Per finirla, una buona volta, con la “old school” dell’arrampicata

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Per finirla, una buona volta, con la “old school” dell’arrampicata

Ho scritto (qui) che i giovani klimber sono delle mezzeseghe piscialetto, che sono ignoranti (essi infatti non sanno la Storia dell’Arrampicata!), e viziati, e non so quali altre cose. Pensavo che esagerando i toni chiunque avrebbe capito che tutto volevo tranne che sembrare un prete che fa la predica e la morale. Anche perché le generalizzazioni sono sempre errori. E così, sbraitando in quel modo, mi ponevo automaticamente dalla parte del torto. Ebbene. Non tutti hanno gradito l’ironia, e come scrisse il mio amico Tantaillo in un commento (quando il pezzo uscì la prima volta, qualche anno fa): “Lascia sta’, Bibbo. T’hanno massacrato”.

Però poi con qualche ragazzetto, a forza di battute, ho fatto amicizia. E ho avuto nel tempo alcune risposte che mi sono piaciute assai. Una recente da parte di Riccardo Moretti, che ha voluto replicare con un downgrading a suo dire totalmente “new school” (La Morte, a Pietrasecca, abbassata da 8c a 8b+), alla mitologia asfissiante dei gradi stretti della old school. Un’altra bella replica è di qualche mese prima. E viene da un climber che si definisce “quasi giovane”, e che in un commento mi ha scritto quanto segue:

Rispondo a questo bello scritto, bello davvero, perché mi sento in parte tirato in causa – sono uno di quei quasi giovani climber che scala da meno di un decennio – in parte no.
Anzitutto le sincere e doverose premesse: bellissima provocazione, la tua. Del tutto riuscita, nel suo essere volgare, ironica, esagerata, nel suo tradire e dissimulare una punta di autentica vanagloria dietro alla finzione e allo scherzo. Dire la verità, ma fare finta di non crederci neanche troppo… Però intanto è così, rimane lì, detta e non detta, affermata e poi mezzo ritirata nella schiera delle provocazioni.
E ancora, pezzo riuscito nella misura in cui colpisce, infastidisce, ma si fa apprezzare. Al punto che mi fa perdere tempo a mia volta per rispondere, pur sperando che non sarà del tutto perso questo tempo.
In questa simpatica querelle degli antichi contro i moderni, cosa dovrebbe dire il giovinotto così malamente bistrattato?
Difendersi? Non credo. Da che cosa, poi? Dall’accusa di non saper distinguere l’apertura, la prima libera e la prima ripetizione di una via? Ma quella è ignoranza, non gioventù! e allora perché mai un giovane, in qualità di giovane, dovrebbe difenderla? Non mi vorrete mica dire, voi vecchi, che gioventù e ignoranza coincidono: mi toccherebbe farvi notare che se ignoranti siamo, lo siamo perché (mal)educati e (mal)cresciuti da voialtri.

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Non credo nemmeno di dover difendere la nuova generazione dall’accusa di essere, fondamentalmente, dei senza palle: è la verità, non la negherò solo per giustificare me o i miei coetanei. Lo dico ogni volta che mi fermo a considerare cosa facevano i miei ‘padri’ (di sangue e non) in montagna, ogni volta che ripeto una ‘modesta’ via chiodata negli anni ‘80 e “gradata ancora in lire” come ama ripetere Andrea Gallo nella sua guida di Finale Ligure. Lo dico e lo ridico: “che palle quadrate che avevano una volta”. Altro che bastone monta-rinvii, fettucce chilometriche slunga-rinvii altrimenti troppo distanti, distese di pads, primo già passato e magari anche secondo e terzo, perché non si sa mai. “Che palle cubiche”. Poi mi guardo dentro e mi chiedo: “E tu come ce le hai? – Un po’ smussate agli angoli (cit.)”.

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Mito della old school: Jerry Moffat, intorno al 1984.

Semplicemente una volta scalavano in pochi; pochi significa selezionati, un’élite fatta di persone dure, ruvide, coraggiose, dotate di talento, di tempo libero e di tante altre qualità. Oggi scalano tutti, scala anche lei laggiù un po’ sovrappeso e un po’ poco convinta. In palestra. Qualcuno con le palle quadre nasce ancora (quanti anni ha Honnold?), ma è sempre soltanto una ristretta élite che, se un tempo coincideva con e riscattava l’intera categoria degli arrampicatori, oggi serve solo a farne rivivere le gesta, col contagocce.

Ma allora cos’avrà mai da dire un ‘moderno’ a un ‘antico’?
Che su un punto, su uno solo, la prospettiva moderna è più corretta, sincera ed etica, anche: le gare. Le competizioni. L’agonismo.
Non si può vedere in Bardonecchia la fine, se non la fine di una grandissima ipocrisia: quella di una generazione di vecchi che, se parli grado, ti parlano di estetica della linea, e se rivendichi il piacere di scalare (magari salvando le caviglie) ti fanno notare che una volta di là si passava mettendosi i rinvii, con gli scarponi, col canapone, in salita e in discesa, con lo zaino e magari con un dito in culo. E per di più là dove oggi si lancia, una volta si bloccava duro. Molto più duro.

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Le competizioni hanno fatto piazza pulita di quest’antico e stantio cazzodurismo in cui “sì, tu hai fatto il tiro a vista, ma c’era magnesite ed era in condizioni, io l’ho fatto dopo una settimana di piogge, con l’umido e senza segni”. Se vuoi competere, lo fai a condizioni standard, la smetti di pisciarti nei pantaloni dalla paura e vai lì, quando lo dice la federazione, in modi e tempi uguali per tutti, senza la possibilità di accampare scuse.
Basta con ste cazzate del “sono più duro io”, del “a Buoux siamo più duri di voi inglesi”, di vie poi liberate da inglesi con nomi di battaglie tipo Linea Maginot o Azincourt. Basta con cazzate tipo ‘sto Manifesto dei 19 contro le gare perché l’arrampicata non è come il calcio o il tennis. (Però poi alle gare ci sono andati perché, comunque, primeggiare si è sempre voluto, ora come allora).

Vi siete crogiolati in una comoda ambiguità di fondo oscillando come pendoli fra etica ed estetica, da un lato, e grado, bloccaggi, stampare le tacche, dall’altro. E se oggi in palestra dominano queste due opposte, ridicole, pose – “il grado non mi interessa” (ma chi ci crede?) e “ce l’ho più lungo io” (si ma solo nella zona del comfort) – è anche e soprattutto per quella ambiguità che vi siete coltivati prima di Bardonecchia, prima del mondo delle competizioni. Quelle vere, oneste e sincere, in cui ci sono avversari ma non nemici.

Adesso le chiacchiere e le frociate sono finite. Se vuoi essere il migliore c’è una sede per dimostrarlo. Poi, certo, sarai il migliore soltanto a tirar resina, ma tanto, s’è capito, la competizione outdoor non può avere senso, e allora lasciamo che ciascuno scali e allacci il rapporto che preferisce con la roccia: essa non ha da esser schiava di nessuno, né di stupide competizioni mai del tutto ammesse, né del grado, né di venerande tradizioni che fanno parte del passato – e (almeno in parte) per fortuna!

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firmato: Luca Vegetti

Per finirla, una buona volta, con la “old school” dell’arrampicata ultima modifica: 2018-03-03T11:38:38+00:00 da Luca Bibez
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