coryphene_calanques_trad_climbing

Quel giorno su Coryphene – Calanques

di Salome J.

Lunedì mattina:

Ma a chi può venire in mente di fare una via come Coryphene se non è sicuro di poterla fare?” è la domanda retorica che mi raggiunge nel retro del furgone. Lunedì mattina di sole, di ritorno dalle Calanques. Abbiamo raccolto un amico dal suo weekend disastroso e lo stiamo riaccompagnando a casa. I due maschi seduti sui sedili davanti ridono alla domanda. Io no. Quando parto per una via non sono mai sicura di come potrebbe andare a finire. Non mi aspetto grandi pericoli, ma la possibilità di dover far fronte ad un muro metaforico è sempre presente: sul sentiero di avvicinamento, durante le calate in doppia, ai piedi della parete o persino a metà di un tiro.

La mia risposta è seguita da un silenzio imbarazzato. Le prese in giro sono fastidiose e mi amareggiano dopo gli eventi di ieri. Anch’io potrei prendere in giro qualcuno, ma preferisco non farlo. Mi sento colpevole, insicura e, in un certo qual modo, spaventata dal futuro che verrà. Ieri il mio socio è caduto e si è fatto male. Certo, ora sta guidando e si diverte con il suo amico, apparentemente incolume. Ma in privato, ieri e questa mattina, prendersi gioco di qualcuno non era un’opzione.

coryphene_calanques_trad_climbing_03Bella vista su Coryphene e le Calanques. Sole, mare e Francia del Sud.

 

Domenica mattina:

Sette lunghezze di scalata trad, questa si che è una cosa entusiasmante. La via non è molto lunga ma è sicuramente emozionante. Se ci aggiungi due ore di avvicinamento per arrivare alla prima calata in doppia, più (come avremmo scoperto in seguito) altre tre ore passate a cercare le soste delle calate successive, lungo una parete sporca e piena di sassi mobili e terriccio, ecco che hai la tua giornata piena nell’accecante sole della Francia del Sud. E’ fine maggio ed il caldo di questa estate precoce già ci sta facendo capire che cosa potrebbe riservarci in futuro il cambiamento del clima. Siamo comunque entusiasti all’idea di arrampicare al sole. Solo un po’ più prudenti relativamente alla quantità d’acqua che porteremo. Aggiungo un ulteriore litro rispetto a ieri, la scalata sarà più dura, ma c’è ancora posto nello zaino, che dovremo portare comunque.

Non c’è fretta, la sveglia è suonata alle 7:30, ma eravamo entrambi già svegli (come d’abitudine durante i viaggi di arrampicata). Prepariamo gli zaini rapidamente e lasciamo il campeggio in orario, sempre che essere in orario fosse qualcosa a cui avevamo effettivamente pensato. Ci conosciamo, abbiamo arrampicato insieme per 10 ore su La Demande in Verdon, chè però è di 100 metri più lunga ed ha quell’alone mistico che la circonda. Quel viaggio in Verdon aveva fomentato la mia voglia di trad. So di essere in grado di arrampicare più velocemente, e così ho fatto nei giorni scorsi. Iniziamo a camminare verso le 9.45, sbagliamo sentiero, torniamo indietro, perdendo mezz’ora. Lo stress ancora non ci ha preso. La conversazione è inframmezzata da una telefonata ad un amico per discutere delle calate in doppia complicate, da scherzi e battute sulle facce che ci sembra di riconoscere nelle forme di roccia, da un po’ di flirting e di mano nella mano e da un sacco di frasi tipo “se non siamo di ritorno per mezzanotte significa che la via era troppo dura per noi“. Lui sa che non è così, ma io no. Ho i miei dubbi, ma proseguo. Alterneremo i tiri da primo, e lui si prenderà due delle tre lunghezze di 6b, mentre a me toccherà la terza, quella più difficile. Sono fiduciosa del mio livello ma non della mia capacità di risparmiare energie per i 90 metri dell’arrampicata trad più difficile che abbia mai fatto. Il resto della via ha un tiro di 5c ed uno di 6a, che toccherà a lui se continuiamo ad alternarci. Nel mezzo una lunga e rilassante camminata di 4c di 50 metri, che sarà a mio appannaggio.

Cominciamo a calarci. Lascio che vada lui per primo. L’autostima e la fiducia gli danno un vantaggio nei miei confronti: se combina casini nessuno (inclusa io stessa) gli dirà mai quanto è incapace. Passa oltre la sosta della terza calata, atterra su una cengia troppo in basso ed impiega un po’ di tempo per risalire. Abbiamo già indossato le scarpette da arrampicata e lo sporco e la polvere si infilano nei piedi e nelle caviglie. Sono tutte brevi calate su un pendio inclinato, la corda smuove il terriccio e ci caliamo sotto una pioggia di polvere e sassolini. Per quando raggiungiamo la quarta calata, nascosta due metri più in alto dietro ad un sasso, le nostre bocche sono già asciutte. Per fortuna ho visto la sosta, come anche la cengia evidente della calata successiva. Le ultime due doppie richiedono una certa abilità per raggiungere gli ancoraggi, distanti dalla linea di calata sulla parete strapiombante, che accoglie le prime tre lunghezze della via. Tutte queste manovre prendono tempo.

Leggi anche:
Fight or Flight, trucchi e segreti. Il 9b passo dopo passo

 

coryphene_calanques_trad_climbing_02

L’ultima doppia su Coryphene

Quando finalmente raggiungiamo la base, su una cengia triangolare a sette metri dal mare, il sole, ed il calore, sono nel punto più alto. Sotto di noi le barche dei bagnanti del fine settimana e dei tour turistici puntano il dito e possiamo sentire nel megafono “arrampicatori su una delle più difficili pareti delle Calanques“. E’ solo show, ma tutti quegli occhi e tutta quell’indolenza rendono i nostri sforzi ancora più assurdi ed appetibili. E’ tardi. Non mi ricordo quanto tardi, qualche minuto prima delle 3? O delle 2? Troppo tardi comunque, dobbiamo partire rapidamente ed iniziare ad arrampicare senza ulteriori indugi. L’avvicinamento è stato piacevole, anche se faticoso, mentre la discesa in doppia non è stata per nulla divertente. Trasferiamo tutto dentro un unico zaino, inclusa la tensione accumulata per trovare le doppie, e ci leghiamo. La cengia è piccola, sono incastrata tra lo zaino e la corda e non riesco a trovare un buon punto da dove fare sicura. Cerco di farmi più spazio possibile con i piedi, ed intanto guardo il friend del 3 infilato nella fessura, che rappresenta la mia sosta. Mentre sono occupata in questi pensieri lui ha organizzato tutto il materiale ed è pronto a partire. Controllo a sinistra e penso che, al suo posto, partirei da là. Ma lui prende la fessura di destra e stacca i piedi fiducioso, continuando a parlarmi di quelle persone che prendono il sole sulle barche, mentre noi invece stiamo partendo per questa avventura. Ma non siamo ancora partiti, in realtà. I suoi piedi sono solo ad un metro dalla cengia e lui sta valutando se passare una fettuccia dentro una clessidra all’altezza della sua spalla. Lo fa, con poca convinzione circa l’utilità di una simile protezione: stiamo scalando trad, il primo di cordata non cade mai, specialmente ad un metro dalla cengia, all’inizio di un facile 6a. Dalla clessidra sale un po’ e si sposta verso destra, fino a raggiungere il camino off-widht principale, che dovremo seguire per i prossimi 90 metri.

Mi immagino che anche il materiale volerà nella stessa direzione, ma invece no.

Ed è in quel momento che succede. Gli parte il piede destro ed il suo corpo occupa per un istante tutto lo spazio disponibile tra la parete e la cengia. Braccia stese e gambe che scalciano e lui che colpisce l’angolo della cengia triangolare con la parte bassa della schiena. Vedo i suoi occhiali da sole che finiscono in acqua. Mi immagino che anche il materiale volerà nella stessa direzione, ma invece no. Le mie mani si sono strette sulle corde non appena ha cominciato a cadere, ma non è stato abbastanza. Il limitato spazio disponibile mi ha impedito di buttarmi all’indietro, e lui si ferma una cinquantina di centimetri sotto il bordo della cengia. Circa 6 metri più sotto il mare è blu, come sempre. Guardo in su alla clessidra, rinviata sopra al friend del 3, che in questo momento sta sostenendo il peso di entrambi. Tiene. “Ma perché non mi hai bloccato?” è il grido che mi fa uscire dal controllo di sicurezza che sto facendo mentalmente. “In verità l’ho fatto” dico a bassa voce, rendendomi conto che in caso contrario sarebbe finito in acqua. Sono ancora un po’ preoccupata dalla clessidra e preferirei che lui tornasse sulle cengia. Gli chiedo quindi gentilmente se riesce a risalire. Deve solo rotolare sopra al bordo per essere di nuovo al sicuro. Ma anche così respira pesantemente. Il dramma che si sta consumando sulla cengia è passato del tutto inosservato ai bagnanti e ai proprietari delle barche. Dovrebbe essere qualcun altro a domandargli se sta bene. Ma gli chiedo comunque: “ti sei fatto male?“, già sapendo che la parte bassa della schiena ha colpito la cengia abbastanza duramente. Riesce a muovere le gambe ma in generale sembra che abbia male dappertutto. Non mi azzardo a mollare le corde, nel caso in cui svenga. E’ ancora abbastanza vicino al bordo e non sembra in grado di riprendersi. Riesce a mettersi seduto e comincia a controllarsi.

Riesco a vedere il suo dolore e la sua rabbia mentre rimango tranquilla nel mio angolo. Già mi è successo una volta. Un amico è caduto mentre stava moschettonando il secondo rinvio di una via un po’ troppo dura per lui. Conoscevo quella via e quella prima sezione un po’ bulderosa. Ho fatto due passi indietro e mi sono seduta nell’imbragatura non appena ha lasciato andare la presa, riuscendo a fermarlo quando i talloni hanno toccato il suolo, non duramente, ma solo accarezzandolo leggermente mentre dondolava appeso alla corda. La mia esperienza di cadute a terra è quindi molto limitata. Sono sicura di aver fatto tutto il possibile, ma lui già mi sta addossando la colpa, il che mi fa rabbia, perché, mentre cadeva, ho avuto il tempo di analizzare tutte le conseguenze alle quali stava andando incontro. Colpire la cengia con una piccola porzione del corpo è il meno che sia potuto succedere. Sono comunque furiosa con me stessa. Avrei potuto dire “aspetta che sposto lo zaino che mi serve un po’ più di spazio“, oppure “facciamo con calma all’inizio, ho ancora bisogno tornare lucida dopo tutte quelle doppie da incubo“. Ma non l’ho fatto. Avrei anche potuto saltar giù dalla cengia per controbilanciare il suo peso. Oppure avrei potuto lasciar andare la corda, o lui avrebbe anche potuto decidere di non rinviare quella clessidra. Le possibilità sono infinite. E non sono io a poter cambiare il corso degli eventi. Ora bisogna prendere una decisione.

Leggi anche:
Incidente Salathe - Rapporto di Indagine

Come ti senti? Che cosa vuoi fare?” Discutiamo e analizziamo le possibili soluzioni, mentre aspettiamo che gli passi il dolore alla schiena. Non ci sono fratture evidenti, o almeno nulla che presenti dei sintomi. Credo che la spina dorsale sia ok, ed anche la testa. Mi preoccupa piuttosto la brutta botta al coccige. Lui vuole proseguire e io scommetto quindi che il dolore non sia così forte. Gli offro di invertire l’ordine dei tiri da primo, così lui non deve per forza tornare subito sul tiro da dove è caduto. Non sono mai stata in grado di tornare subito ad arrampicare su qualcosa da dove ho fatto una brutta caduta. Posso farcela mentalmente, ma fisicamente il mio corpo resiste “là non ci ritorno, mi sono fatto male l’ultima volta“. Ma per lui sembra essere diverso. Vuole andare. Sono 30 metri di 6b trad. Nessuna via di fuga possibile prima della sosta numero 4. Sei sicuro? Per quel che mi riguarda penso di potercela fare, ma sicuramente non da sola, e tanto meno trascinandomi dietro lui. In quel momento ancora non ce ne rendiamo conto, ma abbiamo perso tantissimo tempo.

 

coryphene_calanques_trad_climbing_04

 

Riparte, arrampicando lentamente e prudentemente e mettendo le protezioni. Nessun problema particolare su questa lunghezza. E’ il mio turno e parto per scoprire quella roccia frastagliata, che è la caratteristica principale di questa via. E’ come se strati di calcare bianco si sfogliassero dalle prese. Salendo sembra di doverli tenere insieme per compressione, quando si afferrano gli svasi con le mani. Ci incontriamo di nuovo alla sosta, dove ci scambiamo il materiale e a malapena qualche parola. Ed eccomi ora qui sul tiro più difficile della mia breve carriera da arrampicatrice trad. Scalo bene. Nella mia vita ho fatto al massimo il 6b, ma questo tiro mi piace un sacco.

La fessura off-widht, strapiombante e con prese tonde e forme naturali, offre una varietà di incastri di ginocchio e di mano. I chiodi arrugginiti non servono a nulla e temo l’attrito della corda quando inizio a vedere la cengia della sosta alla mia sinistra. Questa arrampicata è veramente speciale o è solo il mio atteggiamento mentale? Mi sento messa alla prova e stimolata allo stesso tempo. Questa lunghezza mi sembra più dura del tiro precedente, molto più continua, anche se riesco a trovare dei riposi insperati grazie alla mia bassa statura e alla mia flessibilità. Raggiungo la sosta con la testa più leggera, pensando che la giornata sarebbe potuta continuare come avevamo pensato. Mi sento quasi di volerlo tenere tra le mie braccia. Scusarmi per l’incidente e cancellarlo dalla cronologia di questa giornata, per poter godere di quella bellissima via. La sua faccia tetra supera il bordo della cengia e mi raggiunge in sosta. L’estasi del tiro precedente scompare, mentre il peso degli eventi ritorna a me ed il materiale ritorna a lui.

Riparto rapidamente per evitare di dover affrontare il suo dolore e le sue lamentele, il mio senso di colpa, e la fiducia a brandelli tra di noi. In verità in quel momento riparto subito per finire la via il prima possibile, posticipando a dopo l’analisi sulla fine della nostra relazione.

Sul terzo tiro è il suo turno ma si sperde. E’ pallido, il dolore si fa più forte e gli viene da vomitare mentre recupera sia me che il sacco. Siamo fuori dalle difficoltà. Da qui in avanti posso tirare sempre io. Cerco di essere incoraggiante, di mostrarmi forte e fiduciosa (almeno esternamente) per permettergli di sfogare un po’ delle sue preoccupazioni sulle mie larghe spalle. Sono risoluta, “dimmi dove andare e ti porterò a casa sano e salvo“. La sua risposta gela il mio entusiasmo “sano? Per quello è già troppo tardi“. Va bene. Non mi va di discutere, meglio andare avanti prima che diventi peggio. Fisso lo sguardo, offuscato da lacrime di rabbia, sopra di me, cercando di individuare dove passa la via. Il mio senso dell’orientamento sulla roccia in generale non è così male, ma sto guardando il tiro di 50 metri di 4c che non ha niente a che fare con la roccia! Siamo di nuovo su quel tratto appoggiato che avevamo sceso in doppia, pieno di cespugli e di terriccio, con sezioni di roccia che emergono dal terreno per 4 metri alla volta. Non so da che parte andare. Il diedro nero che sto cercando ha un gemello. Mi arrampico e striscio su per il pendio, finché la corda non si impiglia in un cespuglio. Preferisco fare lì una sosta intermedia, pensando alla fatica che avrei dovuto fare  se avessi invece deciso di proseguire per gli altri 30 metri. Mi raggiunge con un aspetto ancora peggiore di prima. Riparto rapidamente per evitare di dover affrontare il suo dolore e le sue lamentele, il mio senso di colpa, e la fiducia a brandelli tra di noi. In verità in quel momento riparto subito per finire la via il prima possibile, posticipando a dopo l’analisi sulla fine della nostra relazione.

Leggi anche:
La scusa in Arrampicata: guida definitiva

 

coryphene_calanques_trad_climbing_05

 

Mi raggiunge di nuovo in sosta, alla base dell’ultimo tratto di parete vera e propria. Comincio a sentirmi stanca. Non sono sicura di riuscire a recuperare il sacco e di tirarmi dietro anche lui; devo anche preoccuparmi della sicurezza, dal momento che ogni tiro gli sottrae un po’ di energia e lui è sempre meno reattivo ad ogni sosta. Sembra che la schiena gli faccia sempre più male, mano a mano che i muscoli si raffreddano. Decide di andare lui da primo su quel tiro, per paura di non potersi poi più muovere. Sono preoccupata, abbiamo di fronte un altro camino, dove ovviamente la schiena e la spina dorsale vengono maggiormente sollecitate. Lui lo sale tranquillamente. Davanti a noi c’è un lungo tiro di 5c in traverso, ed un 6a+ attrezzato che lui già conosce. Faccio il 5c e, quando mi raggiunge in sosta, si complimenta con me per come ho messo le protezioni. Sono le prime parole gentili che ci siamo scambiati dopo l’incidente? Forse. Mi dimentico del dolore alle braccia e parto di nuovo, portando lo zaino, per traversare verso la sosta successiva. Vado veloce e sprotetta per la maggior parte del tempo. Ma ora sono fiduciosa.

Non ho bisogno di raccontare le mie avventure a qualcuno. Viverle è la parte migliore.

Il sole si è abbassato sull’orizzonte, la luce è bellissima, ma sta facendo buio in fretta. Una lunga fila di chiodi si stende davanti a me. Prendo tutti i rinvii, lascio lo zaino al primo chiodo e parto sul tiro per una arrampicata veloce e bellissima. E’ l’ultima lunghezza di La mémoire de nos enfants (Il ricordo dei nostri figli n.d.t.) un nome ironico, visto che lui scherza sempre e dice che sposarmi o fare figli insieme sarebbe l’unico modo per tenermi sicuramente sempre vicino a sè. Se mai dovessimo avere dei figli quel giorno potrebbe essere l’inizio di una bella (o brutta) storia di famiglia; oppure no, se mai dovessimo avere dei figli a quel giorno farebbero seguito migliaia di altri giorni con avventure probabilmente migliori e peggiori di quella che abbiamo vissuto oggi. Preferisco non indugiare mentalmente su quell’idea. Non voglio fare figli e non ho bisogno di raccontare le mie avventure a qualcuno. Viverle è la parte migliore. Guardo all’insù ed il chiodo successivo scompare nella luce grigiastra del tramonto. Arrivo in sosta con la notte che avanza strisciando, mentre lui sale l’ultimo tiro.

Siamo di nuovo in cima, a due ore dalla macchina. Riavvolgo le corde, le lego e sistemo gli zaini, uno super pesante (per me) ed uno super leggero (per lui). Chiama i genitori mentre è steso per terra. Le loro chiacchere mi raggiungono da lontano. Sto ancora elaborando l’incidente, ed ascolto attentamente solo quando parlano della gravità delle lesioni. Va tutto bene, ma voglio comunque farlo tornare al furgone il prima possibile. Quando tutto è pronto ripartiamo. Non una parola, eccetto che per una chiamata ad un amico poco prima di mezzanotte, per scongiurare ulteriori preoccupazioni. Loro chiaccherano, ridono e fanno scherzi … mentre io mi sento così distante da quella leggerezza. Vedo solo quella faccia tetra. Rabbia, risentimento e freddezza da parte sua. Senso di colpa, tristezza e determinazione da parte mia. Offro una mano sull’ultimo tratto ripido. Mi offro di guidare. Mi offro di accompagnarlo direttamente al Pronto Soccorso. Mi offro di preparare un piatto di pasta al campeggio, offro un bacio prima che lui si stenda a letto. Sono così tante le cose che lui rifiuta dopo quella giornata sulla Coryphene.

Quel giorno su Coryphene – Calanques ultima modifica: 2018-07-02T07:47:55+00:00 da Redazione
0 Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Newsletter Livellozero
La nostra newsletter è gratuita. Breve. Interessante e colorata. Qualche volta persino divertente. Quelli che si iscrivono sono più di che quelli che si cancellano. Il che vorrà dire qualcosa.
Vai Tranquillo
Iscriviti alla Newsletter

Log in with your credentials

Forgot your details?