“O Buoux, barca maltrattata”

La prima volta a Buoux è stata nelle vacanze di Pasqua 1987. Con un piccolo gruppetto di cagnacci romani, recentemente ribattezzato “Di Bari Team” (ma giuro che non esisteva nella realtà tale gruppo, né tanto meno le magliette “ADB”), con quel gruppetto – dicevo – eravamo già stati a Finale Ligure, poi in Verdon (ottobre 1985). Mancava solo questa mitica falesia e potevamo dire d’aver visto tutto. In quegli anni l’America era lontana due oceani: le grandi vie in Yosemite non ci attiravano affatto. Artificiale, sacchi da recuperare, giorni e giorni in parete. Persino le Dolomiti non erano più, per molti di noi, il sogno delle estati: fatica, possibile freddo e maltempo, rischi…  Figuriamoci il Bianco!

La linea di spit, e non più di venti metri. Questo sì che ci piaceva.

La pura serie di appigli e appoggi che volendo (dopo tanti giri sopra) diventa un algoritmo perfetto. I movimenti aleatori e quelli di forza. I moschettonaggi con un piede per aria, mentre l’altro ostinato preme su una scheggiatura di roccia annerita dalla gomma. Una toppa bianchissima di magnesite sul bordo dell’appiglio verso cui si lancia. Un timido accenno di bianco anche su una ruga, o su uno svaso evidente, ma che appiglio non è.
Sulle vie “classiche”, e classica era anche Choucas, o La rose et le vampire (rispettivamente 8a+ e 8b), capisci qual è l’appiglio da prendere grazie all’intensità del bianco. Se scorgi quella traccia netta e inconfondibile, ma un po’ troppo lontana dalla tua fronte, sei avvertito. Inutile cercare di lato, inutile tastare un po’ qua e un po’ là. Se hai forza ti abbassi cinque, dieci centimetri e carichi un lancio (“Su dai! Socchiudo gli occhi e via una bella lunghissima manata. Non è più il cervello che muove il corpo: è la mano che da sola corre rapida verso il cielo e stringe, stringe. Solo un secondo più tardi la mente sarà informata se il lancio è riuscito oppure no. Se siamo ancora lì o due-tre metri più in basso”). E se invece non hai forza, guardi tristemente lo spit e dici “Blocca!”. E poi qualcosa tipo “cazzo!”, “Porca puttana!” (se sei maturato almeno un po’ non lo urli ad alta voce, ma fra te e te). E ti senti avvilito. E magari cambi via perché su Choucas sei venuto solo a fare un giro “per vedere com’è”.

Ma poi, vedere cosa? Quanto è duro l’8a+?

Leggi anche:
Un weekend di arrampicata a Frosolone - Colle dell'Orso

“Non bastano gli occhi per vedere, eh, Bibo? Ci vogliono anche le mani per salire!”

Cosa voleva dire Andrea Gallo con questa frase che gli era uscita spietata quanto naturale? Siamo qualche mese prima del viaggio a Buoux, se non ricordo male. Siamo a Finale, a Monte Cucco, è la prima settimana di novembre 1986, il tempo è grigio e fa decisamente freddo.
Andrea porta in giro il nostro gruppetto. Ci fa vedere qualche nuova via. Poi ci farà vedere pure come dà l’assalto a Bombay, progetto allucinante in una falesia isolata e quantomai suggestiva, L’alveare: ciò che poi diverrà Hyena, 8b. (Caro Andrea, quante cose ho capito vedendo i tuoi tentativi: i preparativi e i rituali, la respirazione, il buon uso dei punti di recupero, la rabbia che ci vuole per fare un tiro duro…).
Ma insomma, veniamo a quella frase. Ero partito su una via di 6c. Buchi netti, davvero netti, e anche profondi. Mica le gocce infami e taglienti di Sperlonga. Certo, la via strapiomba un po’, ma non sembra difficile. Salgo bene. Non sono un climber di punta, ma mi difendo, ho salito fino a quel momento alcune vie di 7a e 7b. Però, a pensarci… Quanti 6c avevo fatto a vista? Pochissimi, forse nessuno!

La roccia è gelida. Comincio a sentire freddo alle dita. O meglio: le dita non le sento proprio più, non sento più gli appigli. Sento il mio essere ridotto agli avambracci, che sono duri. E poi un vago dolore segnaletico nella punta dei piedi: se il piede fa male, sto scaricando qualcosa sull’appoggio. Mancano solo due spit alla catena. Dai che va. Però tremo, ho il fiatone, le mani sono gelate. (“Ma cazzo, se non faccio a vista questo, di 6c… Non mi ricapita più!”). Una mano si sta quasi aprendo mentre l’altra passa la corda nel penultimo rinvio. Vado giù! No, non ancora. Un ultimo sussulto di volontà, alzo il piede in un buco buono. Abbasso la mano che ha tenuto durante il moschettonaggio, la scuoto un po’. Ma non serve a niente. Comincio a vedere tutto bianco. Una nebbia, una tragica nevicata, il bianco della roccia di Finale… Sono paralizzato, stoppato come nell’immagine d’un poster. Manca solo uno spit e poi la catena. Niente da fare. Non c’è più nulla: zero energie. E improvvisamente è morta pure la volontà. “Blocca! Oh! mi hai sentito? BLOCCA!”.

Mi faccio calare. E poi, qualche minuto dopo…
“Ah, bellissima via, proprio bella. Certo, peccato essersi appesi, ma non importa… Come dici Andrea? Sì è vero, sono partito un po’ a freddo… Ma forse ‘sta via non ci arriva a 6c. A Sperlonga questa l’avremmo data 6b+, forse anche 6b. Come dici? Non posso parlare del grado perché non l’ho fatta in libera? Ma dai, Andrea, cosa importa? Mi sono appeso praticamente alla fine, avevo le dita congelate… Sì, hai ragione, non l’ho fatta in libera. Ma ho visto quanto sono grandi gli appigli! Dai Andrea, sono tutte ronchie, le ho viste coi miei occhi”.
E qui, come un colpo implacabile, quella risposta. Non bastano gli occhi per vedere, ci vogliono pure le mani per salire.

L’etica dell’arrampicata può essere durissima. Perché non esistono soltanto le regole (non scritte) che normalmente si applicano in falesia. Ci sono anche delle regole per così dire morali. Una di queste consiste nell’accettare silenziosamente gli insuccessi.
Inutile recriminare. Non esiste il “quasi a vista”, il “quasi in catena”. Bisogna lasciare le scuse, le chiacchiere, le recriminazioni del giorno dopo, agli sport in cui c’è in palio qualcosa: un campionato, una coppa, del denaro.

Leggi anche:
La linea invisibile di Maurizio Oviglia - recensione

Nell’arrampicata su roccia, dove la prova è anzitutto con noi stessi, vale a ben poco tentare di nascondere coi discorsi i miseri abissi dei nostri fallimenti. Come diceva ridacchiando il mio amico Ignazio, “con i se e con i ma, non s’è mai fatta la storia dell’arrampicata sportiva!”
L’umiltà, ecco la lezione che imparavo a vent’anni da Andrea Gallo. Bisogna fare, prima di parlare. Al di là del grado della via. Perché quel poco che ci rimane nel tempo da una pratica come l’arrampicata sportiva, è l’onestà con noi stessi. L’aver perso mille volte, ma essere riusciti di tanto in tanto a spuntarla: ad alzare di un centimetro l’asticella.

E tornando con la mente ad allora, capisco meglio. Il punto non era tanto il livello che avevi. Il punto era quanto ti dimostravi disposto ad essere leale, sincero, e a parlare di prestazioni realmente effettuate, in un ambiente che, venendo dall’alpinismo, fondava il riconoscimento dei valori sportivi anzitutto sulla fiducia e la parola data.

Uno andava a Buoux, e poi, nel caso, avrebbe riferito quello che aveva fatto. In libera.

Buoux era la falesia che nella mia mente si identificava col grado 8.
Quante foto viste prima di partire! Anzitutto quelle di Marc e Antoine Le Menestrel, i veri Principi del luogo. E poi le vie mitiche. E, tra queste, la splendida linea di Elixir de violence, 8a. Un’enorme pancia a buchi netti e lontani, con un passaggio infame: proprio là dove, guardando la via da sotto, penseresti che è finita, e la linea diventa quasi appoggiata. Dopo una notte di viaggio sul furgone di Stefano, dopo essermi detto “stamattina assaggio solo qualche 6b o 6c, puntualmente stavo lì appeso, senza riuscire peraltro a passare. Era ancora lunga la strada dell’umiltà, della misura.

Elixir de Violence. Credits: lacuvette.blogspot.it

Ma Buoux è un luogo magico anche per altri motivi.
Si arriva in un posto che chiamare un “paese” è quasi una battuta. Sono pochissime case. La pronuncia stessa del nome rappresenta un enigma rimasto a lungo insoluto: “biù” o “biux”? (Quella giusta, avrei saputo dopo, è la seconda).
Superato il piccolo villaggio, la strada scende e si entra in una valle tappezzata da tutte le possibilità del verde. Le colline sono solcate qua e là dal grigio magnetico di splendide fasce di calcare.
Il profumo aspro della Provenza: erbe selvatiche, fiori. La terra rossa, il vento tiepido, il sole.
A Buoux ci sono stato ormai tanto tempo fa.
Però – strana coincidenza – ho ritrovato improvvisamente quel nome di luogo e quell’atmosfera, un senso di vitalità e di lontananza, di desiderio e di sconfitta, nella prima pagina d’un libro di poesia. L’autore, René Char, è considerato uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento.

Leggi anche:
INTERVISTA Jonathan Siegrist - Jumbo Love 9b

La poesia s’intitola Sept parcelles de Luberon.

Couchés en terre de douleur,
Mordus des grillons, des enfants,
Tombés de soleils vieillissants,
Doux fruits de la Brémonde.

Dans un bel arbre sans essaim,
Vous languissez de communion,
Vous éclatez de division,
Jeunesse, voyante nuée.

Ton naufrage n’a rien laissé
Qu’un gouvernail pour notre coeur,
Un rocher creux pour notre peur,
O Buoux, barque maltraitée!

[…]

Traduco così:

Sette frazioni del Luberon 

Stesi in terra di dolore,
Morsi dai grilli, dai bambini,
Caduti all’invecchiare del sole,
Frutti dolci di Brémonde.

Sopra un bell’albero senza sciame,
Languite per comunione,
Scoppiate per divisione,
Gioventù, nube veggente.

Nulla è scampato al tuo naufragio
Se non un timone per il nostro cuore,
Una roccia cava per la nostra paura,
O Buoux, barca maltrattata.

[…]

 

by Luca Bibez

“O Buoux, barca maltrattata” ultima modifica: 2017-11-09T17:30:06+00:00 da Luca Bibez
0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Newsletter Livellozero
La nostra newsletter è gratuita. Breve. Interessante e colorata. Qualche volta persino divertente. Quelli che si iscrivono sono più di che quelli che si cancellano. Il che vorrà dire qualcosa.
Vai Tranquillo
Iscriviti alla Newsletter

Accedi con le tue credenziali

Hai dimenticato le tue credenziali?