barre des ecrins pilier sud bastion

La via che non c’è – prima parte (per mia sorella che non c’è più)

di Bertrand Lemaire

Il testo qui sotto (prima parte), e quello che verrà pubblicato successivamente (seconda parte), sono stati scritti rispettivamente nel 2015 e 2017. Non ho cambiato quasi niente in quello che avevo scritto. Ciò che provavo all’epoca era in gran parte condizionato dagli eventi successi nella mia famiglia. Le mie emozioni, positive o negative, la mia rabbia finale, possono sembrare esagerate. Lo erano. Tutto era esagerato per me in quel periodo. La “Via che non c’è” dovrebbe passare sul pilastro sud della Barre des Ecrins.

Dico dovrebbe perché l’itinerario classico non l’ho mai fatto, ma questo l’ho scoperto soltanto due anni dopo tornandoci con Teresa. Senza saperlo ero passato altrove, un centinaio di metri più a destra. Le tracce di passaggio che ho trovato, qualche chiodo e una sosta dove abbiamo bivaccato con Teresa nel 2017, potrebbero essere resti di tentativi, sbagli, fughe oppure soccorsi. Dopo la salita con Teresa ho chiesto in giro, agli amici alpinisti del luogo e al Bureau des Guides di Ailefroide, ma nessuno ha saputo dirmi nulla di chiaro su quel pezzo di parete.

Al di là dello sbaglio madornale, della mia capacità a far tornare i conti (se la relazione dice di attraversare 7/8 metri a destra e ne attraversi 80, non puoi pensare che “si sono sbagliati loro”; eppure l’ho fatto), è la differenza di percezione fra la salita del 2015 e quella del 2017 che tutt’ora trovo incredibile. Se avessi saputo cosa stavo facendo, fare quella salita nel modo in cui l’ho fatta la prima volta (a vista, completamente slegato, con un paio di friends legati all’imbrago), di quella difficoltà su quella roccia marcia, sarebbe stato un’autentica follia.

Ma non lo sapevo, e quello che mi passava per il corpo e la testa era tutt’altro che follia, era pura gioia di vivere.

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La Barre des Ecrins con il tracciato della via originale e della involontaria variante della “Via che non c’è”

Roma, giovedì 10 settembre 2015

14 e 30. A cavalcioni sulla Barre des Ecrins, guardo il Ghiacciaio Bianco sotto di me. Da qui vedo benissimo la Barre Noire; l’anno scorso era molto più tardi, poche ore prima del buio, e dovevo ancore inventarmi una discesa per Sofia e Samuel. A ripensarci fu una giornata dura psicologicamente, molto più di quella di oggi. Mi sentivo addosso una responsabilità enorme, quella di due ragazzi, mia figlia e mio nipote; ogni scelta dipendeva da me e solo da me; qualunque errore, o sbaglio che fosse, sarebbe stato colpa mia. Ho fatto tutto quello che sapevo fare per riportarli a casa senza che nessuno si facesse male.

Senza traccia per raggiungere la discesa dal Dôme de Neige, avevo deciso di scendere dal canale della Barre Noire. Troppo ripido per Sofia però, che aveva messo i ramponi per la prima volta in vita sua la mattina stessa, sul nevaio prima dell’attacco. Con l’aiuto di Samuel l’ho carrucolata giù per tutto il pendio, improvvisando soste fantasiose su spuntoni trovati qua e là. La notte è arrivata proprio quando abbiamo toccato il ghiacciaio, sotto la terminale.

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Via di discesa dal Dôme de Neige

Magari non era stata la decisione giusta, me lo chiedo ancora. Ho scelto seguendo l’istinto, ma l’alternativa c’era, c’è quasi sempre: potevamo salire sulla cresta in direzione della Barre e tentare di raggiungere la traccia del Dôme più in alto. Ma avrebbe significato stare lungamente sotto ai serracchi della discesa e Sofia e Samuel erano molto stanchi e provati. Quel giorno ho avuto la conferma di una costante dell’alpinismo: quando, per una ragione o per un’altra, cominci a perdere tempo… ne perdi sempre di più! Quando perdi il ritmo, di solito non lo ritrovi, ed è meglio non cercare a tutti costi di recuperarlo. A ripensarci non eravamo messi cosi male, il tempo era sereno e la notte piuttosto calda. Bastava accettare la nostra lentezza, dimenticare il piano originale e abbandonarsi alla montagna, a quello che ci offriva. Adesso, qui.

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Oggi è tutto diverso; è ancora presto, e sopratutto sono da solo. Sulle cartoline lo scivolo sotto di me sembra più ripido, da qua sopra, invece, la traccia del Dôme è morbida, passa orizzontalmente sotto la Barre Noire, poi si insinua nei seracchi. Sono stanco, ma non troppo, sono troppo felice per essere stanco. La luce perfetta, le montagne che amo (il Pic sans Nom, l’Ailefroide), e sopratutto quella sottile sensazione di fragilità che rende ogni gesto cosi pieno, definitivo; è questo che mi rende felice. Avevo bisogno di questa giornata, lo sto realizzando adesso. Dopo la morte di mia sorella, un anno fa, non sono più riuscito a trovare la dimensione ludica che mi piace in montagna.

C’era sempre un’ombra, un velo fra me e la roccia. Sulla Est delle Jorasses, quel velo c’era, non c’era stato neanche bisogno di parlarne con Andrea, lui l’aveva capito d’istinto. Gliene sarò sempre grato.

Oggi mi sono avvicinato al Pilastro Sud in punta di piedi, più per vedere che per fare. Incollato al metro quadro di roccia sul quale scalavo mi sono ritrovato sulla cresta finale, senza nemmeno volerlo troppo. Forse è proprio questo il trucco, per ricevere tanto non devi volere niente.

Non è la prima volta che incontro quel bivio, quella scelta. E’ una scelta senza senso, o, se c’è un senso, è talmente intimo da non poter trovare le parole giuste per raccontarlo. Guardo verso il basso, mille metri: tutto mi sembra completamente astratto.

Il passo chiave della via è stato un momento di rara intensità. Pensando di stare due tiri sotto dove mi trovavo realmente, l’ho scalato slegato, come tutto il resto della via. Una fessura umida si chiude sotto uno strapiombo pieno di scaglie marce (magari non era lì che passava la via, ma lì è dove sono passato io). C’è un bong con un cordino bianco all’uscita dello strapiombo; il bong è grosso (di quelli che non si vedono quasi più in giro), piantato a testa in giù. Tutto qua. L’esposizione è totale. Cerco di individuare le prese meno fragili, di immaginare come alzare i piedi sul bordo dello strapiombo senza caricare troppo le mani. Il gioco sta tutto lì, salire senza tirare. Sto per prendere un enorme rischio, non è la prima volta che incontro quel bivio, quella scelta. E’ una scelta senza senso, o, se c’è un senso, è talmente intimo da non poter trovare le parole giuste per raccontarlo. Guardo verso il basso, mille metri: tutto mi sembra completamente astratto. Al di fuori del metro quadro di roccia dove mi trovo non c’è più niente di reale, mi sto confondendo con quel metro quadro. Nonostante lo zaino, mi sento leggero.

Alzo il piede destro sull’unico appoggio che mi sembra buono: è molto alto, sul bordo destro dello strapiombo. Lo carico piano piano, facendo contemporaneamente pressione con le mani, come se fosse l’uscita di un blocco. Il piede sinistro in aderenza, schiaffo un friend viola sotto il bong, che collego al mio imbrago con una fettuccia. Salgo ancora un po’, mi assicuro sul bong, e su un altro friend (quello verde) un po’ più in alto. Adesso la mia situazione è un po’ meno precaria, ma non abbastanza tranquilla da farmi ragionare bene. Recupero tutto ed esco a destra, sbagliando.

Dopo tre–quattro metri verticali (ma di roccia migliore) raggiungo una specie di cengia che seguo verso destra. Sono calmo, cerco di capire cosa sta succedendo, e sopratutto perché non trovo nessun segno di passaggio. E la terza volta che mi perdo. Su una parete di queste dimensioni è piuttosto facile. Torno indietro, osservo, e finalmente vedo un chiodo. Non so ancora che la via è quasi finita, me ne accorgo poco dopo guardando una placca appoggiata sulla sinistra: all’inizio non vedo i chiodi, il sole ci batte sopra, e brilla come uno specchio. Ricordo di aver letto quella parola da qualche parte, tiro fuori la relazione dalla mia tasca, e lo riconosco: “le miroir“, è proprio lui.

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Oggi non c’era nessuna ombra, nessun velo, fra me e la roccia. Ho capito che non era cambiato niente, che posso ancora fare quello che ho sempre fatto, con la stessa gioia. Ho capito anche che non mi devo preoccupare troppo di quello che pensano gli altri, gli “amici”; troppa incomprensione, troppe etichette, troppi giudizi; e, sopratutto, troppi maestri di alpinismo che non vanno più in montagna. Perché tutta questa ostilità nei miei confronti, proprio da parte di quelli che mi dovrebbero conoscere meglio? Ma non vi basta vedere che sorrido, che sono felice? Sperimentare, cercare… vie nuove, movimenti nuovi, sensazioni nuove; e sopratutto, continuare a sbagliare! Questo voglio, nient’altro.

Se vi piace pensare che torno a valle soltanto perché ho avuto fortuna, siete liberi di farlo. E se anche fosse vero, che problema c’è? Bisogna per forza essere sfigati per andare in montagna? Comunque… prima o poi sbaglierò, forse mi farò anche male (spero di no!), allora sarà il momento di darmi addosso, di analizzare i miei sbagli, di scorticare le mie intenzioni. Per ora lasciatemi giocare.

28 giugno 2018.

Oggi, continuo a pensare che non c’è un unico modo di andare in montagna. Ognuno lo fa col suo carattere, le sue doti, e anche i suoi limiti. Non ho mai esaltato il rischio, ma si dà il caso che, seguendo le tracce di mio padre, ho sempre avuto una certa propensione al rischio. Non significa niente di più, ha poco a che vedere con il coraggio credo, è una semplice caratteristica. E la dimensione intima del rischio che mi interessa, quella che io percepisco. La dimensione superficiale invece, quella creata dagli altri, quella del “superuomo” per farla breve, non mi interessa perché non corrisponde a niente. Il rischio è una dimensione che non cercherò mai di esplorare, perché non ho scelta, perché ci sguazzo dentro fin da piccolo. Per me il rischio è un problema, nonché un potente strumento di conoscenza e di libertà.

La via che non c’è – prima parte (per mia sorella che non c’è più) ultima modifica: 2018-07-05T12:11:02+00:00 da Redazione
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