Piove

Piove.
Da quanto non so. Mi sono svegliato e pioveva già.
Dietro le tendine i vetri del furgone sono completamente appannati: scosto quella più vicina e subito cola acqua sul sacco a pelo. Merda, non sopporto che si bagni.
Da lei, che mi dorme a fianco, nessun segno di vita.
Rumore di cerniera che scorre, la mia. Puzza di piedi in aumento allarmante: chissà perché si sente più la mattina che la sera, mi chiedo.
Trovo alla cieca un sandalo e una ciabatta, ma di fondamentale c’è che ho già adocchiato la macchinetta del caffè. Preparata la sera prima per non perdere tempo.
Fiamma del gas bassa, altrimenti brucio definitivamente il manico di plastica, come ieri.
E lei, oh, lei farebbe finta di niente, solo una smorfietta come per dire… ci risiamo, il solito distratto!
Ma oggi piove, e io non sopporto la pioggia, e non desidero cacciarmi in nessuna stupida discussione, altrimenti la giornata partirebbe male.
A me il caffè piace forte, tanto e bollente. Lei dice che ho la bocca rivestita di amianto, ma ho provato a berlo meno caldo e proprio non se ne parla.
Trattengo ancora per qualche attimo la tazza ormai vuota fra le mani: mi perdo ad osservarne i segni scuri rimasti sul fondo e intanto metto a fuoco che dovrò uscire per pisciare.
Potrei aprire soltanto il portellone e farla, spudoratamente, senza nemmeno scendere: però proprio a due metri è stata piantata una tendina. Devono essere arrivati questa notte; ieri sera non c’era, ne sono certo.
A malincuore scendo e mi allontano di alcuni passi, sbrigo il dovuto e rientro di corsa; ho i piedi fradici e resto lì, per alcuni minuti, indeciso fra tornare nel sacco a pelo o leggere qualcosa.
Fuori continua a piovere: di arrampicare non si fa niente, oggi.
Mi sdraio e provo a dormire ma, una volta bevuto il caffè, io avrei voglia di muovermi. Due minuti e mi ritrovo seduto, con in mano la guida: arrampicare con la fantasia è l’esercizio di ripiego.

E’ la quarta volta che vengo da queste parti e non sono mai riuscito ad alzarmi di un solo metro su nessuna delle vie.
Vada per la prima, quando avevo la caviglia ingessata: si tornava dalle vacanze, c’era ancora Alice piccola piccola e con la pelle color del sole.
Il tempo mi era volato guardandola sgambettare nel grande prato.
E’ qui che ha imparato a riconoscere, e mangiare, fragole e mirtilli.
E’ qui che ha cominciato ad apprezzare le sue prime vere autonomie, guardata con discrezione, a distanza. Io avevo più occhi per lei che per le grandi placche dove gli amici si lanciavano su itinerari solari.
La sera loro raccontavano di diedri, di fessure, di cuori in gola su minuscoli cristalli, di impossibili aderenze; i profumi di quei diedri, di quelle vene di quarzo, di quei passi sul nulla alimentavano i miei sonni.

Sasha DiGiulian. Sardegna. Foto: Christian Pondella.

Io, invece, parlavo loro di Alice.
Non ricordo un’estate più tranquilla. Non che non desiderassi infilarmi un paio di scarpette e appoggiare di nuovo le mani sulla roccia, ma nemmeno lo sentivo indispensabile.
Quando penso ad un vero equilibrio vado a quei giorni: Alice è stata il mio training autogeno.

Poi ci furono altre occasioni per tornare.
Una volta decidemmo di prenderci una pausa dagli impegni di lavoro, così, all’improvviso.
Un’idea fiorita in fretta, come la primavera che stava arrivando. Un’idea, in realtà, prematura, almeno quanto i tre giorni di sole in cui era sbocciata.
Arrivammo qui proprio in tempo per prenderci l’ultima nevicata della stagione. E che nevicata! Ci volle un trattore per riportare il furgone sulla strada, e ricordo ancora l’espressione del contadino, a metà tra compassione e incredulità. Ma come, non lo sapevamo che, da quelle parti, poteva nevicare così anche dopo Pasqua?
Per un po’ smettemmo di pensarci.
Una sera vennero a cena alcuni amici e fu l’occasione per rivedere vecchie diapositive. Ne capitò una di Alice, un sorriso pieno di mirtilli. Mi incantò.
Mauro, invece che dal sorriso, fu attirato dalla lunga struttura di placche rosse che partivano dal prato, sullo sfondo. Volle sapere dove e quando della foto. Al momento di salutarci, finite le abbondanti munizioni di grignolino, mi lanciò una proposta allettante: perché non andarci durante le ferie estive?
Così mi accorsi che quell’amore covava ancora nel fondo. Era rimasto solo assopito, in attesa di un nuovo risveglio.
E ci fu una terza volta.
Arrivammo col buio, ci sistemammo al solito posto e ci preparammo una cena con i fiocchi. La notte era meravigliosa, il tempo ottimo e i ragazzi del camper di fianco, nello spazio di un caffè, ci diedero le dritte sui migliori itinerari, sui materiali e sui tempi.
Fu una doccia fredda sentire, al telefonino, la voce di Franco che, con il groppo in gola, ci avvertiva dell’incidente. Marisa e Carlo erano volati via, colpiti dai sassi sulla via dove si erano conosciuti e che, da allora, ogni anno tornavano a rifare. Era la loro via, lo sarà per sempre.
Poche ore dopo, fuori da uno sconosciuto ospedale, assieme a tanti altri ci si interrogava su infiniti perché e su improbabili se, senza risposte e senza speranza.

Gli anni sono volati.
Alice va all’università, il furgone resiste non si sa come, anche se la ruggine avanza sotto i mille adesivi, e siamo tornati per la quarta volta.
E piove. Anzi, piove da matti.
Io però sono deciso, di qui non mi muovo senza aver fatto almeno un metro, fosse anche sulla via più brutta.
Ormai, di tempo ne ho quanto serve: sono in pensione, io.

__________

Ho ritrovato questi appunti su due fogli di carta povera e stropicciata, ripiegati irregolarmente (o forse nascosti frettolosamente?) all’interno di una guida d’arrampicata adocchiata in un negozietto di libri usati. La scrittura è minuta ed essenziale, piuttosto irregolare; il testo contiene numerose correzioni e cancellature ma, alla terza rilettura, risulta oramai scorrevole e persino un po’ più familiare. Leggendolo mi scopro eccitato ed emozionato come quando, da bambino, mi capitava di trovare un soldo per strada: questi fogli però sono veramente un tesoro, almeno per me. Non c’è solo il piacere della scoperta inaspettata ma la possibilità di condividere, in modo assolutamente anonimo e casuale, una riflessione intima, una confidenza tra sé e sé, annullando d’un balzo i confini di un probabile desiderio di segretezza. Sono entrato da pochi minuti nella storia di uno sconosciuto e già mi verrebbe di chiamarlo per nome. A proposito, non c’è traccia del suo nome nemmeno sulla guida. Solo una breve dedica: «Non sempre è necessario sporcarsi le mani di magnesio… Elena». Curiosa, per essere scritta su una guida d’arrampicata!
Si direbbe che l’intero scritto sia stato buttato giù con un certo impeto, come per non perdere dei ricordi riaffiorati tutti insieme: forse una pagina di un diario personale, forse una comunicazione ad alta voce per qualche amico di fantasia, anche se io sono più portato a crederlo un breve racconto autobiografico, destinato, nelle intenzioni, a restare privato. Il piacere di scrivere per sé.
C’è una foto di grandi placche rossastre su una delle pagine fra le quali erano nascosti i fogli: io non riesco a fare a meno di pensare che quello sia davvero il posto a cui “lui” si riferisce. Oppure, molto probabilmente, mi fa solo piacere pensare che sia così.
Ad ogni buon conto devo confessare che mi sta montando dentro una certa curiosità di andare a dare un’occhiata, a quelle placconate: non si può dire che siano proprio a due passi, però potrebbe essere l’occasione buona per rimettere le scarpette dopo una lunga stagione di sci, scarponi e pelli di foca.
Potrei sentire Emanuela e chiederle se le va l’idea. Uno dei prossimi week-end sarebbe l’ideale e non dovremmo trovare nemmeno molta gente. Non amo molto la confusione, anzi, se non ci fosse nessuno tanto meglio.
Anche se un vecchio furgone con mille adesivi… beh!, quello mi farebbe piacere trovarlo!

Eros Pedrini

(pubblicato originariamente – 2004 – su Intraisass, “la FU RIVISTA DI LETTERATURA, ALPINISMO E ARTI VISIVE”)

 

 

Aspettando che spiova…

 

Piove ultima modifica: 2018-03-17T10:51:47+00:00 da Luca Bibez
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