@Steghiso – Intervista a Stefano Ghisolfi

First Round, First Minute, Margalef. Foto Paolo Sartori

Presentarlo pare quasi superfluo. Stefano Ghisolfi è l’arrampicatore italiano più forte di questi ultimi anni, ed è entrato ormai nel Gotha dell’arrampicata sportiva a livello mondiale. Non lo dicono soltanto i risultati in gara, l’ennesimo campionato italiano vinto e il fatto di essere arrivato secondo nella Coppa del mondo Lead 2017. Lo dicono anche i risultati su roccia, a cominciare dalla recentissima ripetizione di La Capella, 9b a Siurana, che è il quarto itinerario di questa difficoltà per Stefano, preceduto da Lapsus ad Andonno, First Round, First Minute a Margalef (mitica via di Sharma), e One Slap, nel novembre scorso ad Arco. Accanto a questi exploit assoluti si collocano numerose salite di indiscusso prestigio come Realization, 9a+ a Céüse, o La Rambla, altro storico 9a+, a Siurana. Che poi tutto questo sia nato quasi per caso, non da un corso di roccia, o da qualche uscita con gli amici in falesia, bensì da un improvviso e inaspettato amore reciproco con le pareti artificiali – amore coronato da una prima gara vinta con le scarpe da ginnastica, perché scalava da poco e quelle d’arrampicata ancora non le aveva comprate! -, tutto questo appartiene già, se non alla leggenda, alla storia recente di un ragazzo che sa unire come pochi la mentalità vincente nelle competizioni a una passione incontenibile per la scalata in falesia e, all’occorrenza, perché no, sui blocchi.

Chi è Stefano, parlaci un po’ di te: della tua famiglia, e di come e quando hai cominciato ad arrampicare.

Proprio grazie alla mia famiglia ho iniziato ad arrampicare, ma a differenza di quello che si può immaginare i miei genitori non scalano. Mio padre invece va in bici, e ha introdotto me e mia sorella al mondo dello sport. Ho iniziato infatti ad andare in bici quando avevo sei anni e ho continuato per un bel po’, gareggiando nelle categorie giovanili di mountain bike. La mia famiglia è stata importante perché ci ha sempre accompagnati ovunque per partecipare alle gare, e così ho iniziato la mia carriera agonistica, seppur non subito, nel mondo dell’arrampicata. Proprio dopo una gara di mountain bike degli amici hanno fatto provare a me e mia sorella una parete artificiale, dove ci siamo trovati subito a nostro agio, e quindi abbiamo deciso di iscriverci a un corso in una palestra a Torino.

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Da ragazzino avevi qualche figura di riferimento tra i climber? Insomma il tipico poster nella stanzetta da adolescente: qualcuno a cui avresti voluto assomigliare da grande?

Da ragazzino mi piaceva arrampicare, ma non seguivo e non conoscevo molto il mondo della scalata. Non avevo nessun poster e nessuna figura di riferimento, pensavo solo a scalare perché mi piaceva e non volevo assomigliare a nessuno, pensavo solo a divertirmi.

Se l’arrampicata non ti fosse venuta così bene, cosa avresti fatto o voluto fare nella vita?

Ho iniziato a scalare abbastanza presto, quindi non so cosa avrei potuto fare. Non penso il ciclista.  Mi piaceva, ma non ero proprio adatto a uno sport di resistenza. Ho anche giocato a hockey su ghiaccio per due anni, ma non mi sentivo adatto neanche per gli sport di squadra. Penso che avrei fatto comunque qualcosa nel mondo dello sport, ma non saprei dire quale!

C’è negli altri sport una figura di riferimento o un campione che in qualche modo ti ispira un’ammirazione particolare?

Non seguo altri sport e non ho figure di riferimento.  Ammiro quelli che ce la mettono tutta nel proprio sport e cerco di fare lo stesso, provando a essere di ispirazione per gli altri.

foto: Matteo Pavana – The vertical Eye

Tornando all’arrampicata, in un post su Facebook all’indomani della conquista definitiva del secondo posto in Coppa del Mondo Lead, facendo un bilancio di tutto ciò che c’è dietro alla conquista d’un trofeo, accanto agli immancabili allenamenti, ai sacrifici e alle rinunce, parlavi di “scelte sbagliate” e “scelte rischiose”. Vuoi spiegarci in che senso pensi di aver commesso, anche solo una volta, un errore, o preso dei rischi, nel tuo percorso di atleta?

Non pensavo in realtà a niente di particolare. Molte volte ho deciso di provare delle vie dure, rischiando di fallire e perdere magari molto tempo dietro a un progetto che forse non avrei realizzato.  Queste scelte a volte sono rischiose, ma mi è andata quasi sempre bene e sono riuscito a concludere quasi tutti i progetti su cui mi sono cimentato. Due progetti che ho lasciato in sospeso e che ricordo sono Gioia, il primo 8c+ di blocco liberato da Christian Core, e un progetto a Grotti di Jolly Lamberti. Il primo, forse troppo duro e troppo specifico, mi ha fatto rendere conto di essere più a mio agio sulle vie che sui blocchi. Il secondo mi ha lasciato un infortunio che ho portato avanti per qualche mese. Queste due potrebbero sembrare essere state scelte sbagliate, ma alla fine hanno fatto parte del mio percorso e mi hanno aiutato ad arrivare fino a qui.

Lapsus, 9b. Foto Paolo Sartori

Sempre sbirciando sulla tua pagina Facebook sono incappato in un post, datato 16 gennaio 2012 (non avevi ancora compiuto 19 anni) , dove facevi il resoconto di alcuni notevoli exploit di boulder, in particolare nella zona di Varazze: una rapidissima serie di 8a+, 8b e 8b+ che ti aveva fatto capire di “avere la stoffa del boulderista”. Sicuramente un talento innato, e tanta forza maturata in allenamento, ti hanno permesso di trasferire l’altissimo livello su resina (e in competizione) in risultati altrettanto importanti su roccia. Ma chi frequenta le palestre sa che, per così dire, tu sei l’eccezione, e tanti ragazzi che pure sviluppano molta forza e abilità tecnica sulle strutture, stentano poi a esprimere in falesia o su blocchi quelle potenzialità. Qual è secondo te la causa, e ci sono dei suggerimenti che ti sentiresti di dare?

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Anche se sono parte di uno stesso sport, a volte è difficile trasferire un tipo di arrampicata in un altro campo. Io l’ho fatto perché in questo modo ho riscoperto la mia passione e un nuovo mondo. Molte persone che iniziano a scalare ora rimangono in palestra e non provano mai la roccia, penso perché l’arrampicata (nelle città soprattutto) sta diventando un’attività che la gente pratica al posto di andare in una palestra di fitness, quindi magari solo durante la settimana o in pausa pranzo. Questa non è necessariamente una cosa negativa, ma suggerisco a tutti di provare almeno una volta a scalare su roccia, perché potrebbero scoprire una nuova e vera passione.

Torniamo un momento a Stefano. Che musica ascolti? C’è un genere o un musicista (o un gruppo) che ti ispira? La musica, per te, è più utile a trovare la carica o a rilassarti?

Non ascolto molta musica, ma quella che ascolto è soprattutto prima delle gare, per caricarmi e soprattutto per isolarmi dall’ambiente esterno: mi aiuta molto a gestire la tensione.

Argomento letture. Ci sono dei libri che ami? Trovi il tempo di leggere?

Ovviamente mi piace leggere le biografie e storie di arrampicatori del passato. Per ora il mio preferito è stato il libro di Jerry Moffat, e adesso sto leggendo il suo nuovo libro, Mastermind, che parla dell’allenamento mentale.

Cosa fai in un giorno, o eventualmente più giorni, di vacanza? Stai in famiglia, te ne vai a camminare, fai il turista per musei?

Nei giorni di vacanza di solito mi rilasso ad Arco con Sara. Andiamo al lago o facciamo una passeggiata in qualche paese, o anche proprio ad Arco. Siamo qui da un anno circa e abbiamo trovato il nostro posto!

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Ancora due ultime battute sull’arrampicata. L’arrampicatore e l’arrampicatrice più forti al momento, e l’arrampicatore più forte del passato (anni ’80-‘90).

Tra le ragazze la più forte è senza dubbio Janja Garnbret. Tra gli uomini, al momento Adam Ondra resta il più forte: forse non fisicamente, ma ha una marcia in più sotto molti aspetti, ed è il più completo. Nel passato, Gullich e Ben Moon erano i più forti, e lo sono stati per molto tempo. Hanno fatto la storia del nostro sport.
Prima di salutarci, visto che hai nominato Adam, con cui ultimamente arrampichi spesso ad Arco, vuoi parlarci del settore Laghel, che state valorizzando ultimamente, e in cui siete entrambi molto attivi?
Questo settore potrà diventare uno dei più duri al mondo, se non lo è già. Per ora ci sono il mio 9a+ One Punch (che Adam ha rivalutato 9a+/b), il 9b di Adam Queen Line, e la connessione tra queste due vie, Poi c’è One Slap, liberata da Adam e gradata 9b, che sono riuscito a ripetere da poco. C’è poi una via di soli due spit, liberata da Adam, che è 9a.

foto: Matteo Pavana – The vertical Eye

@Steghiso – Intervista a Stefano Ghisolfi ultima modifica: 2017-12-17T12:08:45+00:00 da Luca Bibez
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