Nella mia Testa

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Nei video di arrampicata c’è quasi sempre la stessa trama: un anno prima… sei mesi prima… Tentativi, dita sbucciate, voli, infortuni, fidanzate-assicuratrici sull’orlo della crisi isterica. E poi, come un miracolo (però molto prevedibile), come un’epifania, la lunga sequenza dell’happy-end: silenzio assoluto, tensione, il climber sale, sale, sale, e finalmente libera la via! Catena. Calata. Musica allegra e rilassante. Successo. Appagamento.
No, in questa mia storia niente di tutto ciò.

Sto guidando lungo la via Salaria verso Rieti.
Sono solo in macchina, ascolto la musica, e ho tutto il tempo per pensare a tante cose. È una bellissima giornata invernale, fredda, con un cielo completamente limpido, d’un azzurro che quasi abbaglia. Una giornata di quelle in cui vien voglia di prendere un sentiero e camminare soltanto per il gusto di sentire l’aria che entra nei polmoni, il cuore che batte, i muscoli e i sensi, che passo dopo passo si svegliano. Ai lati della strada qualche insignificante montagnola con pochi alberi e tante pietre (il che è abbastanza tipico dell’appennino) mi ispira voglia di stravolgere i miei piani e puntare, magari, verso il Monte Terminillo.
Invece sto andando a Grotti.

 

 

La giornata, me lo ripeto più di una volta, è di quelle adatte a una bella e lunga escursione, o anche solo una scampagnata fuori porta. Una giornata da starsene con la famiglia. Ho tre bambine, e la più piccola è nata da appena dieci giorni.
Ma anziché stare con loro e con mia moglie, vado a Grotti e continuo a fare i conti col mio cervello.
Perché vado a Grotti? Per arrampicare? Per fare sport? Per stare con gli amici? Per rilassarmi dopo una settimana faticosa?
No, vado perché – come si dice in gergo – sto in fissa con una via. Mi sono messo in testa che posso salirla, che voglio salirla. E non riesco a mandar via questo pensiero. Credo che starò meglio, che la mia vita tornerà a scorrere tranquillamente, soltanto quando sarò arrivato in catena senza appendermi.
Che cosa assurda.
Sì, lo so. Ogni sport ha le sue regole. Ed ogni sport è potenzialmente ridicolo se lo si considera un po’ dall’esterno. Quelli che corrono in mutande dietro al pallone. Quelli che corrono con la macchina o con la moto per vedere chi ha più fegato.
Quelli che scalano una parete dove a volte ci sono dei buchi fatti col trapano, ma che NON devono aggrapparsi ai chiodi che quello stesso trapano ha contribuito a piantare.
E perché faccio tutto questo? Perché prendo la macchina di domenica mattina, e me ne vado da solo a raggiungere qualche amico (o forse conoscente) che sta a Grotti?
Perché mi sono posto un obiettivo forse impossibile. Mi sono lanciato una sfida. Riuscire a salire una via di 8b.
Che cazzata. Ma che senso ha?
Avevo giurato, qualche mese fa, di essere appagato e contento. Mi ero detto: vediamo se a quarant’anni riesco a fare le cose che facevo a venti (sempre questa ossessione del Tempo che passa). Vediamo se riesco di nuovo a liberare un 8a+. E allora, ebbene sì: c’ero riuscito. Anzi, ne avevo saliti addirittura due.  Certo, sui gradi (quasi sempre) qualche perplessità viene puntualmente sollevata… “Dici che è 8a+? Ma forse non ci arriva. Qualcuno dice 8a… Sì, ecco, Tizio ad esempio dice che non è più di 8a. Beh magari 8a duro. Oppure 8a+ facile. Dipende anche da dove passi. Ci vai al riposo? La tocchi la canna tutta a sinistra. Fa’ ‘n po’ te. Ma alla fine sai, ‘sticazzi. Chettefrega del grado”. E così via all’infinito.
Sì, ma intanto, per restare ai fatti: volevo salire in libera quelle 2 vie (tra l’altro, 2 bellissime vie, una a Ferentillo e una a Grotti). C’ero riuscito. Basta. Punto. Contentissimo. D’ora in poi campo di rendita. Ho vinto la mia misera e fasulla partita contro la freccia del tempo. Ho rimesso per qualche istante il calendario sul 1987.
Ma poi, passata l’estate, la tentazione che si insinua, pericolosissima. La forma c’è. Il peso è quello giusto.
Perché non tentare qualcosa di più?
Provare un 8b. Una volta sola. Adesso o mai più.
Metterci su le mani. Giusto per vedere com’è. Non ti costa nulla. Provi un giorno, magari due, e vedi come butta.
Probabile che la tua esperienza ti dica la cosa giusta: un 8b posso soltanto sognarlo. Non lo farò mai. Lo sapevo vent’anni fa, quando mi ero fatto un giro abbastanza inutile su Il buio (Ferentillo). Lo so per certo adesso, considerando con quali sforzi, con quanti tentativi (decine!) sono riuscito a salire Assalto frontale: un 8a+ che qualcuno dice “facile” (ma sono quelli che vanno al riposo a metà via, traversando tre metri a sinistra…). L’ho fatto dopo mesi, in una giornata perfetta di tramontana, al culmine della forma fisica, dopo averla sognata pure di notte.
No, l’8b non è per me.
O forse chissà. Magari un 8b “facile”. Un 8b congeniale.
Insomma, provare non costa nulla.
Dall’alto, mi suggeriscono di farmi un giro su Nirvana.

Ottobre.
Parti e ci sono due spit facili. Con “facili” intendo dire 6a. Poi una pancia strapiombante con quattro biditi in fila. Piccoli, sfuggenti. Due in particolare, dove entra solo la prima falange.
Ho le dita piccole, e considero i biditi un po’ una mia specialità. Capisco che anche questo può sembrare ridicolo. Ma ognuno è convinto – magari a ragione – che in certe cose è più bravo, più portato, e in altre meno.
Forse sta tutto nella testa. Forse no.
Il primo giorno non riesco a mettere in fila la sequenza dei 4 biditi (il quarto è grande, o per meglio dire profondo, e ci moschettoni il terzo spit). Però riesco a farla spezzandola in due con un resting. Sopra la via non mi sembra durissima. È chiodata abbastanza vicina. Ci sono i rinvii messi, e riesco ad arrivare in catena.
Ok. Bene bene. Sono contento. Ho QUASI fatto i movimenti. Al primo giro.
“La prossima volta torno, la riprovo, vediamo come va, e poi decido se provarla seriamente oppure no”.

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Sto cadendo nella trappola.
Il mio cervello si sta aprendo come una castagna lessa alla più idiota e subdola delle tentazioni.
Poco dopo essere sceso penso lucidamente: se mai farò un 8b, QUESTO è l’8b che posso fare.

Stupido, cretino. Non posso fare a meno di darmi dello stupido. L’entusiasmo infantile per il nuovo giocattolo che mi sono procurato va di pari passo con la parte autocritica e un inspiegabile senso di colpa.
“Ma sei sicuro? Ma non avevi detto che ti bastava Assalto frontale?” I dialoghi dentro la testa sono un mio imperdibile teatro personale.

Torno la settimana dopo. Riesco a partire dal primo bidito ed arrivare al quarto in continuità. Comincio a vedere meglio i movimenti della parte sopra. Sono completamente entusiasta, gasato come un ragazzino.
Comincio a tormentare gli amici. Dai, andiamo a Grotti! No, Ferentillo no! Che schifo! Solo Grotti è bella!

E poi tante singole puntate, tante giornate tutte più o meno identiche. Nel senso tutte segnate da un piccolo, quasi impercettibile progresso. Arrivano le feste, il Natale, i pranzi, ma il 25 dicembre mattina io sono a Villa Ada a correre per smaltire. La bilancia passa da 63 a 62,5, poi a 62,2, poi, una mattina a 61,9…
A santo Stefano sono di nuovo a Grotti. E poi di nuovo il 28. E così di seguito, praticamente ogni due-tre giorni. L’arrivo della terza figlia è previsto per il 9 gennaio. Mi metto in testa, con tutta l’ansia che ne consegue, che DEVO liberare la via prima di allora. Dopo sarebbe molto più difficile.
Salgo Nirvana con un resting. Cioè: parto, arrivo al boulder e volo. Riparto dal secondo bidito e salgo in libera fino in catena. Oppure, seconda possibilità: salgo in libera fino al quarto spit, mi appendo, mi riposo mezzo minuto, e arrivo in catena (la via è di 5 spit).

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Sono convinto di essere vicino a farla. Un bel giorno arrivo al quinto spit, moschettono, faccio un movimento e cado. NOOOOO! Sembrava fatta!
Mentre mi calo mi accorgo che col peso del piede ho sbeccato una presa fatta con la resina.
Torno dopo due giorni, con la resina. Sistemo la presa, faccio proprio un bel lavoretto, e aspetto che si asciughi. Il primo tentativo va male. Il secondo un po’ meglio, ma sono comunque stanco. Esausto.
Nasce la bambina.

La farò dopo, mi dico. Ora mi riposo un periodo, mi ricarico, e poi ci torno e la faccio.
Dopo due settimane torno e la sensazione è positiva. Passano altri tre giorni e siamo a stamattina, a questo viaggio in macchina verso Grotti.
Oscillo mentalmente tra un’ansia feroce e il tentativo di ridimensionare tutto questo. Cerco di ripetermi che lo stress me lo sono scelto e procurato io, che fa parte del gioco. In fondo sono fortunato, fortunatissimo, a poter stare a pensare a queste cazzate come il fatto di potere o non-potere liberare Nirvana. Cerco di pensare che se lo faccio, se mi sono imposto questa sfida, una qualche oscura ragione in fondo al mio cervello ci sarà. Ci deve essere. E poi, in fondo, a pensarci bene il gioco è divertente. Me ne vado a Grotti, sto con gli amici, scalo.
Guarda che bella giornata.

Qual è l’epilogo di questa storia?
Boh.
Sono caduto altre due volte al quinto spit, un metro e mezzo sotto alla catena. Ho capito ormai che, in continuità, almeno per me, il duro è lì.
Ma sono caduto, varie altre volte, anche sul boulder sotto. Con tutte le inevitabili ripercussioni psicologiche (“Ma vaffanculo! Passaggio di merda! Oggi è troppo caldo! Oggi è troppo freddo! Sono ancora stanco dall’ultima volta! Ho i buchi sulla pelle! Mi fa male ‘sto cazzo di tendine dentro al polso!”)
Ovviamente lontano da Nirvana la mia vita è serena.

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Ho deciso: basta! Mi sono stancato. Non voglio più provarla. Sono tre mesi che, riscaldamento a parte, scalo quasi esclusivamente su quei 15 metri di roccia. Voglio fare altro.
NON VOGLIO TORNARCI. Machecazzo mi frega? Ma che ci guadagno?

Però mi conosco… Il pensiero, sottilmente, resta lì. E un giorno, prima o poi, ci ritornerò a provarla.

EPILOGO:

Sono passati vari anni da quando provavo Nirvana (e da quando ho scritto questo testo). Quasi 10 anni. Non l’ho liberata. Nessun lieto fine, lo avevo annunciato. Mi sono rotto un tendine su un’altra via, e non sono più tornato a provarla. Il dito medio della mia mano sinistra non va più bene nemmeno per mandare affanculo la gente: sta mezzo piegato e ha poca forza. I monoditi li prendo con l’anulare. Sono un po’ ingrassato: 6-7 chili in più. In compenso l’infortunio, e quello che ne è conseguito, mi hanno ispirato un bel racconto (La fisioterapia), in cui tutto era inventato a parte l’intervento fallito al tendine.

Per il resto, che aggiungere? Al diavolo Nirvana, mi verrebbe da dire. Non è nemmeno una bella via! Tutt’al più, glielo concedo, è un 8b vero. Non particolarmente fantasioso come movimenti, abbastanza corto, scavato. Insomma uno di quei tiri che i pischelli forti non fanno a vista (lo dico per provocarli, casomai leggessero…). Tra l’altro non è nemmeno in Spagna. Starei per dire: è una via s-consigliata e senza senso. Il suo nome è stato il mio anti-destino.

A meno che… L’unico senso che potrebbe avere sarebbe, chissà, tra dieci anni, la ripetizione di un tale che avrà passato oramai i 60 (sempre se è vivo). Oggi fanno notizia i tiri dei vecchi. Ma quella si che sarebbe una bella storia. Un altro intervento alla mano (nel 2022?), e poi una passione e una dedizione folli. Allora sì, che l’8b avrebbe un senso.

 

by Bibez

 

Nella mia Testa ultima modifica: 2017-11-09T17:25:11+00:00 da Luca Bibez
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