Joe Kinder - Intervista

INTERVISTA Joe Kinder: arrampicata, allenamento e social media

Prima di finire nella polemica infinita e nel tritacarne scatenato dal suo post offensivo nei confronti di Sasha di Giulian, venir licenziato dagli sponsor essere trattato come parìa, Joe Kinder aveva rilasciato questa bella intervista, che non solo è in qualche modo profetica rispetto a quello che gli sarebbe accaduto in seguito, ma che ci fornisce anche la testimonianza diretta del suo inseguire un tipo di arrampicata più semplice, “reale” e  non dipendente dalle dinamiche di Facebook o Instagram. Joe ci sei piaciuto e quindi ti pubblichiamo volentieri. #freejoe

Sei stato ai vertici dell’arrampicata per quasi due decenni. Quali sono le vie che rappresentano i punti di riferimento della tua carriera?

Già vent’anni. Wow. E’ una cosa che immagino succeda quando si vive nel momento e si fanno le cose con passione, sia nel breve, che, spero, nel lungo periodo.

Le salite che effettivamente si impongono sulle altre sono Bone Tomahawk 9a, Weekend At Bernie’s 8c, Southern Smoke 8c+ e Maquina Muerte 8c+/9a. Sono tutte vie bellissime che mi hanno spinto al limite in modi che mi rimarranno attaccati per sempre. Alcune di esse hanno generato polemiche, altre sono state vere e proprie sfide della vita e altre ancora un grande fottuto divertimento. Effettuare la prima salita in libera di una via è sempre un’esperienza molto personale, che come arrampicatore cerco di gustarmi al massimo. Nell’arrampicata su roccia non c’è nient’altro di più concreto e longevo che chiodare una via. Puoi anche vincere una competizione, flashare un tiro duro o chiudere il tuo progetto, ma sono tutte cose che durano poco. Chiodare una via è per sempre, e ha un significato davvero speciale per me. Mi risulta veramente difficile scegliere una via in particolare, sono tutte molto preziose e mi hanno dato tutte grandi soddisfazioni. Sia che le abbia salite io per primo o che l’abbia fatto Chris Sharma, nel qual caso ho reso possibile quell’esperienza a un’altra persona ed il mio nome rimane comunque associato alla via. Il che è veramente fantastico.

Joe Kinder Intervista

Joe Kinder, Bone Tomahawk, 9a – Fynn Cave, Utah

Liberare per primi vie di quel genere non è una cosa semplice. Quali pensieri ti passano per la testa durante tutto il processo, e come ti rapporti rispetto alla potenziale inscalabilità della linea? Come riesci a mantenere la motivazione quando sei così vicino al tuo limite?

Arrampicare veramente al limite rimanendo allo stesso tempo sani di mente non è una cosa facile. E’ una specie di gioco d’azzardo, e spesso mi chiedo se stia sprecando il mio tempo oppure no. Di sicuro ho chiodato vie che non farò mai. Ma liberarle o no non è poi così importante. Dave Graham me l’ha insegnato durante un viaggio in Spagna, durante il quale mi suggerì di provarmi vie che non fossero delle libere sicure. Da allora questa è un’abitudine che ho applicato molte volte e che non mi ha mai lasciato a secco di gioia e divertimento. Credo fermamente che dobbiamo imparare a provare vie che siano al di fuori delle nostre possibilità, per vedere se siano per noi fattibili magari dopo un allenamento o un lavoro specifico. Questo è ciò che si intende veramente per arrampicata al limite: riuscire a trovare una via che ti sembra che sia forse possibile, ma a malapena. Ogni anno è diverso dall’altro, magari ad un certo punto ti rendi improvvisamente conto che ti si sta aprendo una finestra con l’opportunità per poterla fare.

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Arrampicare è sempre difficile. Mi piace essere completamente assorbito da un progetto, imparare tutti i pro e i contro, i trucchetti, le sottigliezze, le ore del giorno (o dell’anno) migliori, la sensazione che ti viene da una sequenza fatta bene e tutti gli altri minimi dettagli di progresso personale. E’ proprio una questione di sensazioni, ed è un processo molto personale e differente per ognuno. Guarda, anche solo a parlarne già mi sudano le mani….

Joe Kinder intervista

Joe Kinder, Hurricave Project. Photo: Outpost Cinema

Molti arrampicatori possono avere difficoltà nel mantenere lucidità e freddezza mentale quando magari i fallimenti su una via cominciano ad essere di più dei progressi. Usi un qualche tipo di tecnica o allenamento mentale per mantenere la concentrazione o per far fronte ai momenti più difficili?

Rimanere concentrati quando le insicurezze e i dubbi cominciano ad affacciarsi non è mai una cosa semplice. Non ho trovato una soluzione unica che possa funzionare sempre. La cosa migliore per me è cercare di ridurre al minimo il numero di distrazioni e stare con qualcuno di cui mi fido, tipo la mia ragazza, qualche altro caro amico, o comunque qualcuno che sia in grado di accettare le mie emozioni e mi permetta di reagire nella maniera che mi serve. L’insicurezza fa schifo ed esercita una tensione terribile, minando alla base la volontà e la fiducia. Per questo motivo quei piccoli momenti di sollievo sono così importanti e piacevoli. Il mio allenamento mentale si basa più che altro sul pensare positivo e sull’usare l’esperienza maturata per poter continuare. Altre cose come non mollare mai, sbattere la testa contro il muro e rimanere indefessi e concentrati mi hanno aiutato molto in passato. Rimango quindi sempre fedele a questi princìpi di base  e cerco di restare il più possibile concentrato su quello che sto facendo.

 

Joe Kinder, intervista

Joe Kinder, Fat Camp, Wicked Cave, Rifle, Colorado. Photo François Lebeau

Quando non sei impegnato in un progetto particolare come strutturi il tuo allenamento? Quali sono stati i risultati più salienti della tua preparazione fisica?

Se non sto lavorando ad un progetto particolare rimango generalmente a casa mia, nella Bay Area in Californa, dove cerco di creare una separazione totale con l’arrampicata outdoor, concentrandomi unicamente su quest’altro pezzo della mia vita. Mi trovo bene a vivere qui con la mia futura moglie Lindsey e traggo molta ispirazione dalla comunità dove vivo, dalle palestre, dalla cultura e dalle varie attività che qui mi circondano. Mi sono reso conto che questo mi serve e mi torna utile quando rimango fuori a scalare in falesia per tanto tempo. Quando invece sono a casa passo il tempo ad allenarmi e a prepararmi per il viaggio successivo. Questa specie di routine mi ha dato una grande stabilità. Nei miei primi anni di arrampicata da professionista viaggiavo spesso e passavo tutto il mio tempo ad arrampicare in giro. Penso che invecchiando si formino nuovi valori e nuove priorità, anche senza rendersene conto. Avere una casa per allenarsi e ricaricare le batterie è una cosa importantissima per me, e la mia vita ora dipende da questo.

Il mio allenamento è il risultato di tentativi ed errori. Faccio sempre tante domande e parlo con chi ne sa più di me come Jonathan Siegrist, Eric Horst, Patxi Usobiaga e Steve Maisch. Ho scoperto che per me l’allenamento con il metodo di Patxi era veramente troppo. Me ne sono accorto dopo averlo provato per due volte. La filosofia di Patxi è tutta basata su un volume di lavoro assurdo e sullo spaccarsi in due in continuazione. Lui è l’unico (a parte Ondra) in grado di applicare quella filosofia. Il suo metodo mi ha veramente distrutto, sovra-allenato e quasi causato un infortunio.

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Ho scoperto che traggo giovamento dall’avere più riposo, quindi un allenamento di quattro giorni a settimana è diventato ora la norma. Ci ho messo un sacco di tempo a scoprirlo, in pratica anni, durante i quali ho eliminato aspetti dell’allenamento o routine che non andavano bene e ho cercato invece di comprendere più a fondo gli esercizi che funzionavano su di me. Si possono imparare un sacco di cose su se stessi e il proprio corpo durante l’allenamento, e più si fa attenzione, più le cose diventano chiare. La mia forza di dita è sempre stata abbastanza patetica e quindi tendo a lavorare molto su quella. Ho avuto tanti miglioramenti (e divertimento) sul Moonboard, che va ad agire proprio sui miei punti deboli. Cerco di lavorare sulla forza massimale, poi sulle dita e poi sulla continuità con l’interval training. I più grandi miglioramenti degli ultimi tre anni li ho avuti usando il trave, il Moonboard e provando vie dure in falesia.

Le prospettive e le persone si sono poi un po’ distorte ultimamente. Sono convinto che l’arrampicare e l’allenarsi solo ed unicamente in palestra non sia il modo migliore per fare le vie dure. Abbiamo bisogno di entrambe le cose, palestra e roccia. Non vorrei essere frainteso: le palestre hanno una parte importantissima nella preparazione e costituiscono un aspetto fondamentale di quest’ultima. Allenarsi bene in palestra e preparare il proprio corpo adeguatamente è come infilare un piede in una porta che si sta chiudendo. Allenarsi solo per allenarsi non darà gli stessi risultati. Avere invece un obiettivo (su roccia) renderà l’allenamento più semplice e l’inferno al quale ci sottoponiamo più sopportabile. La palestra ha una sua importanza, così come ce l’ha la roccia. Sono due mondi totalmente differenti ed è necessario affrontarli in maniera totalmente diversa.

L’arrampicata su roccia è così complessa e include il doversi preoccupare di una miriade di fattori diversi: pelle, meteo, tipo di roccia, tecnica, strategia, distrazioni, stigma e tutte le altre emozioni di contorno. La gestione di tutti questi elementi è molto impegnativa e può essere “allenata” e compresa solo tramite un’esperienza di prima mano che consiste, sostanzialmente, nel praticare l’arrampicata, poi nel praticarla ancora, nel capirla e poi nel comprenderla ulteriormente in seguito. Fidatevi: niente di tutto questo vi verrà dallo stare solo appesi a un trave in palestra. Allenarsi per allenarsi è una cosa. Poi c’è l’allenamento per un obiettivo o per liberare una via, che è un qualcosa di molto più specifico e ponderato. Sto ancora cercando di capirlo fino in fondo, ma questo è quello che finora mi è chiaro.

 

Joe Kinder intervista

Joe Kinder, Silbergeier 8b+, Svizzera. Photo: Tim Kemple

 

Quando ti alleni per un obiettivo specifico come fai a periodizzare l’allenamento in modo da massimizzare le chance di successo?

Questa è una cosa che non sono mai riuscito a fare e che mi sarebbe sempre molto piaciuto imparare. Come ho detto prima, sto ancora cercando di trovare le cose che effettivamente funzionano per me, e la periodizzazione dell’allenamento è una di queste. I climber delle competizioni indoor degli anni ’90 sembrava fossero stati in grado di carpire i segreti della periodizzazione, trasformandoli in un formato replicabile che funzionava, ma ora nessuno si allena più così. Quello che vedo ora sono ragazzini, garisti e arrampicatori che arrampicano prevalentemente indoor e che sono in forma 365 giorni all’anno.

Quello che faccio io è iniziare col provare la via partendo da un allenamento di base che mi permetta di continuare ad allenarmi mentre procedo con i tentativi. Questo è quello che intendo con “infilare un piede nella porta del successo per evitare che si chiuda”. Mano a mano che provo la via, tramite un processo molto involuto, raggiungo gradualmente il picco della forma fisica. Poi la gestione della pelle, dei tentativi e dei periodi di riposo fa il resto, e tutto questo può essere appreso ed imparato solo dall’esperienza e dal lavoro specifico sulla via.

In tutto questo tempo che hai passato ai vertici dell’arrampicata, pensi che i social media abbiano aumentato la pressione sui climber spingendoli ad andare continuamente oltre?

Mah, direi piuttosto il contrario, nel senso che i social media hanno permesso ai climber di impegnarsi di meno, e non di più. Ora è possibile vendere sé stessi come meglio si crede, sia che si stia spingendo al massimo con l’arrampicata e/o con l’allenamento oppure no. Dipende solo dal tipo di narrazione che viene costruita. E diventa sempre più difficile non giudicare certe persone basandosi su quello che postano sui social media rispetto a quello che sono nella vita reale. I social possono essere utilizzati in maniera incredibile ma anche in maniera falsa e dozzinale. Ho sentimenti molto contrastanti nei confronti dei social media e degli arrampicatori professionisti che li usano. Per quel che mi riguarda il loro utilizzo mi ha portato un beneficio incredibile.

La mia è ancora una generazione di foto pubblicate sulle riviste e di videocassette VHS. Erano media ai quali era difficile avere accesso ma, per contro, avevano molto più peso e longevità. Adesso è tutto così immediato ed in tempo reale. Di certo non sono contrario, ma solo quando non se ne abusa, in maniera falsa o irrealistica.

 

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Joe Kinder, Golden Boy 8a, Red River Gorge. Photo: Andy Wickstrom

Per espandere questo concetto: quali pensi che siano gli aspetti negativi dei social media per gli arrampicatori professionisti? Pensi che esista un modo per mettere un freno?

Dal momento che i social sono, di per sé, un terreno di gioco neutrale, essi offrono a chiunque le stesse opportunità di partenza. Gli atleti professionisti li usano per promuovere il loro marchio e quello degli sponsor che li supportano. Onestamente mi fa piacere che il marketing sia diventato una cosa così semplice. Le riviste si sono trasformate in blog, i blog e Facebook si sono poi trasformati in Instagram. La mia generazione è cresciuta con un profondo rispetto per lo sport, per la vita e per l’impegno che gli arrampicatori mettevano in quello che facevano.

D’altra parte i social possono essere una cosa difficile da maneggiare per gli arrampicatori meno esperti, o anche semplicemente per tutti quelli che non siano sempre così esaltati dalla necessità di doversi vantare in continuazione. Dani Andrada, per esempio, è un arrampicatore incredibile da decenni. Ha scalato le vie più dure, sviluppato intere aree di arrampicata, chiodato vie, vinto competizioni indoor, creato prodotti, eccetera. Ma è scarso nella comunicazione. Quindi paradossalmente riesce a raggiungere meno persone con il suo marchio pur con tutte le cose incredibili che ha fatto o che sta facendo. I suoi sponsor lo pagano per essere uno strumento di marketing ma il suo interesse primario non è quello di usare i social media con una grande frequenza. Quelli che possono apprezzarlo veramente sono coloro che lo incontrano in falesia o di persona.

Poi c’è il rovescio della medaglia. Atleti mediocri con sponsor importanti, un’immagine gigantesca ed un larghissimo seguito. Non so se questo possa sembrare strano anche ad altri, ma qualche volta credo che quello che sta accadendo non sia giusto. Vedo molte persone scuotere la testa in segno di disapprovazione verso atleti di alto profilo, che hanno una lista lunghissima di sponsor, un seguito enorme di follower ed una rilevanza arrampicatoria quasi nulla.

E’ un gioco di marketing e viviamo in un mondo dove vige la legge del più forte, cane mangia cane. Se vuoi diventare un atleta professionista devi essere in grado di afferrare l’occasione al volo, giusto? Anche l’etica dei social media sarebbe un po’ da rivedere, con persone che vengono attaccate o bullizzate in pubblico. Forse un’etica in tal senso ancora non è stata stabilita e deve ancora essere scritta. I social sono una forma di marketing ed è giusto che gli atleti professionisti ne approfittino. La mia etica personale stabilisce che i miei feed social debbano rappresentare chi sono e cosa faccio nella vita reale, ed in questo senso credo di esserci riuscito.

 

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Joe Kinder The Tube 8c, Red River Gorge. Photo: Daniel Gajda

Fin da giovane sei stato sotto i riflettori. In futuro che impatto potrà avere questa esposizione mediatica nel processo di sviluppo dei giovani climber? Che tipo di consiglio ti senti di voler dare alle prossime generazioni che dovranno affrontare l’età digitale dei social?

Il fatto di aver avuto visibilità da giovane era per me una cosa divertente, che ho in qualche modo usato per avvalorare e presentare le mie ossessioni ai miei genitori e ai miei amici. Era una cosa salutare e non l’ho mai presa realmente sul serio. Se usciva una mia foto su una rivista la mostravo a scuola e a casa. Tutti si sarebbero mostrati molto impressionati d avrebbero capito un po’ di più di quello che mi passava per la testa o dei modi con i quali impiegavo tutto il mio tempo libero. Il che mi faceva stare bene ed era uno strumento che riuscivo ad usare più di ogni altra cosa. L’ho anche usato come leva con gli sponsor e ho beneficiato di quei soldi per ottenere quello che volevo e per vivere la vita che avevo sempre sognato.

Ai giovani di oggi consiglierei di concentrarsi soprattutto sull’arrampicata e di non preoccuparsi troppo del lato business dell’essere un professionista, così come dell’attenzione dei media in generale. La ricompensa più grande che esista è il riconoscimento dei tuoi amici quando chiudi un tiro o quando fai qualcosa di grande. I media sono troppo veloci. Sei visibile oggi ma domani è già tutto finito. Quando vedo qualcuno che riposta su Instagram le libere che ha fatto anni fa mi sembra una cosa un po’ pietosa. L’arrampicata è un ciclo costante con alti, bassi e un sacco di roba di livello medio nel mezzo. Non vale la pena indugiare o compatirsi a lungo per quello che si è. Le cose cambieranno. Noi stessi cambieremo…

Non siamo al di sopra di nessuno e nessuno è al sopra di noi. L’arrampicata ha la capacità di metterti sempre KO e di darti continuamente lezioni che ti fanno sentire mortificato o che ti sfidano a cercare di fare di più. I media non sono l’arrampicata. Sono due cose totalmente diverse e da tenere separate, mettendo l’arrampicata sempre al primo posto.

Originariamente apparso su theprojectmagazine.com che ringraziamo. Traduzione ed adattamento per l’italiano a cura di livellozero.net.

INTERVISTA Joe Kinder: arrampicata, allenamento e social media ultima modifica: 2018-06-22T14:47:35+00:00 da T. Kinkade
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