Lascia stare Dio …

di Bertrand Lemaire

I fatti esistono se non li racconti? O forse la «realtà» si trova lì, a metà fra il dire e il fare? La parola modella i fatti, li rivela al mondo, deformandoli — la parola come organo-ostacolo, amava dire Jankélévitch — , caricandoli di intenzioni ed emozioni. Possibile che la parola sia insieme il mezzo e il fine? Certe montagne non hanno un’esistenza propria, prendono forma attraverso i nostri racconti e diventano parte di noi stessi. E i racconti, poi, nello stesso momento in cui li facciamo, diventano proposte per gli altri. Ho letto molte volte i due racconti di Germana su l’Haas-Acitelli, li ho subito trovati forti, belli. Mi hanno incuriosito, mi hanno fatto venire voglia di andare lì. Devo restituire qualcosa, lo sento.

Sabato 23 febbraio 2008, Ostia, primo cancello. La sabbia è tiepida, siamo qui per festeggiare un compleanno, molti di noi sono a piedi nudi. Piantare i piedi e le mani nella sabbia è un rituale antico per me, mi fa sentire parte di qualcosa di più grande. La sabbia è per me legata alla montagna, non al mare: a Fontainebleau i massi sono di arenaria, e prima o poi torneranno sabbia. Gattonare, camminare, scalare, molte cose le ho imparate lì. A Fontainebleau la sabbia ha un odore particolare, un misto di resina di pino e di brughiera, lontano da sale e iodo. Oggi faccio fatica a starci con la testa, vedo ancora neve e ghiaccio, ci vorranno giorni prima che esca dal canale.

Domenica 17 febbraio 2008. Non riesco a dormire. Sono andato al letto tardi, dopo una cena davvero speciale — altro compleanno —, mi sento agitato, come se la salita fosse già iniziata. Mi alzo verso le 5.30, ho la sensazione di non aver dormito ma non mi sento stanco. Primo caffè. Secondo caffè poco prima dell’Aquila, arrivo a Fonte Cerreto verso le 7.30. Pare ci sia molto vento lassù, gli impianti sono chiusi, ma la prima funivia, quella delle otto, dovrebbe partire. Come previsto, la giornata è bellissima: a mezzogiorno zero termico al livello del mare, e pressione oltre i 1040 hPa. Insieme a me, una decina di sci-alpinisti. Li guardo poco, mi piacerebbe sapere dove vanno ma se qualcuno chiede dove vado io, temo di farmi massacrare — mi è già successo tante volte, da quando vado in montagna con mio padre, e oggi non mi va di parlare, di giustificarmi. Ognuno pensa di fare la cosa giusta, ma l’alpinismo è una cosa folle già di per sè. Per quanto tempo ancora avremo la libertà di scalare le montagne, la libertà di rischiare? Credo ancora per pochissimo, temo che prima o poi l’alpinismo diventerà fuorilegge.

Appena arrivato a Campo Imperatore mi precipito fuori, mi sembra che tutti gli altri rimangano dentro. Il vento è fortissimo, arriva da Monte Aquila e spazza con violenza il pendio che scende dal Duca degli Abruzzi. Soltanto adesso capisco: c’era scritto Grecale sul sito meteo… Salgo verso il Duca, piegato in due, certe raffiche di vento sono cosi forti che mi buttano a terra, aggrappato alla piccozza piantata al volo. E’ ridicolo, dovrei rinunciare. Dopo cento metri metto i ramponi e inizio la traversata verso destra. Il vento non molla, anzi. Sulla cima di Monte Aquila, non posso stare in piedi. Il canalino centrale sulla est, quello che volevo fare, è una lastra di ghiaccio, tutta in ombra. Lo conosco bene, l’ho fatto più volte quest’anno — con la neve fresca è una discesa bellissima —, ma se la tavola mi parte all’inizio com’è successo un mese fa, non so se mi potrò fermare. Torno un po’ indietro verso la sella del Corno Grande, c’è un canale più semplice, molto più corto, dove una scivolata sarebbe meno grave. In più è già stato leccato dal sole. La neve è comunque durissima, spazzata via dal vento, con una crosta che si spezza con un rumore di vetro rotto. Per niente divertente. La Valle dell’Inferno è un immenso specchio, bisogna tagliarla con violenza, non è possibile fare curve morbide nonostante sia quasi piatta. Le lamine fanno un rumore pazzesco, metallico, sgradevole. Tutta la valle rimbomba. Finalmente arrivo dove sbuca il canalino che scende da Monte Aquila. Attraverso fino alla base dell’Haas-Acitelli. Sono le 9.45, ho perso parecchio tempo.

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Inizio la salita. E’ bellissima, la neve è molto dura nonostante il sole. Quella appiccicata alle rocce rimarrà lì tutto il giorno. All’inizio il vento risale dentro il canale, ma dopo un centinaio di metri tutto diventa fermo, silenzioso (mi viene in mente Venezia, anche lì di notte non si sente niente, non siamo più abituati al silenzio). Presto sono alla base del budello di 60 metri. Non vede mai il sole, è ghiaccio vivo, blu, durissimo. Fa molto freddo là dentro. Le picche entrano di 3 centimetri al massimo, le punte dei ramponi di pochissimo. E’ stretto, la tavola urta spesso la roccia sui lati. Vado veloce, mi sento sicuro. Mi fermo sotto il tappo finale, il masso di roccia incastrato è ricoperto di ghiaccio, quattro metri verticali con una ribaltata finale che sembra delicata. Salgo un paio di metri poi mi blocco, la gamba sinistra in spaccata sulla roccia comincia a tremare. Di botto l’esposizione mi sembra oscena, la tavola mi tira all’indietro. Ridiscendo sotto il tappo. Cerco di calmarmi, di ragionare. Non sento più l’indice sinistro, l’ho schiacciato fra il ghiaccio e il manico della piccozza. Sulla guida c’era scritto di attraversare a destra. In effetti, sulla destra la roccia è appoggiata ma il ghiaccio che la ricopre è ancora più fine. Trovo qualche presa per le mani, mi tolgo i guanti e inizio la traversata. E tutto precario, non mi fido dei piedi — il ghiaccio è troppo fine, ho paura di rompere tutto —, non li carico abbastanza, non va bene. Torno indietro, di nuovo. Ci provo tre o quattro volte ma non riesco a guadagnare più di un metro. Tento di piantare un chiodo per assicurarmi — ho venti metri di corda da 7 millimetri nello zaino, che non userò mai —, ma le fessure sono piene di ghiaccio, tappate. Ho le mani congelate. Non so più cosa fare, mi sento confuso. Bivio.

Forse questa giornata è soltanto un pretesto: quel bivio lo riconosco, è sempre lo stesso, vorrei capire perché mi attira cosi tanto. Se varco la soglia, in un attimo cambierà tutto: dimenticherò il rischio, non avrò più paura, sarò soffocato dall’adrenalina (cosi dicono i medici), comincerò a sopravvivere; è una sensazione bellissima — mentirei se dicessi il contrario —, uno stato di euforia in cui viene fuori qualcosa di primordiale, di animale; uno stato che conosco bene. Non c’e niente di eroico là dentro, è solo questione di istinto, quello di conservazione contro quell’altro, che ti spinge sempre più in là. Basta un movimento, un lancetto di trenta centimetri su quell’appiglio che sembra buono, e non potrò più tornare indietro, il cervello sarà come spento, e faro quello che so fare da più di 35 anni: scalare. Fuggire. Sono qui perché voglio smettere, perchè ho preso troppo spesso quella droga in questi ultimi anni, perchè so che un giorno o l’altro mi faro male sul serio.

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Rinuncio. In quel momento penso di aver perso, sono convinto di essere rimasto più di due ore là dentro. Sono svuotato, abbattuto. Ho freddo, non sento più le dita. L’idea di tornare indietro, di dover risalire la Valle dell’Inferno mi dà la nausea. E’ la terza volta che ci provo: la prima ero venuto soltanto a dare un’occhiata e mi ero perso più in alto, in un altro ramo del canale, troppo a destra; la seconda, pochi giorni fa, sono dovuto tornare indietro a causa del cattivo tempo. Ripercorro tutto il budello a marcia indietro. Metto giù lo zaino e guardo l’orologio: sono soltanto le 12.30. Non mi sembra vero. Di corsa rifaccio lo zaino e parto sulla destra, su un altro ramo del canale, quello che avevo scelto la prima volta. Dopo qualche decina di metri, sulla sinistra trovo del misto facile, al sole, che porta sopra il budello. Sono talmente arrabbiato con me stesso — per la mia mancanza di lucidità, per il tempo perso, perché sapevo che si poteva aggirare il budello passando a destra — che mi metto a correre. Alle 14 sbuco fuori dal canale. Il Calderone è là sotto, vicino, quasi un invito. C’e molto vento sulla cresta, e ancora un po’ di sole. Ridiscendo di qualche metro, al riparo dal vento ma all’ombra. Il panino sembra di legno ma lo mangio lo stesso. Mi sono portato un litro e mezzo d’acqua con i sali — tre bottigliette — ma la meta è inutilizzabile, congelata. Bevo tutto quello che posso bere. C’è ancora un po’ di sole sui pendii che scendono dalla vetta Orientale, ma fra poco tutto sarà in ombra. Inizio la discesa. Sono le 14.15.

Aveva ragione Germana: il primo salto è un atto violentissimo, le gambe sono incollate al pendio e staccarle richiede uno sforzo mentale enorme. Qualche decina di metri e c’è la prima strozzatura, mezzo metro di larghezza, non posso passare. Mi tolgo la tavola su una crestina di neve poco sopra la strozzatura e la rimetto subito sotto. La parte sopra il budello è la più bella ed anche la più esposta. La neve è già troppo dura per i miei gusti, ogni salto mi toglie un po’ di energia, ho la sensazione di sbriciolarmi piano piano. E’ difficile mantenere il ritmo: se acceleri rischi di perdere il controllo, se rallenti rischi di non poterti più muovere. I salti da «frontside» a «backside» sono i più difficili: devi piantare la lamina con l’angolazione giusta, ma il baratro sottostante ti spinge a sederti, esattamente quello che non si deve fare. Scendo con la piccozza più pesante, una Piranha che mi ha prestato Giulia; di solito preferisco scendere con l’altra, più piccola e leggera, un Alp-Monster di 38 cm. Ma oggi è tutto diverso, più freddo, più esposto. Poco sopra il budello, raggiungo il misto facile. E’ meno facile di prima, più ghiacciato, devo piantare un chiodo per togliermi la tavola e mettere i ramponi, poi lo recupero.

Adesso sono alla base del budello: sotto di me c’è l’ultimo pezzo ripido, poi un’altra strozzatura e sarò fuori. La superficie della neve si sta ghiacciando di brutto; al centro del canale un fiumicello di neve polverosa viene giù dal budello, il flusso è continuo. Sono esausto, sono quasi le 16.30. Dieci metri sopra la strozzatura, non posso più saltare, è troppo ripido, troppo ghiacciato. Potrei appendermi alle piccozze per mettere i ramponi ma non l’ho mai fatto. Qualche metro sotto, vedo un sasso dove forse potrò attrezzare una sosta. Lo raggiungo come posso, facendo la «foglia morta». Adesso sto in mezzo al fiumicello, la neve mi entra dappertutto, soprattutto nel collo che ho chiuso male, ed inizia ad ammonticchiarsi sulla tavola. Devo sbrigarmi, ma con i guanti non riesco ad aprire il moschettone dove sono appesi i chiodi. Tolgo i guanti, e molto velocemente pianto due chiodi, buoni. Nel frattempo i guanti, appesi ai polsi, si sono riempiti di neve. In quel preciso momento mi sembra tutto comico: sono le 16.30 e mi faccio la doccia appeso a due chiodi nel canale Haas-Acitelli. Dopo un tempo indeterminato, sono pronto: ho messo i ramponi ai piedi, fissato la tavola sulla schiena e recuperato i chiodi.

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La parte inferiore del canale, quella facile, è molto faticosa. Mi fanno male le ginocchia a furia di saltare, cerco gli accumuli di neve sui bordi, pochi metri fra un pezzo crostoso e l’altro. Alle 17 sono alla base del canale, è finito, la tensione si muta immediatamente in stanchezza. Chiamo Valentina — giù nella Vale dell’Inferno, il cellulare prende, stranamente. Le dico che sto bene, che la raggiungerò alla festa — ancora un compleanno, anzi due, alla Maggiolina —, lei capisce che sono già arrivato alla macchina. Sono stato ambiguo, forse l’ho fatto apposta. La luna è quasi piena, il cielo blu scuro, il sole già tramontato; vedo le luci dei paesi, giù, sotto al Camicia. E’ surreale stare qui a quest’ora, e mi piace molto. La montagna di notte mi è sempre piaciuta. Non mi sento vittorioso. A dire il vero cerco di dare un senso a questa giornata, ma non lo trovo. Ho voglia di dormire. Non avevo mai capito perchè Germana parlasse di Dio nel suo secondo racconto, ma credo di capirlo meglio ora: torno a casa perchè ho avuto fortuna. Ero pronto per questo viaggio, ma troppe cose sono state appese a un filo, un filo che non tenevo io: bastava perdere un rampone, o prendere un sasso con la lamina, ed era un’altra storia.

Vorrei trovare la forza di non farlo più.

La risalita della Valle dell’Inferno è un calvario: la lastra di ghiaccio si è trasformata in cartone, ad ogni passo affondo di 15 cm. Raggiungo la sella di Corno Grande alle 20. Chiamo Roberto perché lui mi ha cercato più volte. Credo faccia molto freddo (-25 °C?), non posso tenere la mano fuori dal guanto più di trenta secondi. Vallone di Monte Aquila poi i Valloni (ghiacciati, per forza). Finisco a piedi, non c’è più neve nella parte inferiore. Finalmente la macchina, sono le 21.45. Alle 23.30 parcheggio alla Maggiolina. Sono contento di parlare con Alfredo, lui conosce i luoghi, sa da dove vengo, lo leggo nei suoi occhi; forse sa anche come mi sento. Mi appoggio ai tavoli, ai muri, cerco di ubriacarmi ma non ci riesco, sono stanchissimo. Il mio Haas-Acitelli è finito — me lo ero immaginato diverso, più gioioso, polveroso, chissà perché ho scelto proprio quel giorno — ma ne devo ancora uscire.

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Lascia stare Dio … ultima modifica: 2017-10-22T16:12:05+00:00 da Redazione
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