Il crepuscolo dei maghi

Adesso è ritornata fuori questa polemica su di lui, Manolo, e sulla sua via più dura e famosa, Eternit.

Tutti siete a caccia di commenti e rivelazioni, ma non voglio adesso entrare nel merito della questione, che fra l’altro non è affatto chiusa. Potrebbero esserci altri sviluppi, visto che il sito 8a.nu, dopo aver pubblicato la notizia dei tentativi infruttuosi di Ondra sulla via, ha chiesto a Jolly, e ha poi pubblicato, la sua versione dei fatti. (Che molti già conoscevano, insieme alle foto, dalla prima edizione – ormai introvabile – del suo libro Run out: le pagine relative alla questione Eternit sono infatti state soppresse nell’edizione definitiva dall’editore Versante Sud).

Parto invece da questa foto, presa dalla copia che acquistai nel 1983 (avevo 17 anni) della guida Nelle pale di San Martino, autore Maurizio Zanolla, edita da Zanichelli.

La foto ritrae Manolo su Trimurti, in Totoga. VIII grado, dice la guida. Che tradotto chissà cosa vuol dire, ma senz’altro una cosa dura, e poco protetta. (La tabella comparativa all’inizio del volume suggerisce 7b, ma non mi fiderei troppo).

A partire dalle foto di quella guida, e dalle relazioni ancora in stile alpinistico più che di arrampicata sportiva (“prima ascensione M. Zanolla estate 1982; dislivello 150 m; orario 3-6 ore; materiale consigliabile: rinvii“), mi sono formato l’immagine di Manolo. Quando è uscita la famosa pubblicità dell’orologio, per intenderci, lo conoscevo da anni. Così come fa ogni adolescente, avevo eletto il mio idolo, e avrei venduto l’anima al Diavolo per poter diventare come lui.

Adesso, quello che mi rattrista non è tanto la polemica. Ma il fatto che i sospetti di alcuni, fondati o meno che siano, sono accompagnati da un sentimento di perplessità molto diffuso nei confronti del Mago. Sono stato iscritto per anni ai forum di arrampicata (Planetmountain, Fuoriva), e questa sensazione era ben percepibile. Da una parte c’è sempre stato chi difende Manolo dalle accuse di operare un po’ troppo nell’ombra. “Le sue vie sono lì, andate a ripeterle: lui non deve dimostrare niente a nessuno, è semplicemente il più forte”: questa la tesi di chi sosteneva, e sostiene Manolo. Dall’altro quella che potremmo chiamare, in termini filosofici, la scuola del sospetto. “Come mai quando ha liberato la tale via nessuno lo ha visto? Come mai quel giorno in cui eravamo lì si appendeva a ogni spit? Perché non ha avuto il fegato, come Edlinger o altri big, di partecipare alle prime gare e mettersi in gioco? Perché si lamenta sempre di infortuni e tendiniti?”

Leggi anche:
Eternit e Manolo: le pagine perdute.

Ovviamente dal dubbio al sospetto, e dal sospetto all’accusa, i passi possono essere fin troppo rapidi.
Però è un dato di fatto che questo sentimento diffuso che investe Manolo non ha sfiorato altri arrampicatori al top. Costoro evidentemente si sono messi più di lui sotto le luci dei riflettori: hanno partecipato a gare, hanno fatto tentativi in falesia (lavorato, on-sight) in spot famosi, davanti a decine di persone, e hanno collezionato le loro brutte figure (perché nello sport anche ai migliori capita di perdere, e a volte anche di perdere male, o di non andare ai mondiali).

Ricordo una volta (parliamo di forse trent’anni fa), al settore Bout du Monde di Buoux, c’era proprio Edlinger che provava Le Minimum. Non erano ricognizioni, ma proprio tentativi. E non andavano granché bene. Alcuni amici che erano con me se lo ricorderanno… Ovviamente questo non cambiò in alcun modo in me l’immagine di quello che era stato, insieme a Manolo, all’altro grande Patrick, a Moffat, a Tribout, uno dei miei miti dei vent’anni.

Oggi Manolo è, come si definisce lui stesso, “un vecchio guerriero”. E devo dire che molte sue scelte, compreso un certo modo di vivere l’arrampicata, il suo attaccamento alle montagne, continuano a esercitare su di me un fascino a cui è difficile sottrarsi.

Rispetto la sua vocazione – che ormai è un dato storico – nel perseguire una forma meno pubblica di arrampicata in rapporto a tanti altri. Ma di fatto quel suo voler essere a tutti i costi un solitario, uno che agisce e pensa in modo diverso dal resto del mondo, e che quindi non fa le cose per apparire, ma soltanto per se stesso e per la sua anima… Ecco, proprio tutto questo mi sa di retorica, e mi suscita qualche perplessità. Perché guarda caso quell’atteggiamento (o quell’atteggiarsi) ha fatto di lui un personaggio mediatico molto più vendibile dei suoi colleghi. Rappresenta in qualche modo il rigore, la purezza, il rifiuto della civiltà tecnologica. Ma sono proprio queste le categorie che attecchiscono meglio nell’immaginario del pubblico, che si tratti di arrampicatori oppure no. Una certa tendenza a porsi quale modello alternativo, come pensiero e stile di vita: una passione ostinata per le poche cose semplici e importanti, mentre tutti noi, poveri scemi, corriamo dietro alle frivolezze della società dei consumi, ci piace la tecnologia, e cerchiamo i like sui social. La vita sana dell’uomo rude delle alpi, contrapposta alla debolezza e fatuità dell’uomo metropolitano. Sono questi gli ingredienti fondamentali che spiegano il successo di certa letteratura: penso a Mauro Corona, o a Erri De Luca.

Disprezzare le categorie occidentali della competizione, del business, dello Star System. Ecco il trucco fondamentale, l’uovo di colombo, la trovata migliore di tutte, per balzare in testa alle classifiche delle vendite, o per essere i testimonial ideali per un bello spot nella natura, o per garantirsi uno sponsor. Le sigarette col cammello ci hanno costruito un impero economico con l’immagine dell’avventuroso homo selvaticus, vecchio mito di cartapesta, con tratti semidivini, già ai tempi degli antichi romani. Per questo, viene da pensare, l’immagine di Manolo va tutelata (dai suoi “amici”). Oppure al contrario va attaccata (dai detrattori per principio). Perché gli idoli vanno pure abbattuti, ogni tanto, se si vuole cominciare a pensare qualcosa di nuovo. Ma in fondo è questo il modo migliore di continuare a parlare di loro.

Qualcuno, più disilluso degli altri, queste strategie comunicative le riconosce. Ed è portato a pensare che la purezza d’animo resta soprattutto un grande mito (che non a caso ha fatto la fortuna delle religioni). Un mito che in questo caso rischia di sovrastare la creatura umana, fatta pur sempre di carne e di ossa. Questo è il motivo per cui oggi Manolo è amato, oppure detestato, senza vie di mezzo. Gli è stato chiesto troppo, da tutti noi. Ed è inutile argomentare a questo punto che meglio avrebbe fatto a restare solo – duro e puro – fino in fondo: che sarebbe stato più coerente con se stesso se avesse salito i suoi tiri, per tutti questi anni, senza dare gradi né mandare notizie e foto alle riviste. Non sarebbe stato possibile. I maghi, per esistere davvero, hanno pur bisogno del pubblico che guarda lo spettacolo e s’incanta dinnanzi alla magia. Ma non chiediamo ai maghi di essere altrettanti Messia. Anche loro sono uomini e vivono di compromessi, e spetta loro il destino d’essere idealizzati o vilipesi.

Leggi anche:
Eternit e Manolo: le pagine perdute.

In ultima analisi, come suggerisce Jean-Paul Sartre, non ha senso pensare alla purezza delle buone intenzioni, abbiamo tutti “le mani sporche”. Ed è con queste mani sporche che, come arrampicatori, abbiamo toccato e continuiamo a toccare la roccia.

In che modo?

In certi casi, quando nessuno ci ha visto, lo sappiamo soltanto noi.

Nina Caprez su “Les mains sales”, Buoux, primo 8b di Francia

di Luca Bibez

Il crepuscolo dei maghi ultima modifica: 2017-11-28T23:55:28+00:00 da Luca Bibez
3 Commenti
  1. Marco 6 mesi fa

    Premesso che di Manolo mi interessa poco, come mi interessa poco delle polemiche fra lui e Lamberti non capisco come si possa pontificare sulle scelte individuali delle persone ed additare l’atteggiamento di chi rifiuta un (pre)determinato approccio all’esistente come strategia di marketing…mi sembra un approccio miope e a tratti invidioso rispetto a chi ha avuto il coraggio e la voglia di fare ciò che molti sognano timidamente.

  2. Autore
    Luca Bibez 6 mesi fa

    Ok Marco, questo è il tuo parere.
    Io non credo di “pontificare”, dico semplicemente il mio di parere. E se leggi bene non dico che Manolo abbia sfruttato il suo approccio all’arrampicata per farne una strategia di marketing; sono semmai le aziende che sfruttano lui, e lo hanno cristallizato in un ruolo insostenibile per chiunque: quello di un semi-dio. Esattamente come le case editrici sfruttano certi personaggi, perché va di moda e piace tanto al pubblico il santone che arriva dalla montagna, o da qualche anno di lavoro in fabbrica: l’uomo ruvido che non deve chiedere mai e ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato. Io a ‘ste favole non abbocco. E poiché non devo render conto a nessuno sponsor, in quanto ho un lavoro normale (uno stipendio), mi diletto a scrivere su un blog i miei pensieri. E nessuno si mette in tasca un quattrino per questo. Ciao! 🙂

  3. […] Tunnel del San Gottardo. I 15 movimenti della parte dura costano 22.333 franchi l’uno. Il resto, come direbbe Manolo, è sentiero per capre fino alla cima con bandiere. Certo, di fianco all’autostrada non è […]

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