La via che non c’è (parte seconda)

pilastro sud barre des ecrinsins

barre des ecrins

LA VIA CHE NON C’È, II

Questo testo è il seguito del primo. Sono passati due anni, si tratta sempre del pilastro sud della Barres des Ecrins. Questa volta siamo in due: ho convinto Teresa a tornare a fare la via con me. Siamo partiti molto leggeri, nessun materiale da bivacco, un panino a testa e qualche barretta. Facendo riferimento a quello che avevo fatto due anni prima, non potevo immaginare di dover impiegare più di una giornata. La “giornata” è durata quasi 48 ore (!), con uno dei bivacchi più rock n’roll tra tutti quelli fatti finora.

Ailefroide, mercoledì 13 agosto 2017

La cengia è in pendenza ma ricoperta di neve. Scavando lungo la parete potremmo forse creare una piazzola decente per bivaccare seduti. Il cervello mi sta frullando: Teresa è esausta, non sarà possibile uscire sulla cresta con le due ore di luce che ci restano; e poi dovremmo comunque ancora salire lo sfasciume che porta alla Barre (des Ecrins), attraversare verso il Dôme, e scendere dalla normale. L’unica soluzione è fermarsi adesso, ricordo che sopra è peggio, tanti massi instabili e la parte finale della parete che tende a scaricare. Si, è la cosa giusta da fare. Ma come glielo dico?

Arriva in sosta, furibonda con sé stessa: per la stanchezza accumulata, per essersi lasciata convincere, per essersi ritrovata qui, ora, nella situazione che voleva a tutti i costi evitare. Ora non ho più dubbi, ci dobbiamo fermare. Glielo dico cosi come viene, semplicemente. Al contrario di quello che pensavo, accoglie la notizia con sollievo. Sa benissimo che la notte che ci aspetta sarà tutt’altro che piacevole, senza acqua e quasi senza cibo (qualche caramella soltanto), senza Jetboil e sopratutto senza nient’altro per coprirsi oltre a quello che abbiamo già addosso. Comincio a scavare una buca nella neve quando arriva la prima scarica di sassi. Siamo più o meno protetti dallo spigolo sopra di noi, ma i sassi colpiscono comunque la cengia. Bisogna schiacciarsi il più possibile contro la parete ed evitare di distendere le gambe; di sicuro non chiuderemo occhio. Svuoto rapidamente uno dei due zaini, e con l’altro pieno di materiale cerco di fissare una mini tettoia sopra le nostre teste. È poco, ma meglio di niente.

 

pilastro sud barre des ecrinsins

 

Adesso sono io ad essere arrabbiato con me stesso, ma cerco di non darlo a vedere. Questa via l’ho scelta per lei, per l’ambiente, per l’arrivo sulla Barre e la discesa lungo la normale del Dôme. Siamo sul pilastro sud, o almeno così credo. Due anni fa ero salito da solo, e tutto era andato liscio. Ricordo la giornata gioiosa, il piacere della scalata; il calore della roccia, il suo colore giallo. Ricordo alcuni passaggi più impegnativi di altri, ma l’insieme era scorrevole e semplice da scalare. Oggi è tutto diverso, freddo, grigio. La nostra progressione, troppo lenta, ci costringe a bivaccare in mezzo al bastione, quello che non avrei mai immaginato. Per questo non ho portato niente, non faceva parte delle possibilità (quante volte l’avrò pensata questa…). Errore. Ora pago. E so che pagherò ancora di più domani. Senza né bere, né mangiare, né dormire, dovrò comunque riportare tutta la baracca giù al campeggio. Mi sento solo, estremamente solo. Eppure non è la prima volta; con i miei figli piccoli nelle Aiguilles Rouges a Chamonix; con mia figlia e mio nipote un po’ più grandi sulla Barre Noire, li vicino; ogni volta mi prometto di non farlo più; ed ogni volta ci ricasco. Amo l’alpinismo, con tutto quello che comporta di spiacevole, ma non amo quella tensione dovuta alla presenza di una persona alla quale tengo molto. Mi stressa, mi avvicina troppo a l’alpinismo angosciato che non sopporto; quello della lotta con l’Alpe, dei drammi e degli eroi sopravvissuti; l’opposto dell’alpinismo goliardico che cerco.

Ma dove saranno finiti i due inglesi fuori via cento metri a sinistra (è quello che pensavo al momento)? Sento delle voci sopra di noi. Probabilmente hanno preso la stessa decisione, fermarsi e bivaccare. Cerco di capire, ma soltanto più tardi comprenderò come stanno le cose effettivamente. Dopo un po’ più di un’ora cominciamo ad avere freddo. Sono le otto di sera, mancano dieci ore prima che il sole abbia fatto il giro. In un modo o nell’altro, la notte passa sempre, lo so. So anche che avremo molto freddo, che passeremo la maggior parte del tempo a sbattere le mani sulle gambe, le spalle, ecc. Non è una sofferenza estrema, c’è di peggio; è soltanto che… lo sai in anticipo che starai male per altre dieci ore, e che non ci puoi fare assolutamente nulla. Impotenza allo stato puro. E questa la cosa peggiore dei bivacchi di merda: non il freddo, o la fame, o la stanchezza, no, no; è la consapevolezza di quello che ti aspetta.

 

pilastro dus barre des ecrins 2

Verso le quattro e mezza/cinque, il freddo si fa più intenso. Ultimo colpo di coda dello squalo prima dell’alba. Arriva, finalmente, l’alba. Ma arrivano anche le nuvole. Non ci riscalderemo. Siamo bagnati e stanchi, ma bisogna muoversi. Dopo un tempo indefinito, attacco quel tiro sopra il bivacco, un bel sistema di fessure grigie con un passaggio atletico verso la fine, me lo ricordo. Mi sembra più difficile di quando sono passato l’altra volta. Blocchi instabili, sosta improbabile su un pendio di neve, un’altra in fondo ad un camino umido; i sassi continuano a cascare. Gli inglesi hanno fatto un giro assurdo a destra per evitare la fessura col bong a testa in giù (che ricordo come il passo più difficile della via), ed ora sono sopra di noi.

La roccia fa proprio schifo, ma come ho fatto a trovarla solida un anno fa! Il passaggio del bong a testa in giù è di un trash che di più non si può — infatti gli inglesi si sono calati, mollando un camalot verde; butto tutto quello che posso dentro la fessura prima del passo (giallo, rosso, un altro verde…), e rifaccio esattamente il movimento che ho fatto due anni fa. Ho una memoria tremenda per i movimenti; come mi è venuto in mente di farlo slegato, ancora me lo chiedo; con la corda e tutte le protezioni che adesso ho sotto di me, non mi sento per niente a mio agio. E incredibile quello che ti fa fare la testa, come a volte riesci ad ingannare te stesso. Teresa è più calma di ieri, come rassegnata. Ha capito che la via di fuga è verso l’alto, e fa quello che deve fare. Nonostante la fatica, è solida, mentalmente e fisicamente. Lo sapevo già, ma ogni volta mi sorprende lo stesso. Continua a dire che non può essere questa la via, che “come al solito, ti sei sbagliato tirando dritto“.

pilastru sud barre des ecrins

Chissà se sbagliare non fa parte di un piano. Forse dovrei riflettere sul perché di questi errori. Che cos’è l’alpinismo se non mettersi nella merda per uscirne? Non è soltanto questo, certo, ma comunque cerchiamo lassù qualcosa che non c’è a valle; qualcosa che nega le regole di tutti giorni; una forma di ostilità che ci fa stare in pace col mondo, perché, se accettata, si trasforma in dolcezza. Amo il selvaggio, il freddo; la montagna enorme sopra di me al mattino, di cui posso guardare soltanto una piccola parte, quella in basso, perché se alzo troppo gli occhi mi viene lo sconforto, la paura; perché fa paura. Dunque siamo lì, su questa parete umida (doveva essere bello oggi, ma non lo è), per fare cosa? Sopravvivere; cioè sentirsi più vivi? Non lo so, veramente. Ogni volta me lo chiedo, poi mi scordo la domanda e ci ritorno. Qualcosa mi dice vai, tutto qua (continua dopo le foto).

pilastro sud barre des ecrinsins

 

pilastro sud barre des ecrinsins

 

Finalmente il “Miroir“. Teresa esce dal tiro, e mi fa giustamente notare che su questa placca molto facile ci sono tre o quattro chiodi, mentre sotto dov’era difficile non c’era niente. Il pomeriggio è già avanzato — ma com’è possibile? —, sento l’acqua che scorre e vado a riempire una bottiglia. Lo sfasciume che ci separa dalla Barre è… uno sfasciume; neve bagnata su roccia marcia. Potrei correre ma lei no. Facciamo tutto in conserva, con innumerevoli soste. Siamo sulla cresta, avvolti nella nebbia. Ma sopratutto sono le 18, tardi, molto tardi. Seguiamo la cresta verso sinistra, sempre in conserva, Teresa dietro di me, molto vicina. Cerco di sentire quello che sta facendo, per poter prevenire un eventuale passo falso. La tensione mi esaurisce, vorrei stare giù e basta. Due anni fa non avevo usato la corda, ma ricordo che c’era una calata attrezzata per scendere in doppia fino sul ghiacciaio. Trovo il malloppo di cordoni. La terminale è diversa, non vedo se la corda ci arriva oppure o no. Qualcuno ha lasciato un Abalakov, sembra buono; facciamo due doppie, anche se una bastava. La traccia della normale del Dôme si vede benissimo, nonostante sia ricoperta di uno strato di neve fresca; uff! Ogni tanto il cielo si apre e possiamo vedere i palazzi di ghiaccio che ci circondano. È tardi ma c’è ancora luce, ed è… bellissimo! Teresa sorride, sembra felice. Io mi sto spegnendo, siamo ancora sul ghiacciaio, ma sulla parte piatta, fuori dalla portata dei palazzi, fuori pericolo insomma. Mi sento pesante, la tensione accumulata durante questi due giorni sta diventando di botto insopportabile. Mi butto sulla destra, insieme allo zaino, e rannicchiato su me stesso chiudo gli occhi. È finita. Cioè no, manca ancora tutta la discesa fino al Pré de Madame Carle per chiudere il cerchio, ma è soltanto una questione di tempo. Come tutte le altre volte, torno pieno, di sensazioni, di emozioni; e anche vuoto. Diverso.

barre des ecrins ghiacciaio

 

Arriviamo di notte al campeggio, c’è un gran silenzio. Tutti dormono ma qualcuno ha lasciato un biglietto dentro la tenda: i soccorsi sono stati avvertiti dagli amici, si muoveranno domattina per controllare. Facciamo in tempo a chiamarli per avvisare che siamo tornati. Come tutte le altre volte sarò criticato, a torto o a ragione, non lo so. Si può raccontare quello che succede lassù — è quello che ho cercato di fare —, ma ciò che si prova nel profondo, le nostre paure, le nostre gioie, i nostri sogni e le nostre delusioni, rimangono fuori dal discorso. Come l’intimità con una persona: non si può dire, si vive soltanto. E forse è questa la dimensione dell’alpinismo che mi piace di più, quella intima; con sé stessi, ma soprattutto con l’altro. Da questa prospettiva, le vittorie e le sconfitte, le azioni giuste e quelle sbagliate, valgono lo stesso, cioè niente; non è quella la cosa che conta.

In entrambe le occasioni (slegato nel 2015 e con Teresa nel 2017) mi sono probabilmente ritrovato su una variante del Pilastro Sud della Barre des Ecrins. Gli inglesi “100 metri fuori via sulla sinistra” erano invece verosimilmente sull’itinerario giusto. Le tracce di passaggio che abbiamo trovato (qualche chiodo e la sosta dove abbiamo bivaccato), potrebbero essere resti di tentativi, sbagli, fughe oppure soccorsi. Dopo la seconda salita ho chiesto in giro, agli amici alpinisti del luogo e al Bureau des Guides di Ailefroide, ma nessuno ha saputo dirmi nulla di chiaro su quel pezzo di parete. La differenza di percezione fra la salita del 2015 e quella del 2017 la trovo tutt’ora incredibile. Se avessi saputo cosa stavo facendo, fare quella salita nel modo in cui l’ho fatta la prima volta (a vista, completamente slegato, con un paio di friends legati all’imbrago), di quella difficoltà su quella roccia marcia, sarebbe stato un’autentica follia.

Bertrand Lemaire

campeggio ailefroide

La via che non c’è (parte seconda) ultima modifica: 2019-11-27T11:17:43+01:00 da Redazione
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