Ultima Esperanza

di Maurizio Oviglia

Due giorni. Tanto ci era rimasto di vacanza, così da El Chalten eravamo sfrecciati verso sud, con l’idea di vedere le Torri, anche se solo per un attimo… Chilometri di lande desolate, guidando a turno sotto la pioggia, sino alla frontiera tra Argentina e Cile… Ed ecco finalmente il Fiordo di Ultima Esperanza, ed i primi squarci tra le nuvole nere, a regalarci un bellissimo tramonto patagonico.
Il legno del bed & breakfast scricchiola al vento, la vecchia signora tosta il pane della colazione e si siede alla finestra su una sedia a dondolo. Attraverso intravedi il fiordo, puoi vagare con la mente al di là di quel piccolo mare, dove certamente vi è un mondo che hai solo la forza di sognare… Mattinata in relax nella cittadina, indugiando tra i bei libri di un internet-cafè. Poi il pomeriggio il cielo si libera, così saltiamo in 5 su una macchina e prendiamo la prima strada che ci capita. Dove finirà? Riporterà sulla pista maestra? Intanto però finiamo in un’estancia sperduta, dove padre e figlio stanno giocando a pallone in un campo giallo. La luce radente della Patagonia, le nuvole, gli squarci di cielo blu fanno il resto.

E’ una settimana che ci stavamo chiedendo come potevamo spendere l’unico giorno di bel tempo previsto prima della partenza. Per giorni, prima di addormentarci, ognuno per conto suo, aveva vagliato tutte le possibilità, fino alle più improbabili, come ad esempio salire slegati da qualche parte verso una cima qualunque. Prima di arrendersi all’evidenza che il tempo e la logistica non ci avrebbero permesso di fare nessuna ascensione di rilievo, senza probabilmente nemmeno arrivare a toccare la roccia del Paine. L’unica cosa che si poteva fare era alzarsi presto e partire verso nord, su quella pista sterrata, verso quelle Torri che avevamo imparato a conoscere dai libri fin da quando eravamo bambini. A malincuore, quindi, avevamo tolto dallo zaino corda e moschettoni infilandoci solo i vestiti.

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E appaiono da lontano, quando ancora devi fare 70 km per poterle mettere bene a fuoco. Sono là nel sole del mattino, limpide e calde, invitanti… come non le avresti mai immaginate. E ti sembra di poterle toccare. Finita la strada proseguiamo a piedi. Lo zaino è leggero e vorremmo correre, dopo giorni sullo Hielo siamo allenati e le gambe non sentono la fatica… La roccia mi chiama, sembra vicina, tiepida… Ora solo una pietraia mi separa da essa, ma anche divorandola non arriverei da nessuna parte. Sconsolato mi arrendo, senza essere stanco. Seduto su un sasso mi debbo accontentare di guardare. E fotografare, fotografare ancora, l’ultima speranza patagonica si spegne con il click dell’otturatore.

Ultima Esperanza ultima modifica: 2017-10-27T08:55:08+00:00 da Redazione
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