La linea invisibile di Maurizio Oviglia – recensione

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Maurizio Oviglia – La Linea Invisibile

Maurizio Oviglia by Mati

Maurizio Oviglia by Mati

Leggo Performance, il primo breve racconto de La linea invisibile, e penso che c’è già materia sufficiente, o volendo sufficiente poesia, per scrivere (per quanto mi riguarda) più che una semplice recensione, forse un saggio, o un intero volume. E del resto questa strana malattia che è l’arrampicata comporta deliri passeggeri, ma si aggrava spesso, come sapete, qualora si leggano i resoconti delle salite altrui. Per cui sto a pagina 8 (di complessive 383!) e già vorrei, se avessi il tempo, andare lì e ripeterla, quella via – Performance, appunto – chiodata da Maurizio nel lontano 1982. Una banale cava di granito in un angolo sperduto della Val di Susa, con decine di falesie naturali più belle e interessanti nel raggio di un centinaio di chilometri: che cosa ci andrei a fare? È semplice. Andrei là per viaggiare con la mente attraverso il movimento quadrupede, provando a immaginare sui medesimi appigli le sensazioni che deve aver provato lui, Maurizio, fomentato a sua volta da una lettura (la guida Arrampicata in Valle Susa, di Giancarlo Grassi), in quei suoi primi approcci al mondo della scalata. La corda rossa da 9mm fino a quel momento mai usata davvero, il martello di legno e i due vecchi moschettoni in ferro, tutto quello che gli rimaneva – scrive proprio così Maurizio – di suo padre.

Sono della stessa generazione, ho cominciato a scalare nel 1983, per cui conosco bene quella sorta di impeto, di impazienza mista a tracotanza, che ci spingeva, eredi d’un certo romanticismo alpinistico, dal ripetere le vie di altri a volerne aprire di proprie. Ricordo d’aver partecipato, solo dopo pochi mesi che scalavo, all’apertura di una variante alla “Via del Nicchione” al Monte Morra, vecchia palestra di roccia ormai dimenticata, a mezz’ora da Roma. Piantammo uno spit dal basso per superare un tratto che oggi sarebbe circa 6a+. Ma questo che per me, e per molti altri, è stato un fatto più o meno occasionale, è divenuto il vero demone di Maurizio Oviglia. Aprire, esplorare, provare, rischiare, chiodare, e poi non chiodare più (secondo l’etica del trad), ma poi chiodare di nuovo, e richiodare, e ancora pulire e ripulire, dieci, cento, mille volte. Quante attività, quanto movimento fisico e mentale, si nascondono dietro a questa bella immagine – apparentemente semplice – della linea invisibile: “guardare la roccia e cercare di vedervi un disegno, una via che mi dia la possibilità di esprimermi”. Questo ha fatto, più di ogni altra cosa nella vita, Maurizio. E tutto è cominciato proprio da lì, quando intorno ai diciannove anni ha dismesso gli scarponi con la suola in vibram per infilarsi le prime scarpette: “da quel giorno lontano, in quella piccola cava della provincia torinese, la mia vita non è stata più la stessa”.

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Maurizio su “Get a Life”, 7b, Capo Carbonara, Villasimius.

 

Come è costruito il libro, è presto detto. Al racconto di quella prima apertura ne segue un altro, ambientato sul Monte Destrera (nel biellese), e poi un altro, sul “Sergent” in Valle dell’Orco, e così di seguito per un totale di sessantasei racconti, a cui corrispondono altrettanti itinerari, con scheda tecnica e relazione (in molti casi originale, redatta cioè subito dopo l’apertura). Se questo volume fosse una via di montagna, bisognerebbe mettere in conto almeno due pernottamenti in parete. E non ci sono cenge intermedie su cui sostare. Maurizio non divide in segmenti la sua vita, come spesso è consuetudine nelle autobiografie. Non c’è una prima parte o una seconda e una terza, non c’è un vero prologo, né una “conclusione” (anche se una riflessione sul senso del tutto, verso la fine, ci sta). Non c’è giovinezza a cui segua la maturità, ma piuttosto un ritmo continuo, incalzante, di incontri con nuove pareti e nuovi compagni, una frenesia di vie ripetute o aperte, e di piccoli e grandi incidenti, capitati o evitati per un soffio. Ma soprattutto non c’è una filosofia che l’autore ci dica d’aver appreso: nemmeno nel momento in cui ha rischiato di morire nel modo più stupido, cascando giù dalla cima della falesia di Isili (correva il lontano 1989). Una doppia su un cordino che si apre: ovvio che ci sarebbe da meditare, almeno successivamente. E il rischio, scrivendo un libro su se stessi, è sempre in agguato: usare una simile esperienza per salire in cattedra e fare in qualche modo la lezione. Invece nulla di tutto ciò: “Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare questa esperienza non segnò la mia vita. Ho sempre pensato che, nella nostra attività, l’incidente sia da mettere in conto”.

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Maurizio Oviglia, bouldering a Cala Regina, Vento di Passione, credits livellozero.net

 

Questa sobrietà narrativa, questo gusto di raccontare le cose semplicemente per come sono andate, senza mai guardarsi narcisisticamente allo specchio, senza ambizioni pseudo-letterarie o peggio pseudo-filosofiche, è uno dei tanti meriti del libro. Maurizio Oviglia sa raccontare egregiamente le cose che ha vissuto – e che vive – inseguendo tutte quelle “linee invisibili“. Ma l’ultima cosa che pare interessarlo è la frase ad effetto, o l’immagine su cui lasciare il lettore a meditare. Una vita così piena, così intensa, non ha bisogno, per mostrarsi tale, degli artifici della retorica.

Ed è perciò con questa schiettezza che a un certo punto del libro Maurizio spiega la sua personale avversione verso un tipo di arrampicata il cui unico movente sia il miglioramento della prestazione atletica. In realtà, anche qui, non è che voglia dirci cosa sia giusto oppure sbagliato. Assolutamente no. Vuole spiegarci perché la scalata che punta anzitutto ad alzare l’asticella non faccia per lui, e perché gli sia ben presto apparsa come un impoverimento: “Nel frattempo [fine anni ‘80] avevo raggiunto la fatidica cifra dell’8a, il decimo grado, che in quegli anni era una specie di status symbol. Mi accorgevo però di non essermi arricchito a livello personale, che quelle giornate erano in realtà state tutte uguali, senza storia, senza un reale feeling con i compagni che mi avevano assecondato nei tentativi, o con la mia compagna con cui condividevo questa passione. Progressivamente invertii la rotta…”.

Come dire: capisco perfettamente. E per molti versi mi sento di condividere. Lo sappiamo, molte volte l’arrampicatore (parlo almeno di me) neanche si guarda intorno: non sa che monte ci sia là dietro, o come si chiama questa roccia o quella pianta. Però sa se quel 7c ha poche o molte ripetizioni, oppure sa se c’è un tiro per scaldarsi (roccia da usare per far circolare sangue nei muscoli). Una visione decisamente inconciliabile con chi non ha mai smesso di amare e frequentare la montagna, e che pensa che in alcuni casi l’ambiente sia tutt’uno col gesto, con lo sforzo fisico anche estremo. Come nel caso di una delle tantissime perle che Maurizio ha scoperto o valorizzato in Sardegna: Capo Pecora. Quasi cento vie aperte in appena cinque anni: “Su questa scogliera è impossibile disgiungere l’arrampicata, il gesto fisico, da ciò che sta intorno, da ciò che percepisci e ti comunica il mare. È tutto un’unica cosa”.

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Maurizio Oviglia, Cala Regina. Credits livellozero.net

 

È uno dei pochi momenti in cui Maurizio svela un suo presunto carattere sentimentale. Altrimenti, sebbene qualcuno lo accusi – immagino benevolmente – di essere un nostalgico, capiamo bene leggendo questo libro che la sua vita è stata, al contrario, occupata soprattutto dall’azione: dal presente e dal futuro. Il passato sta lì, è solo passato, e merita di essere raccontato anzitutto perché è bello che alla linea invisibile della roccia corrisponda, per così dire, la linea visibile, e a volte persino più durevole, della scrittura. Ragion per cui le relazioni, a volte, diventano autoironiche o palesemente scherzose (“relazioni semiserie”: una definizione che potremmo esportare ad altri ambiti…). E poi, accanto al lavoro dell’apritore o del chiodatore, c’è il lavoro del fotografo e del disegnatore: giacché, come nella migliore tradizione, ogni via ha il suo schizzo. E nel libro ci sono centinaia di fotografie, spesso accompagnate da un commento nel testo su come sono state scattate, e da chi. Purtroppo sono piccole e in bianco e nero. Però ripeto sono tantissime, e in molti casi (come è capitato a me) possiamo ritrovarle a colori e in formato più grande cercando un attimo in rete. Grazie a tutte queste foto comprendiamo quanto Maurizio si sia impegnato, in tutti questi anni, per poter offrire ogni volta una o più immagini che potessero testimoniare, nel modo migliore – ovvero seguendo un criterio estetico – quell’apertura o salita in libera.

Potrei citarne diverse, non so, Cinquetredici in Valle dell’Orco, dove Cecilia compie una delicatissima e inattesa prima ripetizione, o De rerum natura, in Corsica, con la foto “che fece il giro del mondo” di Rolando Larcher sulla fessura di 7c . Troppe le immagini, troppe le vie, affinché possa qui darne anche soltanto una vaga idea. Roba da far girare la testa. E di fronte alla relazione e alle foto della via in Corsica (è il 2010), nientemeno che Chris Sharma chiede a Maurizio l’amicizia su Facebook. Ovviamente una parte del libro è centrata proprio sull’esperienza che dall’arrampicata, e dall’apertura di vie (se non di interi settori) si riversa poi sui social. Aspetto che non è trascurabile per chi abbia scelto, per vivere, anche di scrivere guide. Nel senso che per parlare della guida, per far sapere che esiste quel luogo ma anche un libro, qualcosa in rete si dovrà pur anticipare. E Maurizio è persona che si racconta: lo fa oggi attraverso la Pagina Facebook, o con Instagram. Lo faceva qualche anno fa attraverso alcuni siti e sui forum. Tanta esperienza ti porta inevitabilmente a chiederti quanto della tua vita convenga realmente rendere pubblico, e quanto sia meglio invece mantenere nel privato. Non è una questione semplice, specie quando la vita la passi essenzialmente ad aprire vie e scrivere guide, cioè facendo qualcosa che parte da te, ma si concretizza soprattutto nelle esistenze di persone che qualche volta conosci, ma in moltissimi casi non conoscerai mai: “In un mondo super mediatizzato, dobbiamo ri-imparare a cogliere l’essenza del nostro agire, a scindere ciò che viviamo da ciò che poi esibiamo”.

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maurizio oviglia linea invisibileCi sono molti altri aspetti di cui avrei voluto parlare. Ad esempio i racconti (e le salite) che chiamano in causa scalatori del calibro di Marco Bernardi e Maurizio Zanolla, i più forti – perlomeno in Italia – negli anni in cui sia io che Maurizio abbiamo cominciato ad arrampicare… E avrei dovuto accennare almeno qualcosa dei viaggi, delle scorribande sulle Alpi (principalmente sul Gran Paradiso e intorno al Monte Bianco), e poi – in ordine sparso – in Sicilia, in Turchia, in Marocco, in Venezuela, in Messico…

Si direbbe che c’è infatti un’altra linea invisibile, di cui Maurizio sembra essersi dimenticato. È quel complicatissimo zig-zag, quella linea mille volte spezzata che collega tutti i dannatissimi luoghi (montagne, falesie, ma non dimentichiamo le aree boulder) in cui lui ha aperto un qualche itinerario. Nemmeno la cronologia di Google Maps potrebbe contenere tutti i dati per quello che sarebbe sicuramente il più complicato gioco della Settimana enigmistica che si possa immaginare. Unisci tutti i punti da uno a duemila (butto là una cifra non proprio a caso), prova a tracciare sulla carta geografica questa linea altrimenti invisibile, e otterrai una scarabocchiata, astrusa, ma quantomeno veritiera immagine della vita sfrenata e inarrestabile di questo drogato di rocce vergini e di futuro. Altro che nostalgia…

Bibez

La Linea Invisibile è edito da Fabula, Cagliari ed è disponibile sul sito di Maurizio Oviglia pietradiluna.com, su Amazon o nelle migliori librerie.

La linea invisibile di Maurizio Oviglia – recensione ultima modifica: 2018-05-23T09:05:03+00:00 da Luca Bibez
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