ma il lavoro gli piaceva e si godette ogni minuto della sua esistenza. Purtroppo morì pochi anni dopo in Norvegia in un incidente in montagna. Un membro della cordata scivolò e trascinò tutti gli altri di sotto.

Jan Procházka – Chroust

Che mi dici delle ragazze?

Jana, Jitka, Lenka e le altre erano tutte ragazze forti e determinate. Salti a parte ho fatto diverse sessioni fotografiche con molte di loro. Rivedendo le foto ora, a distanza di anni, è incredibile la spensieratezza e la leggerezza che ne traspare.

Raccontaci la storia dell’incidente durante il salto al Polar Throne …
Karel Simek è stato il primo a completare il salto dalla cima della torre Herynek. La parete della Polar Trone sta di fronte, probabilmente ad almeno sei o sette metri di distanza. In pratica funziona che ti lanci verso la parete di Polar Trone, cercando di prendere al volo certe grosse prese che stanno di fronte a te un paio di metri più in basso. È una cosa totalmente folle! Quando sei sulla cima della Herynek e guardi verso l’altra torre immaginando il salto ti vengono i brividi al solo pensiero. Ho ritrovato quello scatto con esposizione multipla pochi mesi fa. Avevo persino dimenticato di averlo! Ho scritto a Simek e mi ha confermato che quello nella foto è lui. Anno 1987, secondo salto. In quell’occasione non riuscì a tenere la presa ma almeno non si fece male.

Ma quindi la persona insanguinata che si vede nelle foto chi è?
Era un giovane arrampicatore sconosciuto. Eravamo lì e lui mi si avvicinò dicendo che poteva fare il salto. Putroppo la cosa andò male e si schiantò di testa contro la parete della torre da cui era saltato, procurandosi una ferita molto brutta. Non ho lo scatto dell’impatto. Devo aver prestato la dispositiva a qualcuno e non ho idea di che fine abbia poi fatto. Ho anche cercato il nome di quel ragazzo ma non sono stato in grado di trovarlo (il ragazzo è stato in seguito riconosciuto come Pavel Sykora di Liberec. Ha sposato l’infermiera che lo curò negli oltre sei mesi di degenza dopo il terribile incidente ndr).

La cosa incredibile è che non hai mai smesso di scattare mentre era per terra ricoperto di sangue.
Per forza, altrimenti mi sarei perso la scena. Uno dei local, Standa Silhan, era arrabbiatissimo con me. Primo perchè stavo fotografando i soccorsi e secondo perchè pensava che fossi stato io a convincere il ragazzo a fare il salto, il che non era vero, almeno non quella volta. Standa aveva però ragione quando mi diceva: “Tutte le volte che vieni tu in falesia va sempre a finire che qualcuno si fa male….”.

Beviamo un’altra birra mentre Karel spulcia tra le diapositive dell’enorme archivio. Ne aggiungiamo qualcun’altra alla gallery sperando di trasmettere lo spirito di un’epoca, che, da dietro una cortina di ferro, ha influenzato profondamente l’arrampicata così come la conosciamo oggi.

Per gentile concessione di emontana.cz, che ringraziamo. Traduzione a cura di livellozero.net. Ogni riproduzione di testo e foto è espressamente vietata senza preventivo consenso.

In volo sulle torri di arenaria ultima modifica: 2017-11-28T23:58:27+00:00 da T. Kinkade
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